Ero decisamente circondato dal passato. E stavo facendo di tutto, lecito e non, per trovarmi un futuro. E il futuro l'ho trovato in questa nuova città. Ora però, finita la sbronza orgiastico-celebrativa dei primi tempi, è il caso di tirare le somme sul mio primo anno qui.
(Sì, lo so: non scrivo da tempo. E' che scrutare le prime tette scoperte in giro, in ossequio alla primavera così ritardataria, è molto più semplice che scrivere).
Detto questo. Non ho l'ambizione di stilarvi un'analisi giusta ed esauriente, ché chi si ritiene un tuttologo è anzitutto un coglione. Cosa ne so io? Io ho sempre torto su tutto.
E così non vi parlerò dei monumenti, delle bellezze artistiche, né del fatto che son riuscito a diventare meteoropatico a Roma, dopo dodici anni a Milano, visto che il Tevere è stato appena ribattezzato Tamigi. Certo, alcune cose son troppo evidenti per non accorgersene. Se l'abbigliamento medio milanese è "fighetto" all'inverosimile, qui a Roma si vorrebbe imitarlo ma a volte sembra di trovarsi in una selva di cafoni arricchiti. A Milano lo sfigato è nerd, qui è un "boro". Qui non ho ancora trovato delle belle librerie, di quelle raccolte, con titolari competenti come quella di Porta Romana, ma solo megastore. Lì il traffico era (è) mediamente caotico. Qui è l'iradiddio. Lì i trasporti pubblici erano (sono) mediamente efficienti, qui sono mediamente dimmerda con sparatorie, morti e feriti. A proposito: qualcuno spieghi ai romani che sulle scale mobili della metropolitana si tiene la destra, perdio.
Nulla di etereo né di extrasensoriale, dunque, in questa specie di disamina. Ecco perché vi parlerò dei locali. Delle serate qui. Con i miei amici delle ore liete così come con i veri nemici. Di come siano diverse da quelle nel mio vecchio regno.
Di uguale c'è che, qui come lì, il navigatore satellitare nelle mutande continua a fare bip-bip perché sulla cartina dell'appagamento ormonale continua a trovare fica. Tanta fica. Piccola sentenza senza appello fra parentesi: qua le donne son molto più arrapanti. Mooolto di più.
I locali, dicevo. I posti del sottoscritto medio, mediamente semialcolizzato, nelle serate a base di poche parole scarnificate, quando cogli i sogni irrealizzabili e li distruggi con robuste dose di whisky.
Ebbene.
Mi manca Milano. Ecco, l'ho detto. Mi mancano i miei riti. I miei posti. Qui c'è troppo di tutto, la città è troppo grande, troppi particolari da osservare perché l'occhio possa coglierli in un solo sguardo, troppi da ricordare. E prima ancora che io trovi un posto adatto a me, è già l'ora della ritirata.
Non mi lamento del numero di zagarri (o grezzi o coatti o tamarri o cozzali) , spesso enormemente più alto che ovunque. Non mi disturba il profluvio di tatuaggi mediamente orrendi. Né il fatto che non esistano posti curati, non kitsch ma curati, ma spesso e volentieri solo desolanti scenografie da bivacco. Se è per questo a Milano ovunque vi è una piena di mediocri da caverne universitarie che non sanno un cazzo di un beneamato cazzo. Tutto questo già lo sapevo, che questo spettacolo non mi sarebbe stato risparmiato mi era dolorosamente chiaro. Meno chiaro mi era il fatto che avrei trovato un beveraggio assolutamente inadeguato. Assolutamente.
Mi mancano le atmosfere raccolte. Mi manca un posto che sia mio, e dei miei amici. Mi manca un Bar Quadronno in cui star seduto scrutando le persone come da dietro una finestra. Un Bar Quadronno in cui bere anche prima delle cinque del pomeriggio senza apparire indisciplinato e decadente. Dove la tua solitudine, accompagnata da una natura morta a base di bicchiere pieno, sigarette e quaderno, sembri del tutto naturale e funzionale al contesto. Così funzionale da sembrare che l'intera città stia bevendo lì con te. Piano, a sorsi lenti.
Qui è un mondo diverso. Con un Dio diverso. Un Bacco versione urlatore.
Qui, ogni volta che provo a isolarmi, a ordinare qualcosa solo per me, mi sento un caso umano in cinemascope. E alla fine ingollo tutto in un sorso solo e mi lacrimano gli occhi e vado via insoddisfatto. Ché se a un' autoctona con inevitabile tatuaggio sul culo dicessi "Non faccia caso a me, sono ubriaco di vita", dubito coglierebbe la citazione. Né tanto meno rimarrebbe piacevolmente sorpresa.
Insomma, un cazzo di disadattato.(Sì, lo so: non scrivo da tempo. E' che scrutare le prime tette scoperte in giro, in ossequio alla primavera così ritardataria, è molto più semplice che scrivere).
Detto questo. Non ho l'ambizione di stilarvi un'analisi giusta ed esauriente, ché chi si ritiene un tuttologo è anzitutto un coglione. Cosa ne so io? Io ho sempre torto su tutto.
E così non vi parlerò dei monumenti, delle bellezze artistiche, né del fatto che son riuscito a diventare meteoropatico a Roma, dopo dodici anni a Milano, visto che il Tevere è stato appena ribattezzato Tamigi. Certo, alcune cose son troppo evidenti per non accorgersene. Se l'abbigliamento medio milanese è "fighetto" all'inverosimile, qui a Roma si vorrebbe imitarlo ma a volte sembra di trovarsi in una selva di cafoni arricchiti. A Milano lo sfigato è nerd, qui è un "boro". Qui non ho ancora trovato delle belle librerie, di quelle raccolte, con titolari competenti come quella di Porta Romana, ma solo megastore. Lì il traffico era (è) mediamente caotico. Qui è l'iradiddio. Lì i trasporti pubblici erano (sono) mediamente efficienti, qui sono mediamente dimmerda con sparatorie, morti e feriti. A proposito: qualcuno spieghi ai romani che sulle scale mobili della metropolitana si tiene la destra, perdio.
Nulla di etereo né di extrasensoriale, dunque, in questa specie di disamina. Ecco perché vi parlerò dei locali. Delle serate qui. Con i miei amici delle ore liete così come con i veri nemici. Di come siano diverse da quelle nel mio vecchio regno.
Di uguale c'è che, qui come lì, il navigatore satellitare nelle mutande continua a fare bip-bip perché sulla cartina dell'appagamento ormonale continua a trovare fica. Tanta fica. Piccola sentenza senza appello fra parentesi: qua le donne son molto più arrapanti. Mooolto di più.
I locali, dicevo. I posti del sottoscritto medio, mediamente semialcolizzato, nelle serate a base di poche parole scarnificate, quando cogli i sogni irrealizzabili e li distruggi con robuste dose di whisky.
Ebbene.
Mi manca Milano. Ecco, l'ho detto. Mi mancano i miei riti. I miei posti. Qui c'è troppo di tutto, la città è troppo grande, troppi particolari da osservare perché l'occhio possa coglierli in un solo sguardo, troppi da ricordare. E prima ancora che io trovi un posto adatto a me, è già l'ora della ritirata.
Non mi lamento del numero di zagarri (o grezzi o coatti o tamarri o cozzali) , spesso enormemente più alto che ovunque. Non mi disturba il profluvio di tatuaggi mediamente orrendi. Né il fatto che non esistano posti curati, non kitsch ma curati, ma spesso e volentieri solo desolanti scenografie da bivacco. Se è per questo a Milano ovunque vi è una piena di mediocri da caverne universitarie che non sanno un cazzo di un beneamato cazzo. Tutto questo già lo sapevo, che questo spettacolo non mi sarebbe stato risparmiato mi era dolorosamente chiaro. Meno chiaro mi era il fatto che avrei trovato un beveraggio assolutamente inadeguato. Assolutamente.
Mi mancano le atmosfere raccolte. Mi manca un posto che sia mio, e dei miei amici. Mi manca un Bar Quadronno in cui star seduto scrutando le persone come da dietro una finestra. Un Bar Quadronno in cui bere anche prima delle cinque del pomeriggio senza apparire indisciplinato e decadente. Dove la tua solitudine, accompagnata da una natura morta a base di bicchiere pieno, sigarette e quaderno, sembri del tutto naturale e funzionale al contesto. Così funzionale da sembrare che l'intera città stia bevendo lì con te. Piano, a sorsi lenti.
Qui è un mondo diverso. Con un Dio diverso. Un Bacco versione urlatore.
Qui, ogni volta che provo a isolarmi, a ordinare qualcosa solo per me, mi sento un caso umano in cinemascope. E alla fine ingollo tutto in un sorso solo e mi lacrimano gli occhi e vado via insoddisfatto. Ché se a un' autoctona con inevitabile tatuaggio sul culo dicessi "Non faccia caso a me, sono ubriaco di vita", dubito coglierebbe la citazione. Né tanto meno rimarrebbe piacevolmente sorpresa.
Voi mi direte: ne hai così bisogno? Sì. E parecchio anche. Ho bisogno di tormentarmi un po'. Ho una certa età ormai, oltre che un certo status, e i covi di empietà non mi attirano più, e preferisco l'eterno titillamento solitario alla bolgia festante. Una coltre d'irrilevanza. Mi basterebbe solo un po' di meno casino. Un'atmosfera più raccolta. In cui magari scannarmi, ma con calma e moderazione, con questa pletora di nuovi amici che, essendo romani, non capiscono un cazzo di calcio, (il calcio e il tifo: dove questioni morali, questioni di principio, questioni etiche e di cuore si mischiano e si confondono con i dati di fatto), contando sulla tranquillità per schierare a battaglia tutte le mie argomentazioni.
Ma niente. Una serie di rumorosi merdai coi fuochi d'artificio. Dove il film finisce solo quando sono tutti ubriachi.
Insomma, l' "Onni-Impotente": le fighe più belle, gli istinti più bassi e neanche un cazzo di posto per bere decentemente.
E poi.
E poi mi mancano i miei amici.
Intendiamoci: qui ho incontrato persone splendide, con cui già ho stabilito legami bellissimi e profondi. Ma lì era diverso. C'era un vissuto comune a unirci, che qui (ancora) non c'è. C'erano automatismi già dagli sguardi. C'era la certezza che, se ci fossimo incontrati di sabato o domenica pomeriggio, ci saremmo seduti ai tavoli del Viarenna, per un caffè al volo o per un whisky da riflessione avremmo allungato fino al Quadronno, per l'aperitivo dopo l'ufficio ci saremmo ritrovati a Le Coquetel o inTrattoria Toscana. E inevitabilmente la sera saremmo andati da Princi per un po' di focaccia calda o per dei cornetti. E soprattutto, in qualunque posto fossimo andati, io avrei capito dai loro sguardi se quella fosse una serata da baldoria o una da chiacchierata "cuore-a-cuore". Senza dirci nulla. E avrei ordinato da bere di conseguenza. Io, qui, ancora non so cosa preferiscano i miei amici. Ma spero di capirlo presto.
Io non so se sia vero che la nostalgia è il prodotto di insoddisfazione e rabbia, ché io non mi sento né insoddisfatto né arrabbiato. Però questa nostalgia mi mette una tale sete.
C'è però una cosa che rende unica questa città. Ed è la poetica del quartiere. Il conoscersi e riconoscersi e salutarsi per strada, senza ostentare l'obbligatoria freddezza milanese. Giorni fa, un tizio che frequenta la mia stessa palestra ha praticamente rischiato la vita perché si è fermato al centro di un incrocio, con lo scooter, per suonare e salutarmi. Una cosa terronissima e paesanissima. Che io adoro. Come adoro il poter finalmente guidare col gomito appoggiato al finestrino senza sentirmi un intruso o uno straniero. Son pieno di contraddizioni, sissì.Bene.
Penso che forse penso troppo. Ho perso in freschezza.Mi verso un armagnac. Se questo è il mio personalissimo armageddon, mi serve qualcosa di forte.
"Vi consiglio di non rompermi troppo i coglioni". (cit.)



