06 maggio 2009

"Qui in Purgatorio cantiamo le lodi dell'Inferno."

Ero decisamente circondato dal passato. E stavo facendo di tutto, lecito e non, per trovarmi un futuro. E il futuro l'ho trovato in questa nuova città. Ora però, finita la sbronza orgiastico-celebrativa dei primi tempi, è il caso di tirare le somme sul mio primo anno qui.
(Sì, lo so: non scrivo da tempo. E' che scrutare le prime tette scoperte in giro, in ossequio alla primavera così ritardataria, è molto più semplice che scrivere).
Detto questo. Non ho l'ambizione di stilarvi un'analisi giusta ed esauriente, ché chi si ritiene un tuttologo è anzitutto un coglione. Cosa ne so io? Io ho sempre torto su tutto.
E così non vi parlerò dei monumenti, delle bellezze artistiche, né del fatto che son riuscito a diventare meteoropatico a Roma, dopo dodici anni a Milano, visto che il Tevere è stato appena ribattezzato Tamigi. Certo, alcune cose son troppo evidenti per non accorgersene. Se l'abbigliamento medio milanese è "fighetto" all'inverosimile, qui a Roma si vorrebbe imitarlo ma a volte sembra di trovarsi in una selva di cafoni arricchiti. A Milano lo sfigato è nerd, qui è un "boro". Qui non ho ancora trovato delle belle librerie, di quelle raccolte, con titolari competenti come quella di Porta Romana, ma solo megastore. Lì il traffico era (è) mediamente caotico. Qui è l'iradiddio. Lì i trasporti pubblici erano (sono) mediamente efficienti, qui sono mediamente dimmerda con sparatorie, morti e feriti. A proposito: qualcuno spieghi ai romani che sulle scale mobili della metropolitana si tiene la destra, perdio.
Nulla di etereo né di extrasensoriale, dunque, in questa specie di disamina. Ecco perché vi parlerò dei locali. Delle serate qui. Con i miei amici delle ore liete così come con i veri nemici. Di come siano diverse da quelle nel mio vecchio regno.
Di uguale c'è che, qui come lì, il navigatore satellitare nelle mutande continua a fare bip-bip perché sulla cartina dell'appagamento ormonale continua a trovare fica. Tanta fica. Piccola sentenza senza appello fra parentesi: qua le donne son molto più arrapanti. Mooolto di più.
I locali, dicevo. I posti del sottoscritto medio, mediamente semialcolizzato, nelle serate a base di poche parole scarnificate, quando cogli i sogni irrealizzabili e li distruggi con robuste dose di whisky.
Ebbene.
Mi manca Milano. Ecco, l'ho detto. Mi mancano i miei riti. I miei posti. Qui c'è troppo di tutto, la città è troppo grande, troppi particolari da osservare perché l'occhio possa coglierli in un solo sguardo, troppi da ricordare. E prima ancora che io trovi un posto adatto a me, è già l'ora della ritirata.
Non mi lamento del numero di zagarri (o grezzi o coatti o tamarri o cozzali) , spesso enormemente più alto che ovunque. Non mi disturba il profluvio di tatuaggi mediamente orrendi. Né il fatto che non esistano posti curati, non kitsch ma curati, ma spesso e volentieri solo desolanti scenografie da bivacco. Se è per questo a Milano ovunque vi è una piena di mediocri da caverne universitarie che non sanno un cazzo di un beneamato cazzo. Tutto questo già lo sapevo, che questo spettacolo non mi sarebbe stato risparmiato mi era dolorosamente chiaro. Meno chiaro mi era il fatto che avrei trovato un beveraggio assolutamente inadeguato. Assolutamente.
Mi mancano le atmosfere raccolte. Mi manca un posto che sia mio, e dei miei amici. Mi manca un Bar Quadronno in cui star seduto scrutando le persone come da dietro una finestra. Un Bar Quadronno in cui bere anche prima delle cinque del pomeriggio senza apparire indisciplinato e decadente. Dove la tua solitudine, accompagnata da una natura morta a base di bicchiere pieno, sigarette e quaderno, sembri del tutto naturale e funzionale al contesto. Così funzionale da sembrare che l'intera città stia bevendo lì con te. Piano, a sorsi lenti.
Qui è un mondo diverso. Con un Dio diverso. Un Bacco versione urlatore.
Qui, ogni volta che provo a isolarmi, a ordinare qualcosa solo per me, mi sento un caso umano in cinemascope. E alla fine ingollo tutto in un sorso solo e mi lacrimano gli occhi e vado via insoddisfatto. Ché se a un' autoctona con inevitabile tatuaggio sul culo dicessi "Non faccia caso a me, sono ubriaco di vita", dubito coglierebbe la citazione. Né tanto meno rimarrebbe piacevolmente sorpresa.
Insomma, un cazzo di disadattato.
Voi mi direte: ne hai così bisogno? Sì. E parecchio anche. Ho bisogno di tormentarmi un po'. Ho una certa età ormai, oltre che un certo status, e i covi di empietà non mi attirano più, e preferisco l'eterno titillamento solitario alla bolgia festante. Una coltre d'irrilevanza. Mi basterebbe solo un po' di meno casino. Un'atmosfera più raccolta. In cui magari scannarmi, ma con calma e moderazione, con questa pletora di nuovi amici che, essendo romani, non capiscono un cazzo di calcio, (il calcio e il tifo: dove questioni morali, questioni di principio, questioni etiche e di cuore si mischiano e si confondono con i dati di fatto), contando sulla tranquillità per schierare a battaglia tutte le mie argomentazioni.
Ma niente. Una serie di rumorosi merdai coi fuochi d'artificio. Dove il film finisce solo quando sono tutti ubriachi.
Insomma, l' "Onni-Impotente": le fighe più belle, gli istinti più bassi e neanche un cazzo di posto per bere decentemente.
E poi.
E poi mi mancano i miei amici.
Intendiamoci: qui ho incontrato persone splendide, con cui già ho stabilito legami bellissimi e profondi. Ma lì era diverso. C'era un vissuto comune a unirci, che qui (ancora) non c'è. C'erano automatismi già dagli sguardi. C'era la certezza che, se ci fossimo incontrati di sabato o domenica pomeriggio, ci saremmo seduti ai tavoli del Viarenna, per un caffè al volo o per un whisky da riflessione avremmo allungato fino al Quadronno, per l'aperitivo dopo l'ufficio ci saremmo ritrovati a Le Coquetel o inTrattoria Toscana. E inevitabilmente la sera saremmo andati da Princi per un po' di focaccia calda o per dei cornetti. E soprattutto, in qualunque posto fossimo andati, io avrei capito dai loro sguardi se quella fosse una serata da baldoria o una da chiacchierata "cuore-a-cuore". Senza dirci nulla. E avrei ordinato da bere di conseguenza. Io, qui, ancora non so cosa preferiscano i miei amici. Ma spero di capirlo presto.
Io non so se sia vero che la nostalgia è il prodotto di insoddisfazione e rabbia, ché io non mi sento né insoddisfatto né arrabbiato. Però questa nostalgia mi mette una tale sete.
C'è però una cosa che rende unica questa città. Ed è la poetica del quartiere. Il conoscersi e riconoscersi e salutarsi per strada, senza ostentare l'obbligatoria freddezza milanese. Giorni fa, un tizio che frequenta la mia stessa palestra ha praticamente rischiato la vita perché si è fermato al centro di un incrocio, con lo scooter, per suonare e salutarmi. Una cosa terronissima e paesanissima. Che io adoro. Come adoro il poter finalmente guidare col gomito appoggiato al finestrino senza sentirmi un intruso o uno straniero. Son pieno di contraddizioni, sissì.
Bene.
Penso che forse penso troppo. Ho perso in freschezza.
Mi verso un armagnac. Se questo è il mio personalissimo armageddon, mi serve qualcosa di forte.
"Vi consiglio di non rompermi troppo i coglioni". (cit.)

01 aprile 2009

Electric arguments ("Sing the changes") (Caleidoscopio)

E' il vostro aspettarmi. O il mio credere che sia così.
E' il mio tornare solo dopo pause eterne e smisurate.
E' ridere seriamente e soffrire allegramente.
E' pagare lo scotto di essere vivo.
E' lettura compulsiva.
E' farsi strada nel proprio talento.
E' la coscienza come "cipolla inacidita nello stomaco della mente".
E' cercare, e perdere, l'occasione di essere martire per avere più argomentazioni da schierare a battaglia.
E' bere molto durante. E prima. E dopo.
E' il crepuscolo.
E' tante ossessioni che ti avviluppano a ghirlanda.
E' una nebulosa di idee e concetti e scritti inespressi.
E' un uomo che mi chiede scusa, aggravando la sua situazione.
E' non giudicarsi mai col senno di poi, per paura di quello che si potrebbe scoprire.
E' umore spesso barricadero.
E' menefreghismo. Qualunquismo. "Fanculismo."
E' Paul che, a oltre sessantacinque anni, se ne esce con un disco che ti riporta dritto dritto all'Album Bianco. E che sta suonando adesso. In questa stanza.
E' Clint che disegna parabole perfette in un film per il quale puoi solo compiutamente piangere.
E' essere sufficientemente depravati.
E' non essere più armati di tempo fino ai denti.
E' intellettuale. Profondo. Una straordinaria energia. Dinamico. Elettrizzante. Forte. Ostinato. Fa paura, sì.
E' la bramosia del desiderio.
E' la velocità dell'attrazione.
E' tempo anodino.
E' rischiare di morire da dilettante.
E' baloccarsi e trastullarsi con una nuova idea: quella di morire.
E' uno sciabordìo di ormoni: quei figli di puttana.
E' la dignità dei giorni più fieri.
E' autocontrollo militaresco e portamento eretto ed orgoglioso.
E' il coraggio della disciplina.
E' sentire una mancanza sempre: nel sole e nella pioggia.
E' LEI.
E' ottenere il proprio primo comando.
E' divertirsi, tormentarsi e tenersi occupati.
E' camminare a volte leggeri come una piuma. Con l'umore pesante.
E' una notte buia, ventosa e stellata.
E' "il folle mondo che viene avanti rotolando".
E' non dimenticare nulla e non lasciare che chi ti ha offeso la passi impunemente liscia.
E' vendicarsi quando capita l'occasione giusta. Anche se non se ne ha più necessità.
E' volere che certe cose restino immutate.
E' il sapore bellissimo delle ore piccole.
E' la vita che a volte vuole sfuggire da te.
E' non credere ciecamente a fedeltà e trasparenza. Si veda il caso di un certo Gesù Cristo.
E' tutto lo sperma prolifico sprecato in tutte le mie pippe.
E' capire per la prima volta, davvero, il significato della parola "infingardo".
E' ipocondria, sindromi e cazzindromi.
E' sapere che le cose non succedono mai per caso.
E' "ti prego, ti prego!" e poi "beh, fanculo".
E' essere eccezionali in qualcosa che nessuno giudica eccezionale.
E' desiderare napalm e diluvi.
E' "datemi un Depravex!".
E' Dio che ne ha abbastanza di te e ti fa rotolare ottanta chili fra collo e schiena.
E' andare dal dottore ed essere così stronzi da chiedergli: "Sì, vabbeh: camminerò ancora o dovrò comprare un cazzo di girello?".
E' pentirsene subito dopo.
E' essere amato per quello che schifosamente si è.
E' le parole che hanno un peso. Che hanno potere. Che sono sacre.
E' tenersi al riparo da sguardi indiscreti e piangere.
E' fare un tiro di sigaretta e nascondersi la faccia in una nuvola di fumo.
E' un dolore alla testa così forte da non riuscire a distinguere forme e parole. E persone.
E' provare a permettersi di percepire la propria paura. Di morire.
E' parlare forte e chiaro, come se stessi insegnando.
E' cercarsi dei buoni eroi. E trovarli in famiglia.
E' pensare che anche Dio possa essere toccato dalla febbre bianconera se come me si trovasse, unico juventino, in tribuna Tevere.
E' esultare per quelle quattro pappine stringendo la fodera delle tasche della propria giacca fino a strapparla.
E' tenerle sempre d'occhio. Con quell'occhio.
E' ogni giorno che sembra una vita intera.
E' una vita concepita come una lunga serie di missioni. In una di queste morirai.
E' guardare tuo padre e quella sua figura di tormentata grandezza che fa risaltare i contorni della tua piccolezza.
E' voler bene a qualcuno e non essere felici di vederlo.
E' mostrare il dito medio a Dio.
E' non bere prima del tardo pomeriggio.
E' la religiosa passione per il whisky.
E' provare struggimento vedendola.
E' vivere. E morire.
E' LEI che è l'unico sogno con cui guardare.
E' essere tormentati da barlumi di ricordi indistinti.
E' il rimorso e la nostalgia che ti anneriscono il cervello.
E' la nostalgia, sì, come regolamento di conti tra presente e passato.
E' tua madre che ti cerca sempre.
E' te che speri di riuscire sempre a farti trovare.
E' un po' di solitudine che ti strattona. Anche mentre scrivi.
E' l'impossibilità di fumare e risultare sexy stando seduti eretti. Devi sdraiarti un po' ed accavallare le gambe.
E' mollare ogni tanto il colpo e perdere il controllo.
E' continuare a sdraiarsi nella puzza della propria vita.
Don't stop running, JD. Don't stop running.

05 febbraio 2009

Anche questo è lungo; (ma dovrebbe piacervi, stronzi).

Più o meno nei pressi di casa mia c'è un parco. Ma sapete com'è: siamo a Roma. Dove la metropolitana chiude alle nove di sera e, quando si fa buio, i lampioni del parco rimangono miracolosamente spenti. Ecco perché non posso più fare il mio caro-carissimo allenamento serale. Ecco perché mi sono ritrovato sfrattato da una delle mie dimore preferite. Ecco perché mi sono iscritto in palestra. E lo so che questo impeto giovanile fa troppo MTV. Anzi, fa troppo "Uomini e donne", ma cosi è. Nulla ha un valore intrinseco ed immutabile, evidentemente. Nemmeno la mia allergia ai tronisti.
Si sa: le difficoltà e le fatiche sono la strada per arrivare ad una destinazione felice. E io, con la speranza di potenziare il mio narcisismo prima ancora che il mio fisico, mi distruggo di fatica; lasciandomi ammazzare dalla mia forza d'animo. E da quello stronzo sadico del personal trainer. Per un paio di ore al giorno, quindi, ormai da diversi mesi a questa parte, me ne sto lì a trepestare tutto il mio corpo, e tutto il mio insieme sensorio, di serie, ripetizioni, "negative", super-serie, "tri-set", esercizi "in drop" e tutto un vasto campionario di rotture di palle con nomi prima a me del tutto sconosciuti.
Forse che ero troppo fico e intelelttuale, per un ambiente del genere? Forse non era il mio mondo o l'iscrizione già scaduta? Naaa. Ero entrato lì deciso a combattere certe riserve ed obiezioni, che io per primo avevo mosso, stereotipo per stereotipo. E sono invece diventato uno stereotipo anch'io, che si tasta la pancia, per controllare la tartaruga addominale, mentre guarda la tv. Un de profundis intellettuale, insomma.
All'inizio, purché io venissi trattato educatamente, e i miei standard sono come noto piuttosto alti, io trattavo educatamente gli altri. E quindi cuffie nelle orecchie e giù a fare esercizi. In qualche modo, mi è stato confessato dopo, questo mi conferiva un alone di mistero: quella stronzata abbastanza banale che una donna ti appiccica addosso per giustificarsi il fatto che tu non la stai calcolando, e che lei rosica. "Non è che non mi caga, è che è preso dai suoi pensieri, sicuramente profondi. E' misterioso e pensoso. Sarà sicuramente un tipo intellettuale ed interessante. SLURP!". E lì magari il mio Ipod stava pompando "Tutto il resto è noia" a palla.
Tempo due mesi, comunque, e son diventato il peggior cazzaro della palestra (e quando mai...). Mi chiamano Er Piuma (er più matto) e anche se non mi sono mai sentito costretto a rispettare le persone a cui piaccio, (dovrei essere ecumenico, a quel punto), devo dire che poche volte c'è stata una così forte e reciproca simpatia tra me e gli umani immediatamente circostanti.
Entro ed esco da lì tutti i giorni e un personaggio, sempre il solito cazzaro sia chiaro, e un bel fisichetto vanno coraggiosamente abbozzandosi. E io mi sento vivo. Vivo e pieno di sangue. E terribilmente sudato.
Ecco dunque JD vostro che si spara una serie ai cavi: come tirare un carro di buoi camminando sulle uova. Senza contare il rischio, REALE, di mollare uno scorreggione tonante per lo sforzo disumano che stai compiendo pur di apparire al meglio di te stesso. Non ci crederete, ma passare per puzzone, pur con bicipiti tronfi e pettorali guizzanti, è un rischio molto pericolosamente concreto.
Ecco cos'è, qui, che ti lega ed unisce veramente agli altri: non il fatto di avere la stessa scheda e gli stessi obiettivi, ma la paura, che ti grava addosso, di finire con le mutande chiazzate; (qui si parafrasa quella signorina bon-ton del mio istruttore che, in maniera molto schietta, volgare, scurrile e periferica, non fa che ripetermi: "Te stai a caga' sotto, eh?").
Qui l'unico guaio è che, se esci con i tuoi amici della palestra per un aperitivo, non puoi iniziare con due Godfather leggeri ma non malvagi, (cosa che io continuo a fare INDEFESSAMENTE), ma, al limite, con una cazzo di barretta iperproteica.
Qui un attributo molto stimato e tenuto in considerazione non è l'essere un figlio di puttana con le palle, ma l'avere autocontrollo e disciplina rispetto ai vizi. E per loro, riso in bianco a parte, tutto rientra nell'alveo corruttore dei vizi. Insomma: non mi vedrete mai come costantino per colpa di whisky, sigarette e cioccolata.
E qui si passa, saltando a pie' pari ma non troppo, all'altro aspetto veramente interessante di questa a mio avviso brillante disamina. All'altra metà del cielo e della palestra.
"Le ossa piacciono solo ai cani". E' per questo che le donne, saggiamente, hanno capito che forse è bene avere pancia piatta e poca cellulite, ma anche delle belle chiappe e delle belle tette. Ovvietà? Mica tanto. Fatevi un giro in una qualunque delle palestre milanesi. Si viaggia tra due estremi: dalla povera illusa pachidermica che si illude facendo "GAG" in stile trottolino amoroso (trottolino che è anche "rimbalzante", ovale e mollemente gommoso tendente al flaccido), all'aggregato cigolante di ossa tirate a lucido, con tanto di tette a citofono, culo piatto, assenza di fianchi e cosce macilente. A Roma no. A Roma potrete ammirare una gamma considerevole di belle tette e bei culi. Perché a Roma hanno le tette. Delle belle, bellissime tette. E i culi. Dei bei, bellissimi culi. Tette e culi che non ballonzolano troppo, che hanno fatto pari e patta con la gravità. Che...chebbello. SLURP!
Benché la mia coscienza vorrebbe pietosamente coprire i fatti, resto sempre il solito porco.
"Che tenero ma schifoso arrapato, eh?!?", starete pensando. "Se fossi nei vostri panni, o nei panni di Dio, la penserei come voi sul mio conto", direbbe Mc Carthy. Beh, avrebbe ragione Mc Carthy. Avreste ragione voi. E avrebbe ragione pure DIo.
Ma vedete: se anche girassi con una fascetta inguinale con su scritto "SPP" (solo per pisciare), non potrei mai sottrarmi a questo sfavillìo perfettamente curvaceo, a quest'epifania di ghiandole mammarie puntate verso di me come i missili perforanti di Daltanius.
Vista, quindi, la situazione, e dato che LEI mi accuserebbe comunque ed a prescindere di essere il solito piacione dedito al "flirt tanto per", (cioè per piacere per il gusto di piacere), tanto vale prendersi la colpa e divertirsi. Sempre tanto per, eh!
Non ci son da fare troppi esami anatomici delle proprie sensazioni se una sta a quattro zampe, con un bel culo prospiciente, (a pecorina, insomma), mentre spinge all'insù e all'indietro una gamba alla volta per "tonificare il gluteo". Perché l'unica sensazione possibile, in tal caso, è il priapismo.
Niente seghe mentali. Siamo umani. E possibili. Oltre che passibili di istinti primordiali decisamente bassi, tipo le tumescenze nelle mutande e le turbolenze ormonali. Io per primo.
Loro "fanno i glutei". E fra noi serpeggia una corrente sottocutanea di tribolazioni per i vasi sanguigni ed i corpi cavernosi.
Magari non sanno contare fino a venti senza togliersi le scarpe. E 'sti cazzi? L'importante sarà esibir loro arrapamento e priapismo con parsimonia.
Perché vedete: l'infatuazione nasce e trae alimento sempre e dovunque. Anche in palestra. E così può capitare che le pulsazioni cardiache aumentino freneticamente non perché tu stia correndo da più di mezz'ora sul tapis roulant a 16 km/h e con una pendenza asintotica a "più infinito", ma perché accanto a te, sullo step, stanno salendo e scendendo, ritmicamente alternate, le più belle natiche mai viste nel nostro emisfero. Almeno in questi casi, però, la lingua di fuori e la bava alla bocca non ti causeranno una denuncia per molestie sessuali. Sarà il tapis roulant a salvarti.
"Il corteggiamento è infernale: l'uomo dentro l'uomo è in fiamme". E sapessi il piccolo uomo dentro le mutande, Philip.
Come attaccere bottone, dunque, con una che si presenta così fica ma col tribale sopra il culo, quello stesso culo che ormai ti ha ipnotizzato? Sarò prevenuto ma a me il tribale sulla schiena, senza arrivare a citare Don Winslow che lo definisce "il sigillo della sgualdrina", fa da bip di avvertimento "Attento, è più stupida della media". Bene: non affossatele il neurone per stare eretta con domande impegnative tipo il segno zodiacale. Non parlatele dell'ultimo Richler uscito postumo. Parlatele del tempo che fa. Il tempo che fa lo notano tutti. E se in mezzo a questo tu riuscissi a infilarci una battuta degna, cui lei possa rispondere ridendo "Me fai taja'!", il più sarebbe fatto.
I dati di fatto delle nostre distinte personalità qui non contano un cazzo. Qui conta la circonferenza toracica, non certo quella del cervello. Ma a poco a poco maturi il sospetto che se ce l'hai più lungo, e se loro iniziano a sospettarlo, chiuderanno un occhio sul tuo bicipite non proprio adatto ad un altro cazzo di tribale.
"Non starai andando un po' troppo in là?", mi direte. Sono JD: vado sempre un po' troppo in là.
E così, mentre sceso dal tapis roulant mobiliti tutto il coraggio di cui hai bisogno per eseguire una "super-serie panca piana/panca a 45° per i pettorali", e mentre erroneamente cerchi un argomento meno banale dell'ultimo singolo di Gigi D'Alessio, entra in sala una splendida quarantenne con una tutina con su scritto "Bramami, Porco!", che ti saluta strizzandoti l'occhio. E al suo seguito c'è sua figlia, che di anni ne ha venti e di remore sessuali ancora meno. Un'autentica dinastia di fiche in formato "Dimensione Danza". Due grandissimi puttanoni, insomma.
E ti dimentichi dei glutei sullo step e inizi a fantasticare sulla bellezza sempre attuale della nobilissima pratica del "salto della triglia" (prima la mamma e poi la figlia). Nessuna sorpresa, allora, quando in quello stesso momento, e per tutto questo, i diciotto chili del bilanciere e i sessanta chili di dischi che vi hai infilato ti rovineranno sullo sterno, confermando a tutti, in primis alla tizia dello step e alla mamma con figlia, che sei rimasto il coglione, imbranato e segaiolo, di sempre.
Ora scusatemi. Scusatemi tutti. La stessa morte dovrà aspettare. Sono occupatissimo: sto "facendo i dorsali". Alla lat-machine.

18 gennaio 2009

E' il primo (ed è lungo)

Salve Johnny di Dio, dov'eri finito?
E' vero. Spesso son complicato e sotto pressione. Allora mi allontano. Non parlo in fretta o a bassa voce, né altre paturnie simili. Però scrivo piano. E poco. Diventando anche un po' socialmente incompetente. Per lo meno su internet.
Dunque: dov'ero? A cambiare abitudini, in un certo qual senso. La qual cosa pare che, salvando dall'essere coerenti, renda liberi e forti. Tanto per iniziare, ho molto "divanizzato" le mie seconde serate. Ho un capoccione grosso: dentro ci sta di tutto. E io ora lo sto riempiendo di serie televisive. Banale, lo so. House, per dire. Io non lo guardavo mai. Uno cadeva dalla bicicletta sbucciandosi un ginocchio, andava al pronto soccorso e si ritrovava con una tubercolosi mista a distacco della retina con annessa caduta delle palle. Una mannaia emotiva, per un ipocondriaco come me. Ora, invece, adoro Greg. Vogliamo poi parlare di Romanzo Criminale? Certe sere ho rinunciato allo sport per gustarmi il Dandy e il Freddo; (il Libanese no, sempre con quel ghigno da australopiteco). No, dico: vi rendete conto?
Quanto al resto, ormai lo sapete. Gli ultimi mesi sono stati una lunga trafila di atti decisivi e senza ritorno. Ci sono cose che mi pento di non aver fatto o concluso, lasciando Milano, e persone con cui ho il rimorso di non aver litigato di più, (in realtà ci sarebbero un paio di stronzi che dovrei guardare negli occhi), ma va bene così.
Sto cercando di vivere al meglio delle mie possibilità, dimenticando le mie incapacità. Non so se adesso la mia vita sia noiosa. Sicuramente è piena; a volte troppo. Regolata maniacalmente per una questione di necessità. Non che non scrivessi perché non avessi nulla da dire. E' che le cose a volte accadono. E tu devi starci dietro e adeguartici, pensando che poi troverai il tempo per descriverle e raccontarle. Prima di tutti, a te stesso.
Per dire, ho nuovamente cambiato lavoro. O meglio: rendo i miei stessi servigi ad un'altra multinazionale. Ho compiuto trent'anni in mezzo a una marea di cambiamenti. Non so se sia vero che il potere derivi dal diventare cambiamento, come ho letto da qualche parte. So che la mia personalissima misura del tedio si era clamorosamente impennata e io dovevo rimediare, cambiando tante cose e rinunciando ad altre, senza sentirmi vile per questo. E ora ho rimediato.
C'è l'amore. C'è la casa.Casa mia. Da non dividere con nessuno. Niente più peli pubici di origine incerta nel tuo bidet. E' una cosa a cui ti abitui piano, mentre continui a leggere libri su libri seduto sul tuo water. (In tema di libri: gli ultimi di Roth e Cappelli son fenomenali, così come "Revolutionary Road", mentre l'ultimo di Auster è una scrosciante cagata).
Credo solo di aver dato una base solida , un nuovo abito mentale, al mio comportamento. E quella base è la serenità. E forse è vero che senza inquietudine non scrivi. Posso solo dirvi che io non avevo tempo. Neanche per raccontarvi le non poche cose assurde (e quando mai...) capitatemi recentemente.
In fin dei conti, la serenità è anche questo: fottersene. Anche per uno così impegnato, nicotinizzato e testa di cazzo come me.
Non sono "un non più", per dirlo alla Roth, ecco. Son solo uno che sta cercando di far coabitare due cose semplici e fisiche come il cuore e il cazzo. E di avere una vita tranquilla, un po' "à la Tricarico". (A proposito di musica: i gargarismi di Giusy-erounacassiera-sonounamiracolata-Ferreri hanno davvero rotto i coglioni).
Per il resto, tutto uguale.
Son sempre quello per cui malattie e incidenti sono noie e soccombervi è debolezza. Si sa: son troppo testardo per morire.
Sono sempre quello che a cena dà del suo meglio. Quello a cui dalla bocca sgorgano frasi a effetto, mentre brani mitologici prendono forma e rapiscono e aneddoti appropriati lasciano il posto a epigrammi e citazioni solenni che meravigliano l'uditorio. Un gran cazzaro, insomma. E se il metodo dovesse funzionare troppo, se qualcuna iniziasse a diventare quasi uno specchio rispondendo in modo automatico e immediato a qualunque mia stronzata ridendo deliziata, aggrottando la fronte, annuendo, contemplandomi romanticamente, piangendo o infilando le proverbiali dita nella proverbiale ciocca di capelli...beh: ci sarebbe sempre la regola della sega. Quella è come i mocassini Tod's: intramontabile. Ché se inzuppassi anche questa rinuncia nel pietoso sentimentalismo, allora saresti uno stronzo poco credibile.
Dicevo: tutto uguale.
Son sempre quello che anche quando è fermo, anche quando è seduto, ha energia cinetica che gli spriza dai pori, energia che trasuda già solo dalla postura quasi rabbiosa. Pazzo iperattivo.
Son sempre quello che corre, nuota e fa palestra.
Quello che fa le pulizie di primavera. Ogni weekend però.
Quello che se capita che dorme da solo, la sega della buonanotte ancora se la tira.
Quello vanesio e narciso che continua a fare, allo specchio del bagno e a quello dell'ascensore, (solo dopo aver recitato qualche monologo a caso di Vito o Michael Corleone, però), la stessa, stupenda va da sé, faccia che fa fin da bambino. Quella faccia che nessun fotografo è mai riuscito a fissare perfettamente e che solo io son riuscito a catturare in qualche riuscito autoscatto andato ormai perduto.
Vedete? Quasi tutto uguale.
Solo avevo congedato, quasi proscritto, la tenerezza; per non sentirne la mancanza. Ora non la mostro a ogni pie' sospinto, ché sarebbe così déclassé, ma neanche la nascondo con vergogna.
Così è se mi pare. E non ho bisogno di un'altra opinione.

01 dicembre 2008

Io ancora non ci sto credendo

“You’re so charming, JD”
La frase risuona così, improvvisa. Mentre io son lì che le dico, seduto accanto a lei durante una sorta di cena di gala in uno dei ristoranti più cool di una romantica capitale europea, che le sue scarpe son veramente belle.
Lei è una mia collega. Tedesca. Teutonicamente bella. Una di quelle così belle che ti sentiresti di merda anche solo a farti le seghe pensandoci.
Insomma, un’erotica ed insana oscillazione fra una madonna e una che creerebbe erotismo ed attrazione anche solo con le parole.
“Charming”, dice. “Charming”. Mi ci balocco almeno trenta secondi, con quest’aggettivo. Questo mentre lei mi fissa con degli occhi che convertirebbero pure Elton John.
Ma perché son lì?
Perché sono in viaggio di lavoro. C’è una sorta di corso d’aggiornamento da sostenere, con colleghi di vari uffici europei.
C’è di tutto. Persino dei kazhaki. E poi russi, tedeschi, inglesi, francesi, svedesi.
O meglio.
Russe, tedesche…
E insomma, lei mi dice “You’re so charming” ed io potrei sciogliermi come la zuppa di patate, funghi, carote e cipolle che mi hanno servito spacciandomela per una prelibatezza locale.
“I only eat maccaroni”, ho risposto al cameriere.
Tsk, gli italiani: pizza, mandolino, spaghetti, mafia.
E io?
Io ho una disciplina che mi sono imposto.
E per quanto tu la disciplina possa imporla a te stesso ma non agli altri.
Per quanto faccia sempre e comunque piacere essere presi di mira dalla curiosità di una donna che prima che bellissima è anche molto interessante.
Per quanto soccombere a una tentazione può a volte comportare una piacevolissima ricompensa.
Per quanto il boomerang dell’attrazione erotica sia un qualcosa da cui è sempre piacevole farsi investire.
Beh, devo adottare “la soluzione senile: lasciar perdere”; (cit.).
In questi giorni all’estero, sto adottando la tattica del silenzio.
E non perché mi faccia difetto la conoscenza dell’inglese. Né sono un timido.
Ma perché.
Non voglio sedurre.
Se anche volessi, il mio punto di forza, (a parte l’indiscutibile figaggine, ça va sans dire), sarebbe il parlare. E l’inglese non mi offrirebbe lo stesso spettro di possibilità. E di cazzate.
E così vado esibendo parole e sincerità con parsimonia.
E nonostante questo, o forse proprio per questo, lei mi trova “so charming”. Faccio alzare il tizio accanto a me e ordino un Calvados doppio per la mia erezione, che si adagia tronfia sulla sedia.
Arrivano i colleghi maschi.
“Tonight you must come with us, ‘cause if there’s JD, then there are women”; mi dicono quelli che non mi odiano.
Mi accodo solo per bere altro Calvados e altro Macallan.
Ma a parte questo.
Nonostante la mia fluviale presunzione, son sempre stato molto ingenuo riguardo alle attenzioni delle donne verso di me.
Son sempre stato quello cui amiche di vecchia data confessavano: “Ho avuto per mesi una cotta per te ma tu non te ne sei mai accorto”. E io, magari, non avrei aspettato altro.
La tattica del “mettiglielo in mano che tanto non cade” è un qualcosa di terribilmente recente. Oltre che efficace.
Fino a poco tempo fa, se una ragazza “mi smerciava” per strada o in un locale, (“smerciare” è ufficialmente il più bel verbo romano fin qui appreso), non me ne accorgevo.
Ecco perché tutte queste attenzioni mi sembrano così strane.
La mattina dopo vado allo shop dell’albergo per comprare delle sigarette e la titolare, una ragazza con una maglia e una morale pericolosamente sbottonate, mi dice:
“What about a coffee or a drink after the closing?”
Ha delle tette che mi porterebbero a dire “Yeah!” anche se mi chiedesse di dare una spazzata nel negozio.
Io.
“No, I can’t”.
Lei ci rimane male. Il mio piccolo uomo pure.
Passo in reception per spedire delle cartoline a famigghia e amici stretti, (spedire cartoline è una di quelle cose che fa di me “un vero uomo del secolo scorso”), e la tizia, un’autoctona troppo bionda per essere vera, mi dice che ci sono messaggi per me.
Bigliettini per me da parte di alcune colleghe. Che si dicono gelose della tedesca. Hai capito, le kazhake? Non parlano ma agiscono.
Salgo in camera. Io non lo so cosa cazzo stia succedendo. Se è un fluido o il mio borsalino gessato blu o la mia classe che mi porta a privilegiare fazzoletti di stoffa a volgarissimi kleenex.
Però mi sento irripetibile. E so già che continuerò per mesi a sentirmi sempre e comunque irripetibile.
Rientro in aula canticchiando la prima versione di Yesterday: “Scrambled eggs, scrambled eggs: how I love your legs”, adattandola alle note di “Spider man” di Bublé. Immaginatevi l’effetto. Io canticchio e saltello. Loro, tutte loro, mi guardano estasiate. La teutonica mi sorride sorniona e guarda tutte con l’espressione “E’ mio”.
E’ stupendo e insano sentirsi conteso.
Erano anni che non sentivo per niente l’esigenza di correre: le endorfine son già troppe.
La sera successiva, la teutonica bussa alla porta e mi chiede di accompagnarla in camera sua.
“No, I can’t”, le dico.
Li mortacci miei.
Lei va via delusissima.
Io vado ad ammazzarmi di pippe per non correre il rischio di avere ripensamenti. Conterò quattro manicotti in meno di un’ora. I kleenex, per quanto volgari, diventano una risorsa scarsa, in camera mia.
Infine si riparte.
Da buon cazzaro, (o kazharo?), medio, le chiedo di farci una foto.
Non me la sarò scopata ma almeno potrò esibirla come un trofeo del torneo del “potrei ma non voglio”, che è la champions league per chi gareggia nel campionato del “vorrei ma non posso”.
Si riparte, dunque.
Aereo.
Una bionda. Un’altra. Col fidanzato. Mi sorride.
Giuro su dio. Mi sorride.
L’incantesimo sta continuando.
Io leggo.
Scendiamo.
Siamo sul nastro che ci trasporterà al ritiro bagagli.
Loro due sono immediatamente dietro me e il mio collega. Prima che il nastro finisca, lei dice al tizio di proseguire pure a ritirare i bagagli ché lei andrà un secondo in bagno.
Cornelio si allontana. Lei mi prende una manica del cappotto e mi trascina in bagno. Letteralmente. Io la seguo: incuriosito e basito. Si ferma sull’uscio e si presenta. Mi mette una mano sulle tette e mi chiede di “accompagnarla” in bagno; tutto questo dopo avermi specificato che quello lì è il suo fidanzato “so boring”.
Io ho la mano destra sulle sue tette, il collega italiano che si gusta la scena e un sacco di incredulità addosso.
“You’re so funny and crazy. Really funny and crazy. But sorry: I can’t”.
Collega italiano, allibito: “Non è che le chiederesti se per lei sarebbe lo stesso se me la scopassi io?”.
Arrivo ai bagagli e saddio perché Cornelio attacca pure bottone.
Crazy and funny arriva e si unisce, comesenullafosse, al cicaleccio.
LEI viene a prendermi.
“Avevo carestia del tuo sorriso” le dico citando Neruda o Machado e pensando di essermi guadagnato tanta innocenza.
Poi le racconto tutto.
E LEI è quasi contenta, persino orgogliosa.
Due minuti dopo le stanno girando vorticosamente i coglioni.
“A Natale ti regalo una fede enorme, vistosissima, kitsch!”
“Ma amore: non lo sai che la fede è il più grosso anello acchiappafica?”

26 novembre 2008

Intermezzo

Ok, lo ammetto.
Coerente con la mia politica di incoerenza, ho guardato, svaccato con birra analcolica (ho fatto una pessima fine, lo so) e Pringles, l'ultima puntata dell'Isola dei Famosi.
Non ho commenti da fare.
Che avrebbe vinto la donna che piscia in piedi non v'erano dubbi.
Ma.
Ci son cose che mi mandano fuori dalla grazia di Dio. Cose che mi fanno pregare Santa Eufrasia, protettrice dei frenetici.
Cose che mi fanno crescere ancora più magro e cattivo.
Il video riassuntivo delle loro peripezie. Potete montarlo e trasmetterlo. Con le colonne sonore più improbabili. Sarà abbastanza commovente da renderne improbabilmente eroici i protagonisti agli occhi dei focomelici mentali, me compreso, che lo stanno guardando.
Però perdio.
Non potete utilizzare come soundtrack per l'agiografia catodica di quel cumulo di capelli paglia e fieno che risponde al nome VladimirO la terzultima canzone dell'ultimo album pubblicato dai Beatles. E cioè "The long and winding road".
Non potete. Non si fa.
Sogno un mondo in cui la conduttrice di quel programma finisce naufraga all'Isola. Per rimanervi. Insieme a chi ha montato quel video.
Amen.

13 novembre 2008

"I tempi sono sconnessi" (*)

Il dossier dei miei sentimenti, la geografia di tutto quello che mi passa e mi è passato per la testa, la gestione del magazzino interiore di cui parla Hornby insomma, è sempre stata per me una questione un po' complicata. E confusa.
Non foss'altro perché son sempre stato abituato a valutare tutto, anche le vicissitudini e gli altri, riferito a me ed al mio smodato egocentrismo; deformando quindi l'oggetto di disamina. E poi perché non son mai riuscito a dare il nome giusto alle sensazioni.
O forse è vero che, col passare del tempo, dai nomi diversi alle stesse cose. E quello che una volta ti suscitava noia e quasi ribrezzo, tutt'a un tratto è diventato appagante perché a lento rilascio di serenità.
E così tutto è rivoluzionato.
E mentre non capisci se sei felice o se stai passando il tempo a convincerti di esserlo, perché per tutti sembra essere questo l'obiettivo primario: la felicità, scopri che in fin dei conti è la serenità la parola chiave.
Ho sempre pensato che la cosa migliore che potesse capitarmi fosse l'instabilità. L'insicurezza. Il piombare in un abisso di ignominia fatto di stravizi, imprese rischiose di cui abbuffarsi, instabilità affettiva e sessuale, difficoltà come stimolo enorme. Era questa la felicità. Era la leggerezza calviniana; leggerezza ché fa caldo. Era essere interessante e in gamba e ambigui per potersi poi sentire in diritto di schiantare altre vite, soprattutto di donne. Era parlare con "divagazioni e considerazioni tecnicamente perfette, espresse con la voce notturna di un vecchio presentatore della radio" per vedere l'effetto che faceva. Almeno in termini di altri materassi su cui sdraiarsi. E di altre "maleducate da scortico" con cui trastullarsi. Era questa la felicità. Era rabbia come stimolante. Era rabbia per sentirsi integri sapendo che non esistono uomini integri. Era cercare di essere affiscinante il prima e il più possibile. Era non guardarsi indietro e tanti cazzi tutto il resto, tanto c'erano rimozione, compromesso e camuffamento. E nessuna coscienza. Era un io enorme e difendibile come centro della propria esistenza. Da ampliare sempre più, fino a coprire anche gli altri. Assalendo la vita.
E adesso?
Adesso è tutto diverso. E non rinnego nulla. Anzi: dio mi benedica per tutte le cazzate che ho fatto. Ho fatto quello che ho fatto.
Adesso è diverso. Adesso ha fatto capolino la serenità. E mi son reso conto di come sia molto più importante. E serenità è guardarla e pensare che non deve capitarle nulla a meno che non capiti anche a te. Serenità è, per la prima volta, identificarsi ed essere identificati dal contegno e non più dagli scatti di ira. Né dalla bramosia.
E' guardarla e ritrovarsi a "recitare" Philip Roth: "Penserò a te fino alla morte. Penserò a te mentre muoio". Magari mentre fa l'ennesima cazzata domestica che turba la tua cazzo di casalinghitudine.
Adesso serenità è prendere un taxi e raggiungere degli amici senza programmi belligeranti ma per il puro gusto di stare insieme; magari regalandosi libri e tacciandosi, per questo, di essere finocchi in fieri. Rimediando, nel contempo, sbirciando culi che passeggiano. Felicità è invece dir loro di venire con te al bar sotto casa tua "che fa cornetti da diabete purissimo" e veder poi loro, prima dubbiosi, che se ne scofanano due a testa alla media di due morsi per ognuno.
Serenità è guardare la partita a casa con una pizza, tre birre e un'attesa del novantesimo che ti schianta. Felicità è saltare e urlare e buttarsi schiena a terra piangendo quando Alex ti regala la sua ennesima parabola perfetta e tu pensi "Cazzo se non è arte anche questa", mentre gli altri chiamano un dottore per paura di un tuo prossimo colpo apoplettico.
Serenità è serenamente educarsi alla disciplina della rinuncia: flirta quanto cazzo ti pare ma il letto tu lo dividi solo con lei. Felicità è essere a una festa di amici, con un'amica di LEI, gnocca sesquipedale, che ti dice "Oggi ho rivisto Casino Royale e vedendo Craig ho pensato in continuazione a te". Con le amiche che annuiscono e tu che ti senti un dio dorato. Felicità è, appunto, continuare a essere vanesio mandando messaggi a Ste e dicendogli "Metti su Sky Cinema 1 ché ci sono io", quando c'è qualche altro film con Daniel Craig, con lui che ti risponde "tu sei mentalmente disturbato".
Serenità è riuscire a sostenere una cena affollata a casa tua, silenziosamente raccogliendo bicchieri e piatti vuoti appena vengono posati e senza che nessuno se ne accorga. Felicità è sapere che ci sono almeno due persone che non ti trovano un malato per questo.
Forse "i tempi sono sconnessi".
Forse è tutta una rivoluzione.
Io però so che, nonostante tutti questi cambiamenti, le mie parole e il mio cazzo son rimasti, ancora, le parti migliori di me.


(*) Amleto: Atto I, scena V.

07 novembre 2008

"De che stamo a parla'?"

In fin dei conti, scrivere su un blog a cosa cazzo vuoi che serva? Diciamocela tutta: perché scrivere? Cui prodest? C'è davvero bisogno di sentire le ultime, ennesime, inutili cronache di niente? Gli ennesimi reportage da cupe voragini di nulla?
Perché scrivere?
Perché sei stanco di fare comunella con le seghe, giusto? Perché sei sfigato e rivendichi attenzione, giusto? Tanto meglio se da parte delle donne, giusto?
Lo fai per "riuscire a fare i maccheroni al dente", giusto? Trovare delle mani che ti ravanino nelle mutande e che non siano le tue, giusto? Qualche corpo multicurve di autentica bellezza, giusto?
Non ci sarebbe nulla di male, eh!?! L'ho fatto anch'io. E con profitto.
O vuoi creare un personaggio e ti serve della corroborante scrittura che ne alimenti il timore reverenziale? Sei il classico "piccolo nessuno che vuole lasciare il suo piccolo segno"? Uno che vuole aggiungere la speranza al voluminoso dossier delle sue sfighe?
E poi: aprire un blog, non dirlo ai conoscenti, sentirsi parte di qualcosa di grande solo perché, come altri, custodi di un segreto di cui magari non fregherebbe un cazzo a nessuno. Perché avere a che fare con qualcosa che possa essere scoperto crea ambiguità. E l'ambiguità sottintende il mistero e il fascino. Che è tutto quello di cui avresti bisogno ora che i tabloid nelle rastrelliere e sui tavolini del barbiere non ti bastano più. O son troppo appiccicosi.
E' così, fidati. E' dalle conclusioni, (aver scritto su un blog per qualche anno), che elaboro queste premesse. Prima magari non erano chiare neanche a me: esibizionismo e priapismo offuscavano tutto.
Ora mi è chiaro. Le ambizioni letterarie, il credere di avere uno stile. Grosse cazzate. Tu col blog cerchi fica. Il blog serve per ammantarti di promesse e dettagli inutili. Per darti un tono. Per non far capire che a te della sua eventuale profondità non te ne frega un cazzo. Per te potrebbe anche firmare con una X.
E fidati: sarebbe meglio ammettere questo che continuare a sostenere che gli oceani di effimero con cui imbratti lo schermo, (a meno che non si tratti di liberatori cumshot), siano letteratura. O peggio: informazione. (Ne avrò visti e letti attentamente un paio o poco più, di blog che facciano informazione. Il resto è boria stantìa. Di quelli che fanno i geek, o come cazzo si dice, e si fotografano le scrivanie con sei portatili, quindici cellulari, trenta ipod e cinque iphone manco mi occupo. Quelli sono già "terminati").
Ed è inutile, allora, cercare di dare un senso di cadenza narrativa alla tua insignificante vita e alle tue demenziali "twittate" (si dice così?). Per quanto tu voglia rendere complessa la tristezza derivante dal non avere una connessione potente o dal sentirti mortalmente depresso, l'unico triste e sfigato e soprattutto poco interessante sei tu. E se non lo fossi, beh: chi cazzo te lo fa fare? Scrivere e scrivere bene. Riuscire a rendere bene come personaggio. Dare una certa regolarità alle tue vicende nonché ai loro aggiornamenti. Chiaramente producendoli in una forma che sia sempre, e sempre più, accattivante. Rovistare nella propria spesso sprecata esistenza alla ricerca di aneddoti gustosi e zeppi di particolari e di divagazioni e considerazioni tecnicamente perfette. Ritagliarsi una platea fedele. Proseguire con il recital. Farsi piacere le cose che devono piacere. Non badare al fatto che tutto questo possa "non essere scrivere, ma battere a macchina". Far credere di essere colti e profondi pur avendo letto qualcosa di tutto ma mai tutto di qualcosa. Scrivere e aggiornare twitter e friendfeed e tutte quelle altre diavolerie da mentalmente disturbati che io non nascondo di seguire con ingordigia; in alcuni casi. (E' un po' come i programmi della de filippi: così stupidi da essere magnetici, la disgraziata e per fortuna rara volta che ti ci imbatti). Scrivere sapendo che spesso le parole hanno più significati e vanno in tante, troppe direzioni e possono essere interpretate in troppi modi. Così tutte, badando ai segnali che tu avrai trasmesso, si faranno una loro idea giusta di te ma tutte queste idee saranno sbagliate. A te, però, non te ne fregherà un cazzo: intanto le tue parole, se ci avrai saputo fare, saranno state come una rete: avran raccolto di tutto. E tu potrai selezionare.
Con le mail. Le "chattate" in msn. Qualche foto. Sperando siano abbastanza "spigliate" da mandartene.
Tendenzialmente, se te ne mandano sei in una botte di ferro: han già deciso di dartela. Non c'è il pericolo che "dal vivo", una volta visto il tuo fisico sgraziato e la tua faccia da nerd, ti mandino a cagare rose dalla delusione.
Tu, però: tu sì che potrai rimanere deluso.
E allora mi domando, nuovamente:chi cazzo te lo fa fare?
Cerchi passera? Bene: ambizione comprensibilissima; per carità. E allora non mantecarci i coglioni con le tue cazzate. E se ti han detto che chiunque può scrivere e aprire un blog, ti han detto una cazzata. Perché ci vorrebbe una cazzo di selezione all'ingresso. Di quelle fatte bene.
Apri un account su facebook. Lì nessuno può mentire. Nemmeno tu. Nessuno è ipocrita. Son tutti voyeur come me e te. E tutti tendenzialmente arrapati. Usa il fenomenale strumento "persone che potresti conoscere", ultimo regalo conosciuto del nostro Signore, e cerca qualche bella gnocchetta. Sicuramente avrà un cazzo di album, fra le sue foto, che si intitoli "Mykonos 2008" o "Sardegna quanta fregna". Lì potrai vederla in costume e farti un'idea. O magari potresti consultare il parco-contatti di qualche tuo caro amico e vedere se c'è qualcuna che ti garba. E' vero: qua non potrai fare scherzi né creare misteri. Non c'è possibilità di fregarsi: vige la reciprocità.
Ma vuoi mettere la fatica che ti sarai risparmiato nel poter andare a colpo sicuro, senza dover stare invece a coltivarti tutte le scassacazzi che ti scrivono sul blog sperando che almeno una di loro sia gnocca?

Post Scriptum: è ovvio come tale discorso valga anche per LE blogger. E anche per il sottoscritto, per certi versi.

PPS: sì, lo so: ho scoperto l'acqua calda. Siete GIA' tutti su facebook. Ma siete ancora troppi qui. E sì: chi mi credo di essere?

09 ottobre 2008

Io, tu e le rose

Come è ormai noto ai più, la vecchia, bolsa e rassicurante immagine "Due cuori e una capanna" si è "evoluta" nel meno romantico concetto "due cuori e una caparra".
E Ikea.
Non si scappa. E' come il battesimo e la prima comunione. Come la prima pippa pensando a Edwige Fenech.
Prima o poi decidi di fare le cose seriamente. Poi decidi di andare a convivere. E oplà: ti toccherà la domenica col villaggio. Non ci sono cazzi.
Io non ero mai stato in un centro commerciale. Le camicie oviesse mal si accordano col mio profilo altero. Senza contare la mia avversione per la gente e le folle in transumanza.
Il solito arrogante bastardo.
Questa volta non potevo sottrarmi. E dato che a volte l'unico modo per scoprire che sei pronto è che quando devi esserlo lo sei, a 'sto giro ho evitato proteste e giustificazioni.
Sabato sera. Quattro del mattino.
"Amore, domani sveglia alle otto e alle nove e mezza in viaggio?"
Sento flettersi i muscoli della mia pazienza, soffoco un urlo e annuisco.
"Certo, amore!".
Il giorno dopo, alle otto, io sono sveglio. LEI no. Partiamo a mezzogiorno.
Arriviamo e troviamo una fiumana di persone dedite all'impazzimento collettivo fra carrelli, sacchetti e troppe macchine per pochissimi parcheggi.
"Chi vuole morire per primo?", penso.
All'ingresso ci sono quegli enormi sacchi gialli con manico blu. Enormi e bruttissimi. LEI ne prende tre.
Iniziamo a girovagare fra i reparti. E' incredibile come, per una donna, cose di cui tu ignoravi l'esistenza e soprattutto l'utilità, diventino magicamente necessarie. Fondamentali.
Mentre lei riempie quattro sacchi gialli di qualunque oggetto le capiti a portata di mano, compreso uno scopino del cesso verde "perché sta bene col colore delle piastrelle", io decido di soffrire in silenzio, perché è soffrendo che capirai qualunque cosa. In silenzio. Ammirando però, nel contempo, il discreto festival della sorca intento a raccattar mercanzia.
A proposito: ma è una mia impressione o a Roma hanno quasi tutte le tette grosse? Chebbello.
E così.
Dopo una pausa sigaretta nell'area fumatori, un cubicolo di tre metri quadri simile a una gabbia di vetro da cui ti tutti ti guardano e additano manco tu fossi un appestato, dopo una pausa pranzo a base di polpette svedesi e di una serie di pietanze tipicamente svedesi e tipicamente di merda, riprendiamo il nostro giro.
E' incredibile come ci si senta portati a comprare tutte quelle cagate con nomi impronunciabili e del cazzo e con prezzi infimi. Per un po' mi faccio prendere la mano anch'io. Poi. Finalmente. Dopo due mobili caricati sul carrello grande. La cassa.
Mi ritrovo con uno scontrino chilometrico e seicento euro in meno. Non costava tutto sui dieci euro? Provo a controllare lo scontrino, ma al terzo "Belsa" o "Besta" o "Ektorp" mi arrendo.
Verso l'uscita, mentre trascino un carrello piccolo e quello per i mobili, una demente priva di contegno in compagnia di un umanoide suo simile mi entra letteralmente nelle gambe col suo carrello. Quasi vuoto, a parte due mestoli. Questi han deciso di farsi la passeggiata domenicale andando all'Ikea. Poi dice che non ci vorrebbe l'estinzione.
Mi giro. LEI mi tiene il braccio. Con aria pacata dico "Faccia attenzione la prossima volta...". E sorrido.
"...Troia!", sibilo girandomi.
Sono sul tapis roulant all'uscita e sediovuole è finita. Alla fine del tapis un istante di splendido stupore.
Il carrello coi mobili si incastra ma il rullo continua a scorrere. E così la gente su di esso.
Risultato.
Io riesco subito a far leva sul carrello incastrato e a sollevarmi e saltarlo. La vecchia dietro di me no.
Per la precisione.
La vecchia si cappotta e finisce di faccia sul mio cartone dei mobili. Sento distintamente il tonfo e il rumore della sua faccia che batte. E inoltre. Il suo piede è rimasto incastrato nel binario. Il marito glielo toglie, mentre io sollevo il carrello e lo sposto a mani nude. L'ernia è un concetto oramai a me familiare.
"Mi sono appena operata al piede e per poco non lo perdo per colpa sua", urla l'ottuagenaria.
La demente di prima mi passa accanto ridacchiando, poi mi si ferma di fronte e: "Visto? Questo è il karma!". E prosegue.
Maccristodiundio. Il karma? Il karma?
"E questa cosa sarebbe? La stronzata delle venti e quaranta?".
Si gira l'imbecille al suo fianco: "Prima ti sei girato a guardarci male mentre noi non ti stavamo pensando proprio. Ora il karma ti ha punito. Così impari".
E ride. Ride, anche.
Ora.
Le risse sono una questione odiosamente affascinante, per me. E normalmente non sprecherei parole laddove le azioni sarebbero più efficaci.
Ma LEI ha ripreso a tenermi il braccio. O meglio. Me lo sta artigliando.
Così rinuncio a giostrare fisicamente col tizio. Ma non verbalmente.
"Il karma, eh? Sparisci, coglione! E drogati meglio, perdio!", gli urlo.
LEI ride. Ride pure LEI.
Torniamo a casa e mi metto a montar tutto e a ultimare il trasloco. Dopo avere anche portato alcuni mobili a mano per nove piani causa ascensore troppo piccolo, finirò alle cinque e mezza del mattino dopo. Per poi riprendere alle nove e mezza della stessa mattinata e andare avanti fino alle tre della notte successiva per ultimare anche le pulizie. Per poi svegliarmi alle sette il giorno dopo e andare a lavorare. Per poi tornare alle diciannove e andare in palestra.
E ancora non ho smaltito l'incazzatura.

02 ottobre 2008

Ehm

Sto uscendo dalla banca.
Sto scrutinando la mia solitudine. La mia attuale situazione. L'ago della bilancia si è come atrofizzato: ultimamente ho solo doveri e pensieri. La classica situazione in cui speri nel meglio ma non smetti di aspettarti il peggio.
Sto uscendo dalla banca.
Un'impiegata piastrellata di adipe e buccia d'arancia mi ha fatto penare una settimana per consegnarmi il nuovo bancomat. L'aveva dimenticato nel cassetto.
"Dotto', so' tornata da poco dalle ferie e ancora mi devo ripija'. Può capitare, no?"
Quando mi sono accorto che ogni centimetro cubo, e son tanti, del corpo sgraziato di 'sta qua è ripieno di idiozia, ho abbozzato. D'altra parte, solo portarla fuori e spararle in fronte avrebbe potuto essere una soluzione.
Ho abbozzato e sono andato a un altro sportello e ho pagato bollettini per svariate migliaia di euro per affitto, mobili, cauzioni e diosolosacosaltro.
Non ho idea di come potessi avere tutti 'sti soldi, anche visto e considerato che le dinamiche delinquenziali mi son sempre state estranee. Sì, vabbe': a parte gli scherzi telefonici notturni.
Sto uscendo dalla banca e le mie spalle saranno pure larghe ma sono tutte intossicate.
Veleno allo stato puro. Una cosa divertente, insomma. Da ammirare.
Sono uscito dalla banca.
E, peraltro, e nonostante l'alcool sia un gran dono di Dio, sto affrontando i postumi della madre di tutte le sbronze. Ho mal di testa, mal di stomaco, mal d'auto anche. In pratica, sto una merda.
E inoltre.
Mi aspetta una riunione lavorativa "di vitale importanza". E il perfetto stato di furia mentale e professionale che mi servirebbe per affrontarla mi è estraneo.
Se fossi stato più debole, avrei già tentato un paio di volte il suicidio.
D'altra parte, penso, non posso certo vivere in uno stato di collera perenne. E decido di calmarmi. E lo faccio pensando a chi sta peggio di me. Nella fattispecie, una mia vecchia zia. Sul serio. Inizio a pensare ad una mia vecchia zia.
Circa dieci anni fa ha festeggiato i novanta. E dato che per gli ultranovantenni vale la regola dei cani (un anno umano = sette anni canini), mia zia in questo momento credo stia veleggiando verso i centocinquanta. Non riconosce più nessuno, nemmeno i figli. Nessuno tranne me. Saddio perché. E così, chiacchierando con me tempo fa, da buona rincoglionita non era riuscita a trattenere un rutto. E mi aveva ruttato in faccia. E il rutto aveva un odore strano. E quando le avevo chiesto cosa avesse mangiato, "Formaggino! Buonissimo!", mi aveva detto. Brandendo in mano una scatola di Leocrema. Vuota.
Penso a questo e rido. In fondo le cose non vanno poi così male. E se andassero così male, vorrebbe dire che starebbero per andar meglio.
Mentre penso a tutto questo, rispondo al telefono.
Chiudo e sento un odore strano. Un altro. Un odore un po' ributtante, in effetti.
Un piccione ha cagato sulla manica del mio abito.
Peraltro, proprio sul braccio con cui tenevo il cellulare. E così, riponendolo nella tasca interna dell'abito, il cellulare intendo, ho lasciato un'insalata russa a base di merda di piccione su tutto l'abito.
Ché, inutile dirlo, il volatile in questione doveva avere un intestino mooolto capiente.
Ero nei dintorni del settimo cielo. Ora mi trattengo nei dintorni di Dio, ma per rinfrescare la giornata con un bestemmione molto epico e per niente gioviale, cosa che mi pare, a questo punto, NECESSARIA.
Perché la cagata addosso di un piccione è come la scritta "Stronzo chi legge": ci caschi sempre. E non puoi farci un cazzo.
Sono uscito dalla banca e dovrò andare a questa riunione con questa mia nuova amica delle ore liete. Maleolente perdippiù.
Mentre impreco nel mio dialetto d'origine, ché io come tutti i terroni quando mi incazzo sul serio ricorro all'idioma natìo, entro in un bar e mi rifugio in bagno. Armeggio con carta igienica e sapone, e mi ritrovo con la manica della giacca zebrata: strisce marrone-merda alternate a strisce bianche, come bianchi sono i pelucchi della carta igienica.
Mi sentivo un fico. Ora mi sento un perfetto imbecille. Ora sono diventato uno qualsiasi. Un qualsiasi coglione.
Passo da un ferramenta e compro della fodera d'acciaio per il mio stomaco.
Mi presento alla riunione e saluto tutti col braccio girato verso l'interno in una posizione innaturale, con la speranza che non vedano tutto lo schifo. Sembro un contorsionista. O un idiota.
Giostro verbalmente co' 'sti tizi e, mentre spero che non si accorgano di nulla, proseguo il mio recital a base di sicurezza e professionalità.
Poi, un tizio presente:
" 'Sti piccioni sono proprio un problema, eh?".
E lì mi rendo conto che il meglio delle mie capacità oratorie mi ha abbandonato.
"Quella fu l'ultima volta che mi suicidai". (cit.)

14 settembre 2008

"Raccontare una storia vera ti ci riporta dentro" (Part II)

(Questa, poi, sarà vera?)
(Cosa conta, inoltre, in una storia? Andamento della narrazione o accuratezza dei dettagli?)
Questa morte che era stata tanti silenziosi puntini di sospensione, con annesso pollicione in bocca, alla fine di un monologo sconclusionato a base di superalcolici e miscugli vari, mi rendeva la giornata meno tranquilla e stravolgeva i miei programmi. Era come lavarsele in una vasca piena di piranhas. In sostanza: una tritata di palle.
- Calma, nonna: puoi dirmi che cosa ti han detto? -
- Mi han detto che cercavano il sig. Durelli. E io gli ho detto che avrebbero potuto trovarlo al cimitero. Allora mi han detto che cercavano mio nipote. -
- E tu? -
- E io gli ho detto che non ho nipoti. Poi si sono arrabbiati e gli ho dovuto dare il tuo numero. -
Praticamente.
Questi qui han visto il mio documento e poi hanno cercato il mio nome e cognome sull'elenco telefonico del mio paese. Hanno trovato il numero del mio defunto nonno e han chiamato a casa sua. Gli ha risposto mia nonna, ultraottantenne e con problemi di cuore, e gli han detto che il nipote potrebbe essere coinvolto in un omicidio. Dei geni.
- Nonna, stai tranquilla: vogliono solo verificare dei dettagli. Quel tizio viaggiava con me in treno ed è morto nel sonno. -
- Johnny, diglielo a nonna tua: che hai fatto? L'hai picchiato? Sei stato tu? A me lo puoi dire: non glielo dico a nessuno. -
- Perdio, nonna: non ho fatto niente. -
- Comunque: sta per chiamarti tuo padre. -
Riattacco e lancio berci di disperazione.
Driiin.
- Sono mamma. Tuo padre è lì che bestemmia. Ah, eccolo: te lo passo. -
Mia madre non si scompone mai. Il figlio potrebbe finire in galera e lei si preoccupa del ragù. Non so come faccia, Cristo santo.
Arriva il Don, con la sua voce segnata dalla vernice del tempo. E pure parecchio incazzata.
- Possibile che tu faccia sempre cazzate? -
- Pa', io non ho fatto nulla, davvero. -
- Tu non fai mai nulla, perlamadonna. Comunque: vai a parlare co' 'sti qua. Io intanto chiamo l'avvocato. -
- Ma guarda che non serve alcun avvocato... -
- Sì certo, come no. Sistemiamo 'sta cosa e tu dopo vedi di laurearti e di non fare altre puttanate, ché non ho ancora pranzato. -
Infine.
Le forze dell'ordine. Mi chiamano e mi dicono quello che mi aspetto: si tratterebbe di verificare solo alcuni dettagli. "Anche per escludere del tutto si tratti di omicidio."
Si tratta ovviamente di una procedura di routine ma la frase finale in effetti è confortante. E non basterebbe tutta la mia immaginazione a ipotizzare una realtà del genere. Il mondo è proprio una puttana.
Mi faccio coraggio e vado.
Arrivo lì e mi fan sedere e snocciolare la storia.
Estratti.
- Camminava sempre scalzo. Poi si è infilato gli stivali e si è messo a dormire. -
- Se li è infilati lui o lo ha costretto lei ad infilarseli perché non sopportava l'olezzo dei piedi della vittima? Magari dopo una colluttazione... -
E qui le parole mi abbandonano. A parte lo sforzo sovrumano per non apparire un idiota, mi rendo conto che la mia solita verve non mi servirà a molto.
Perdippiù, continuare a chiamarlo vittima non è che aiuti le mie sicurezze.
Ok, ok: calmo, JD. Stan solo facendo il loro lavoro. C'è un tizio che è crepato in un treno e loro devono accertarsi che non sia successo nulla di strano. Nulla di strano a parte che è morto in treno di fianco a te. Calmo, JD: è solo una procedura di routine.
- Prima di dormire si è tolto il giubbino e ha chiuso il finestrino. Ho aspettato che si addormentasse e l'ho riaperto. -
- E anche qui, magari, una colluttazione, eh? -
Evidentemente certi concetti fanno fatica a viaggiare. Anzi: fan fatica anche ad arrivare dall'altra parte di una scrivania.
- Colluttazione? Scusi, eh? L'avete visto? Era due metri per due! Secondo lei potevo essere così matto da cercare una colluttazione con quell'armadio? -
- Va bene, va bene. Mi ripeta tutta la storia. -
- Come, scusi? Io dovrei andare a consegnare la mia tesi di laurea... -
- Sì, va bene: la laurea...Lei intanto mi ripeta tutto daccapo. -
E qua mi rendo conto che ci vorrebbe tantissima pazienza. Qua avrei bisogno della bontà di Dio, per sopportare tutto ciò.
Mentre vado avanti nello spiattellare il poema in morte di quel grassone, al tizio che mi interroga consegnano una busta trovata nel bagaglio della "vittima".
- Ah, ecco: anfetamine...tranquillanti...antidepressivi...ansiolitici... -
E va avanti: trova anche un bel po' di stupefacenti.
(Sia lodato Gesù Cristo).
Frattanto, Dio si materializza e manda lì un altro viaggiatore che vuole testimoniare volontariamente e che, fatto accomodare, conferma la mia versione. Era il marito di una di quelle a cui l'obeso ha toccato culo e tette. Si vede che è ancora incazzato.
(Sempre sia lodato).
Colui che mi interroga, mi fissa.
- Beh, da quello che mi dite entrambi si può trarre solo una conclusione. E' evidente che costui era un balordo. Senza contare che tutte le sostanze che ha ingurgitato non gli avran fatto molto bene. Sicuramente ora gli esami medici confermeranno il tutto. Può andare, Sig. Durelli. Vada pure a consegnare la sua tesi. -
- Grazie, eh... -
(Amen).
- A proposito! Forse abbiamo esagerato con sua nonna. -
- Tolga pure il forse. -
La sera, a letto. Al telefono con la famigghia.
Il Don.
- Cinquantotto milioni. Cinquantotto milioni. Sono gli abitanti dell'Italia. Quante probabilità c'erano che incontrassi quel tizio e che lui ti morisse davanti? Quante? Eh? Quante? -
- Papà: non lo so. -
- Appunto! -
- Nonna si è calmata? -
- Macché? Sta ancora piangendo. Ormai si è convinta di avere un nipote assassino. Si sta sfogando col marito, adesso. -
Marito che è morto tre anni prima.
Appunto.
Da grande voglio morire in un letto. Da solo. Senza rompere i coglioni a nessuno.

06 settembre 2008

"Non credo ancora in Dio ma continuo a credere in Michael Corleone"

Sto cercando di non perdonarlo, il Tempo.
30, perdio.
Trenta.
Trent'anni. Come un donnaiolo all'età del crollo.
Trent'anni che ho messo piede in questo mondo. E ancora non ho messo ordine.
Però mi sento ancora una splendida puttana. Sempre più intossicata. E sempre più puttana. E con un ego imperiale. E tanti amici con cui mettersi nei casini.
Però.
Trenta.
Perdio.
Oggi, e spero solo oggi, mi terrà a galla la rabbia.

27 agosto 2008

"Raccontare una storia vera ti ci riporta dentro"

(Questa sarà vera?)
Sono in stazione. Sto per partire per Milano. Ho appena passato un weekend di pura gloria. Ho mostrato alla famigghia la tesi di laurea, che consegnerò la mattina dopo in segreteria.
La pagina dei ringraziamenti li ha davvero commossi tutti. Anche perché dell'argomento della tesi dubito che qualcuno, me per primo, ne capisse un cazzo. E insieme alle lacrime e alle pacche sulle spalle, sono arrivati copiosi anche fasci di banconote.
Nel tragitto verso la stazione il DON è stato insolitamente loquace. Addirittura, sorrideva.
Prologo: in anni e anni di andate e ritorni da stazioni e aeroporti, il DON ha sempre mantenuto un ostinato e ostentato mutismo. Mutismo interrotto allorquando, protendendomi la mano colma di soldi, mi diceva: "Studia, stai attento, non fare troppe cazzate e non metterne incinta nessuna".
A 'sto giro, invece, è allegro. Forse perché pensa, beato ingenuo, che con la mia laurea finirà il suo dissanguarsi.
Si rabbuia solo quando salgo sul treno e vede in che scompartimento son finito con la mia prenotazione. Va detto che fa un freddo cane, anche se è marzo, e che a dirla tutta nevica. E parecchio. Quindi non mi sorprende il fatto che il DON sogguardi il tizio, l'unico, con me nello scompartimento, e sbuffi e agiti la testa. Perché il tizio in questione, mentre il mondo gira in cappotto e si alita nelle mani per cercare un po' di tepore, ha addosso solo una polo fred perry e un jeans.
Il treno parte. Mio padre rimane sulla banchina a sbuffare ed agitare la testa.
- Buonasera! Siam solo io e lei? -
- Buonasera! No, prima c'era altra gente. Però li ho mandati tutti affanculo, perché erano maleducati. -
Ah, ecco.
La sua alitata di alcool è tutta un programma. E poi noto con piacere che gira senza scarpe. Con un paio di calzettoni bianchi. Di spugna. Luridi. Ha un che di specificamente viscido, quest'uomo. Il mio stomaco si flette e si comprime.
Mentre blatera di avventure da peones e fuma una sigaretta via l'altra, inizia a molestare platealmente le donne degli altri scompartimenti. Pacche sul culo, dita fra le tette e complimenti abbastanza espliciti. Prima ancora che io me ne renda conto, è già scoppiata una rissa. Di quelle serie. Il tizio si sente a suo agio, anche perché è alto due metri e peserà davvero tanto. Non so come, riesco a dividerli e a riportare l'armadio nel nostro scompartimento.
Non è insomma, costui, il classico bestione dentro cui c'è un benefattore che scalpita per venire fuori. Non è un burbero dal cuore d'oro. E' proprio uno stronzo. Un grosso, grossissimo stronzo, perdippiù.
Mi si accosta e riesce solo a dirmi: - Mi scusi, eh, ma sono completamente fatto e ubriaco. Pensi che ho da poco vomitato in bagno. Venga a vedere! -
E mi trascina di forza in bagno mostrandomi i suoi succhi gastrointestinali.
Quello che era il mio personale paradiso, il mio weekend a casa, inizia a diventare un posto decisamente nuvoloso. E sento che fra un po' mi estrarranno il fegato. E senza anestesia.
Provo a parlare al barlume cerebrale che è in lui e a dirgli che è il caso che si calmi e che se ne stia buono. Ma questo è troppo andato per avere un punto di vista e gli ultimi neuroni li ha finiti dopo essersi sfilato le scarpe.
Intanto, seduto, continua a tracannare birre e a fumare ossessivamente. E a parlare al telefono. Cioè, a bestemmia e urlare. Ovviamente, dall'altra parte del telefono non c'è nessuno. E beve e fuma. E' incredibile, e mi rendo conto che probabilmente se nessuno lo fermasse sarebbe in grado di andare avanti così fino a morire. La pazzia sarà anche un evento poderoso e autentico e profondo ma questo di poderoso ha davvero solo la mole. E il fegato, evidentemente.
"Fa caldo", dice. "Fa davvero caldo, non crede? Apriamo un po'!"
Armeggia col finestrino e lo apre. Si sfila il giubbottino estivo che aveva indossato poco prima. A me si congelano pure i pensieri.
Dopo di che indossa degli stivali. Mi guarda.
- Son sempre fatto e ubriaco. Che bello! - E sghignazza.
E poi.
- Sa cosa le dico? Che mi metto a dormire perché sono stanco. Lasci il finestrino aperto per piacere, ché ho davvero caldo. Sa cos'altro le dico? Che la ringrazio: lei è stato l'unico passeggero a trattarmi con educazione e rispetto. Non come quegli stronzi cafoni lì. -
Manco a dirlo, si alza, va verso lo scompartimento attiguo e urla "Stronzi di merda!" ai presenti.
Poi rientra e si addormenta.
Cioè.
Si stende, si infila il pollice in bocca e inizia a russare pareeeeeechio rumorosamente. Vorrei lanciare berci di disperazione. Ma nessuno mi ascolterebbe. In questo momento, le mie richieste di aiuto rimarrebbero platealmente inevase.
Qua di dormire non se ne parla. Però fa un cazzo di freddo. Così, chiudo di soppiatto il finestrino, tanto quello già dorme alla grande, e mi metto a leggere. Lui intanto dorme e russa. Ogni tanto molla scorreggioni tonanti. Sempre col pollicione in bocca.
Andiamo avanti così per ore.
Poi.
Ore 5:45 del mattino.
Smette improvvisamente di russare. Mi giro a guardarlo. Ha una specie di lungo sospiro. Poi il pollice gli cade letteralmente dalla bocca. E in pochi secondi è bianco. Con le labbra viola. Giuro.
Gli vado vicino, lo agito, "Ehi!" gli dico. Ma niente. Auscultare il cuore sarebbe impossibile, dato l'ammasso di adipe. E poi non respira.
La razionalità mi abbandona per un po'. Mi accendo una sigaretta, lo guardo e ho una precisa immagine davanti agli occhi. La morte, compresa di teschio, falce e tutto, che entra nello scompartimento e fa una specie di pari e dispari e sceglie lui anziché me. Viviamo davvero sotto gli occhi della morte.
Mentre penso a tutto ciò, passa un tizio e si accorge della cosa.
- Ma è morto? -
- No. Sta facendo apnea. Certo che è morto. -
Non so come né perché, ma sono freddissimo anch'io. Almeno in senso figurato.
- E come è morto? -
- Ha letteralmente chiuso gli occhi ed è morto. -
Tre secondi e arriva un medico, presumo di una qualche autorità, che, come si dice in questi casi, ne constata il decesso.
- Lei viaggiava con la vittima? -
- Sì. -
- E che può dirmi al riguardo? -
- Che era visibilmente alterato, ubriaco e credo anche drogato. Almeno stando a quanto mi aveva detto. -
- Le ha detto di essere ubriaco e drogato? -
- Sì. Mi ha anche mostrato il suo vomito, se è per questo. -
- E lei gli ha creduto? -
- Beh, dato il suo stato, sì. -
- E secondo lei come è morto? -
- Non sono un medico. Presumo che tutti quei vizi non facessero bene al suo cuore. -
- Va bene, va bene. Mi faccia vedere un suo documento, ché eventualmente la contatteremo per verifiche di routine.
- Certo! -
Sbrigata la pratica, do un'ultima occhiata al corpaccione inerte e me ne vado.
Ho una tesi da consegnare. E devo consegnarla entro oggi, se non voglio andare fuori corso. Ché in quel caso i morti diverrebbero due.
E sinceramente con tutto questo trambusto di cose da fare non c'era bisogno anche di vittime che facessero spettacolo. Almeno non oggi.
Saddio perché, riesco a non pensare al morto. Arrivo a casa.
Trovo i coinquilini che bevono il caffè.
- Ehi! Come stai? Andato bene il viaggio? -
- Sìsì. A parte che il tizio che mi viaggiava accanto è morto nel sonno. -
Sento distintamente uno dei miei coinquilini che sputa il caffè per la sorpresa, quando squilla il cellulare.
- Nonna, ciao! Scusa se non ti ho subito telefonato. Sono arrivato! Tutto a posto. -
- Che hai fatto? -
E piange.
- Che? -
- Che hai fatto? Ha chiamato la polizia. Ti cercava. Dicevano che uno è morto. E ti cercavano. Che hai fatto?-
E piange.
(...Continua...)

05 agosto 2008

"Vorrei perdere interesse per me stesso"

E' grottesco come pur cambiando città, che tu faccia visita a svariati milioni di euro (Milano) o a monumenti pieni di stupore (Roma), poi la lingua e i gesti di ogni giorno restino invariati.
Nella mia vita non rientra più il concetto di VOLERE: faccio quello che DEVO fare.
Blatero verso la sveglia, mi alzo e preparo una colazione enorme per me e per LEI, vado in bagno per le operazioni infrastrutturali, ne esco, stendo la lavatrice, lavo i piatti della colazione, esco di casa, salgo sull'autobus con la tracotanza irrispettosa che mi dà il mio look giusto e guardo tutti in cagnesco nascosto dal mio Mc Carthy e dall'Ipod che ultimamente macina quasi solo Rino Gaetano.
Se la qualità della vita è nelle piccole cose, nella capacità di ritagliarsi il tempo di un prosecco in quel bar a Campo de' fiori, è anche vero che alla fine negligenza e stanchezza rischiano di travolgere tutto: abitudini, soldi. Anche il sesso. E rischi che non ci siano più benefiche macchie di colore in questo scenario tanto grigio. E così bastardamente caldo.
E così, mentre procedo in consapevolezza sui percorsi degli autobus, fra ascelle sfrigolanti ed un traffico che ti fa pensare che qui sian rimasti fermi alle guerre puniche, mi godo una pausa pranzo al Pantheon, momenti che per adesso solo Roma può concedermi, pensando sia l'unico modo per distrarsi per chi non ha il tempo di farlo.
Forse gli altri piaceri si sono dileguati e in fin dei conti il cahier des doléances è sempre lo stesso. Forse è così per tutti, e ti ritrovi a dare intensità impensabili a luoghi comuni rancidi.
E allora mi gusto i piaceri rimasti, li succhio come fossero buonissime caramelle. Li gusto piano e camminando lento.
In fondo, mi sono aggiudicato tutto ciò che avrei voluto, tutto ciò per cui avevo preso decisioni ufficiali. Epocali.
Forse la mia vita non è più uno spettacolo pirotecnico ma non è che il suo copione di ispirazione adesso si intitoli "E' tutta la vita che muoio".
Forse preferisco occuparmi del mio orticello.
In fondo a casa ho LEI che mi aspetta. ("Ognuno di noi è il bambino di qualcun altro". Io sono il suo bambino).
E ho anche trovato un nuovo parco per correre e sudare.
Forse l'epitome giusta è "Serenità".
E questo una qualche differenza per l'anima deve pur farla.

20 luglio 2008

Milano

Milano è arrivarvi in un pomeriggio carico di importanza ed essere accolti da quella Stazione Centrale che non smetterai mai di pensare sia di una bruttezza esasperante. Milano è tanti gesti automatici e inconsapevoli, come prendere la metropolitana senza neanche più guardare i segnali e ricordare esattamente il numero di fermate precedenti la tua. Milano è arrivare in piazza Duomo e ammirarne, nonostante tutto, l'imponente immobilità, in estatica contemplazione del divino.
Milano è decidere di non infliggersi la via Crucis dei luoghi più importanti per te, per non dover risvegliare tutti i ricordi conservati sotto rimorsi e rimpianti.
Milano è concedersi comunque una puntatina al Bar Quadronno a mangiare i migliori panini, a bere il miglior caffè e i migliori distillati della città per poi allungare, con le sigarette che non finiranno mai e poi mai, per andare ad amare un'ultima volta Porta Romana; rimpiangendo quel genio di Gaber.
Milano è ripassare davanti al teatro Carcano ricordando di quella volta che vi hai incontrato Vittorio Gassman e sei riuscito a chiacchierarci due minuti.
Milano è comprare un ultimo libro alla libreria di Porta Romana.
Milano è tutti i vizi giovanili che non hai ancora perso.
Milano è tornare alla prima vecchia casa e chiedere di poterla rivedere e tornare su quel terrazzino, a stanare i ricordi e i pensieri insanguinati di allora: quel florilegio di sogni e furie, quel coacervo di vecchie sensazioni dalle nuvole alle fogne, quell'essere allora ebbro di felicità ma completamente ubriaco; quando ancora ti permettevi di mostrare i tuoi sentimenti in società.
Milano è prendere un'ultima volta il 3, il tram che la taglia trasversalmente tutta, e ritornare nei luoghi in cui hai lavorato e buttato sangue: via Mercato, via Dante, via Dell'Orso, via Brera, via Pontaccio, Foro Buonaparte. Un panorama di ordine, di fretta combinata a furbizia, di attenzione agile e scattante, di nevrosi mestruali ambosessi, di un aspetto che dipenderà sempre più dalle ore di sonno dormite. E sarà sempre un aspetto di merda.
Milano è prendere un altro caffè, questa volta da Toldo, con la sua leggendaria pallina di gelato.
Milano è passare per le Colonne di San Lorenzo e provare lo stesso identico istinto omicida di dieci anni fa verso i suonatori di bonghi; pensando che di questi tempi, una volta superato il metro e cinquanta, son destinati a diventare tossicomani o zoccole. O suonatori di bonghi.
Milano è pensare queste cose dimenticando le proprie punte mai più raggiunte di irresponsabilità.
Milano è dove si è guadagnata confidenza e consapevolezza con la fica. E' aver iniziato a intravedere un po' di peluria pubica non facente parte del pur vastissimo territorio delle proprie mutande. E' aver capito il significato della frase "Mi sento svuotato". E' due bellissime gambe incrociate con tre lunghissime gambe.
Milano è cercare un rimedio alla solitudine mischiando tante anonimità vestite male in un ego comunitario di bestie che si credon signorili e che vanno a ballare in Corso Como cercando qualcosa di interessante da dire e che ti fanno rendere conto che il buon gusto è una trovata squisitamente umana che non è stata ancora brevettata. Né resa obbligatoria.
Milano è un coacervo di incontri. E non solo, ripensandoci bene, con encefali deficitari, accennati barlumi cerebrali e fiche con la menta intorno e il cervello dal tassidermista che se avessi fatto la prova della pippa, ("mi faccio una sega e poi vedo se ho ancora voglia di vederla"), avresti cancellato immantinente dalla tua vita. E' anche tanti splendidi amici che hai deciso di non salutare di persona perché non vuoi far vedere loro le tue lacrime.
Milano è tatuaggi sopra il culo per le donne, è una città senza popolazione veramente autoctona, è dire "allucinante" e "stiloso" senza che nessuno desideri ucciderti per questo.
Milano è tornare a casa e guardare la propria stanza, ricordando nitidamente gli odori che la pervadevono, il mobilio umano che vi ha scorazzato, i pomeriggi ad alto voltaggio erotico che l'hanno animata e pensare sconsolato: "In questa stanza non ci scoperà più nessuno." Non come me, almeno.
Milano è la città che ti ha insegnato e scandito il quotidiano. Era l'amica delle ore liete e delle ore di fila alla cassa la domenica all'Esselunga in Papiniano. Milano non è solo il peso degli incubi. E' anche il cornetto di notte da Gattullo, perché conoscevi il fornaio che ci lavora. E' la focaccia da Princi e la pisciata per strada.
E' una passeggiata in Corso Indipendenza e Corso Monforte di domenica mattina, di ritorno da casa di un tuo amico dove si è fatto mattina pasteggiando a Martini cocktail.
Milano è il vedersi periodicamente a casa di uno del gruppo, chiudere ogni fonte di luce, preparare sigarette, alcool e schifezze di contorno e gustarsi tutta la saga del Padrino in religiosissimo silenzio.
Milano è vedere Inter-Juve all'Osteria del pallone, esultando come un forsennato all'ennesimo gol di Del Piero e gustandosi la rabbia cieca di tutti gli altri. Rimasti seduti. Perché tutti interisti.
Milano è le vasche su per i Navigli per poi sedersi a bere qualcosa in locali che servono l'Autan anziché il Negroni sbagliato.
E' ritagliarsi ancora due ore per andare a correre e ad allenarsi un'ultima volta al Parco Ravizza, cercando di calcolare quante migliaia e migliaia di chilometri di corsa e di trazioni e di addominali e di flessioni tu possa aver macinato.
E' invidiare sé stessi per il credito vitale che questa città sempre cinerea ti ha infuso.
Milano è dare un senso, finalmente, all'espressione "tuffo al cuore".
Milano è sapere che più in là sarai pronto a tornarvi. Che più in là imparerai ad amarla. Dopo pause eterne.
Milano adesso è riprendere un ultimo treno da quella brutta stazione e cercare un aforisma, un mot juste che definisca questi ultimi istanti, mentre si affievolisce il peso degli incubi che addebitavi ingiustamente, ora lo sai, a questa città e alla sua "circonvalla".
Milano adesso è foschia, pioggia e lacrime, mentre la saluti con un'espressione che è cinerea come lo è il cielo di questa città trecento giorni all'anno.
Milano è pensare che, in fin dei conti, tutto questo è così fottutamente letterario.