Sto partorendo un post tosto. Almeno credo. E devo prepararlo bene. Soppesare ogni singola parola. Ché molto probabilmente farà girare le ovaie a qualcuno. Il post, intendo. Voi aspettate e abbiate fiducia. Non troppa, però. Ché detesto tradire le attese.
Come dite?
Volete un'anticipazione?
Beh...
Si parlerà di donne, di commentatrici, di lettrici silenziose, di lettrici diventate mie donne. E di come tutto questo mi stia complicando la vita. Di come, d'un tratto, sia diventato così facile, per me, conquistare consensi e passere. E di come siano aumentati esponenzialmente i puttanai sentimental-sessuali della mia incasinatissima esistenza. L'esistenza di uno combattuto. Tra l'essere un instancabile segugio da passera e l'avere ancora uno scampolo di romanticismo. Pur rimanendo fedele alla teoria del gettone. Dell’unico gettone. Quello dell’amore assoluto che, irrimediabilmente, finisce. E ti manda al tappeto. E a puttane. Ecco: a me è successo una volta. Il gettone l’ho utilizzato.
Tu che verrai, non parlarmi d’amore. Ché non farò neanche finta di crederci. C’è un pozzo di possibilità inesplorate, mi hai detto. E una di queste è che tu possa innamorarti ancora. Ah, sì? E ‘sti cazzi? E se non volessi mettermi ad esplorare, giovane marmotta de’ noantri?
Sapete che c’è? C’è che il post lo scrivo adesso.
E c’è che vi parlerò di un sacco di cose.
Quando ho iniziato a scrivere sul blog, la mia vita era, fondamentalmente, una stanca pippa. Pochi clamori, zero sorprese e tante rotture di palle. Il cellulare squillava poco. E male. I vizi mi davano coraggio. Del coraggio non sapevo che cazzo farmene. I miei sentimenti erano in sordina. Scantonavo, se vedevo all’orizzonte buoni propositi. Le buone intenzioni? Sedate. Da sempre. Vivevo di evenienze. E di Negroni sbagliati (Dio li abbia in gloria).
Poi la decisione. Volevo mettermi alla prova, ragionarci su, scandagliare l’ immensa palude delle mie frustrazioni e tirarne fuori qualcosa di buono.
E fu sera e fu mattina. E fu il blog. Con un nickname da idiota, dono gradito di una mia ragazza.
Con risvolti inaspettati. Commenti quasi solo di donne. Limoni virtuali che distribuivo a destra e manca. Qualche spompinatrice virtuale. Fan anonime, addirittura. Il mio ego e la mia paraculite che esplodevano.
Non capivo. Davvero, non capivo. Io. L’istrione, il rompipalle, il polemico feroce, lo psicopatico, il dannato, che a un certo punto si ritrova desiderato, lodato.
E tutto questo, scrivendo. Forse dandomi un tono. Ma mai cercando di parlare solo per dire per forza la mia. Mi bastava raccontare quello che mi capitava. Edulcorando, certo, allargando gli orli, soffermandomi anche sulle quisquilie, dissezionando anche i più insignificanti particolari. Alzare gli occhi al cielo e poi riabassarli sulla tastiera: e il gioco era fatto. Un nuovo post. E ora aspettiamo i commenti. Forza, donzelle: titillatemi, ché ne ho bisogno.
Infine, il passo finale.
Conoscerle.
La prima volta è stato stranissimo. Poi ci ho fatto il callo. Ho conosciuto persone meravigliose, grazie al blog. E ne conoscerò ancora.
E le storie con le blogger. E com’era tutto più facile. D’un tratto, avevo perso tutte le mie insicurezze: le incontravo, le adoravo, mi facevo adorare, e pronti, via! si finiva insieme. La mia aria di solvibilità e la mia divertente logorrea mi facevano sentire irresistibile.
Epperò.
Però c’era il gettone. E voi mi chiedevate amore. E sogni. Ma io avevo finito i cassetti. E proporvi una gita all’IKEA sarebbe stato poco delicato. E così, più volte, fenomenalmente finto tonto, mi lanciavo in relazioni che erano uno iato, un fottuto iato. Relazioni con futuro a tempo determinato e verità a breve termine. E loro. Loro che mi trovavano sfuggente, che non riuscivano a inquadrarmi, che cercavano di entrare nella mia testa credendo di trovarvi bugigattoli pieni di secondi fini. Iutilmente.
E dopo.Dopo tutto a puttane. Per mia iniziativa. Come con tutte le altre relazioni. Con una differenza. Che adesso non potevo più parlarne. Non sul blog, unico “luogo” deputato a violare il sancta sanctorum dei miei segreti e delle mie emozioni più inconfessabili, la quintessenza della mia deriva. Perché loro leggevano. E la volta che scrivevo di loro, quasi sempre per esprimere paure ed incertezze, (ché io, quando son felice, non scrivo), era il finimondo: loro leggevano, si incazzavano, commentavano e si arrivava al risultato aberrante di un reality blog. Un’oscenità: a saperlo, sarei andato a Uomini e Donne. E ne avrei avute di cose da raccontare: su di loro, sui miei biechi stratagemmi, su certe mie figuracce, su certe loro cazzate da antologia, sul loro essere donne uguali alle altre, cagacazzi e cerebrali e adorabili e stronze e stupendamente rompicoglioni e bravissime o meno a letto come le altre. E invece niente. E così, mi son ritrovato costretto a scrivere cazzate, ad affastellare luoghi comuni in forma di post, ad accumulare mot juste. Per ottenere un blog ripulito e regolamenato. Ma non più mio. Non più speccho fedele del mio essere un ossimoro pieno di contraddizioni.
Qual è il punto, adesso?
Il punto è che non so più se tenerlo ‘sto cazzo di blog, davvero. Almeno non fino a quando continuerò a sentirmi osservato, non fino a quando continuerò a ricevere telefonate in cui mi si chiede cosa abbia scritto. E perché. Non ho aperto un blog per dare spiegazioni. E J. Edgar Hoover è morto.
Voi che ne pensate?
Dico sul serio.
PS: su ispirazione di ISLA, vorrei ringraziarvi. Tutte e tutti. Troppa pazienza nel sopportarmi. Troppa costanza nel leggermi. Troppo amore. E una cortesia, vi chiedo: ditemi che ne pensate. E fatelo tutti: anche quelli, sempre che ve ne siano, che mi leggono silenziosamente, senza mai lasciare commenti. Oggi, solo oggi, manifestatevi.
Ma.
Se qualcuno volesse obiettare sul contenuto del post, sull’apparente mancanza di senso dello stesso, se qualcuno volesse distribuire pillole di scetticismo o ridere di certe mie affermazioni o sentirsi offeso dalle stesse. Liberissimo. Poi mi faccia il piacere personale di non farmelo presente e di andare a fare in culo.
Delillianamente,
PACE.
Come dite?
Volete un'anticipazione?
Beh...
Si parlerà di donne, di commentatrici, di lettrici silenziose, di lettrici diventate mie donne. E di come tutto questo mi stia complicando la vita. Di come, d'un tratto, sia diventato così facile, per me, conquistare consensi e passere. E di come siano aumentati esponenzialmente i puttanai sentimental-sessuali della mia incasinatissima esistenza. L'esistenza di uno combattuto. Tra l'essere un instancabile segugio da passera e l'avere ancora uno scampolo di romanticismo. Pur rimanendo fedele alla teoria del gettone. Dell’unico gettone. Quello dell’amore assoluto che, irrimediabilmente, finisce. E ti manda al tappeto. E a puttane. Ecco: a me è successo una volta. Il gettone l’ho utilizzato.
Tu che verrai, non parlarmi d’amore. Ché non farò neanche finta di crederci. C’è un pozzo di possibilità inesplorate, mi hai detto. E una di queste è che tu possa innamorarti ancora. Ah, sì? E ‘sti cazzi? E se non volessi mettermi ad esplorare, giovane marmotta de’ noantri?
Sapete che c’è? C’è che il post lo scrivo adesso.
E c’è che vi parlerò di un sacco di cose.
Quando ho iniziato a scrivere sul blog, la mia vita era, fondamentalmente, una stanca pippa. Pochi clamori, zero sorprese e tante rotture di palle. Il cellulare squillava poco. E male. I vizi mi davano coraggio. Del coraggio non sapevo che cazzo farmene. I miei sentimenti erano in sordina. Scantonavo, se vedevo all’orizzonte buoni propositi. Le buone intenzioni? Sedate. Da sempre. Vivevo di evenienze. E di Negroni sbagliati (Dio li abbia in gloria).
Poi la decisione. Volevo mettermi alla prova, ragionarci su, scandagliare l’ immensa palude delle mie frustrazioni e tirarne fuori qualcosa di buono.
E fu sera e fu mattina. E fu il blog. Con un nickname da idiota, dono gradito di una mia ragazza.
Con risvolti inaspettati. Commenti quasi solo di donne. Limoni virtuali che distribuivo a destra e manca. Qualche spompinatrice virtuale. Fan anonime, addirittura. Il mio ego e la mia paraculite che esplodevano.
Non capivo. Davvero, non capivo. Io. L’istrione, il rompipalle, il polemico feroce, lo psicopatico, il dannato, che a un certo punto si ritrova desiderato, lodato.
E tutto questo, scrivendo. Forse dandomi un tono. Ma mai cercando di parlare solo per dire per forza la mia. Mi bastava raccontare quello che mi capitava. Edulcorando, certo, allargando gli orli, soffermandomi anche sulle quisquilie, dissezionando anche i più insignificanti particolari. Alzare gli occhi al cielo e poi riabassarli sulla tastiera: e il gioco era fatto. Un nuovo post. E ora aspettiamo i commenti. Forza, donzelle: titillatemi, ché ne ho bisogno.
Infine, il passo finale.
Conoscerle.
La prima volta è stato stranissimo. Poi ci ho fatto il callo. Ho conosciuto persone meravigliose, grazie al blog. E ne conoscerò ancora.
E le storie con le blogger. E com’era tutto più facile. D’un tratto, avevo perso tutte le mie insicurezze: le incontravo, le adoravo, mi facevo adorare, e pronti, via! si finiva insieme. La mia aria di solvibilità e la mia divertente logorrea mi facevano sentire irresistibile.
Epperò.
Però c’era il gettone. E voi mi chiedevate amore. E sogni. Ma io avevo finito i cassetti. E proporvi una gita all’IKEA sarebbe stato poco delicato. E così, più volte, fenomenalmente finto tonto, mi lanciavo in relazioni che erano uno iato, un fottuto iato. Relazioni con futuro a tempo determinato e verità a breve termine. E loro. Loro che mi trovavano sfuggente, che non riuscivano a inquadrarmi, che cercavano di entrare nella mia testa credendo di trovarvi bugigattoli pieni di secondi fini. Iutilmente.
E dopo.Dopo tutto a puttane. Per mia iniziativa. Come con tutte le altre relazioni. Con una differenza. Che adesso non potevo più parlarne. Non sul blog, unico “luogo” deputato a violare il sancta sanctorum dei miei segreti e delle mie emozioni più inconfessabili, la quintessenza della mia deriva. Perché loro leggevano. E la volta che scrivevo di loro, quasi sempre per esprimere paure ed incertezze, (ché io, quando son felice, non scrivo), era il finimondo: loro leggevano, si incazzavano, commentavano e si arrivava al risultato aberrante di un reality blog. Un’oscenità: a saperlo, sarei andato a Uomini e Donne. E ne avrei avute di cose da raccontare: su di loro, sui miei biechi stratagemmi, su certe mie figuracce, su certe loro cazzate da antologia, sul loro essere donne uguali alle altre, cagacazzi e cerebrali e adorabili e stronze e stupendamente rompicoglioni e bravissime o meno a letto come le altre. E invece niente. E così, mi son ritrovato costretto a scrivere cazzate, ad affastellare luoghi comuni in forma di post, ad accumulare mot juste. Per ottenere un blog ripulito e regolamenato. Ma non più mio. Non più speccho fedele del mio essere un ossimoro pieno di contraddizioni.
Qual è il punto, adesso?
Il punto è che non so più se tenerlo ‘sto cazzo di blog, davvero. Almeno non fino a quando continuerò a sentirmi osservato, non fino a quando continuerò a ricevere telefonate in cui mi si chiede cosa abbia scritto. E perché. Non ho aperto un blog per dare spiegazioni. E J. Edgar Hoover è morto.
Voi che ne pensate?
Dico sul serio.
PS: su ispirazione di ISLA, vorrei ringraziarvi. Tutte e tutti. Troppa pazienza nel sopportarmi. Troppa costanza nel leggermi. Troppo amore. E una cortesia, vi chiedo: ditemi che ne pensate. E fatelo tutti: anche quelli, sempre che ve ne siano, che mi leggono silenziosamente, senza mai lasciare commenti. Oggi, solo oggi, manifestatevi.
Ma.
Se qualcuno volesse obiettare sul contenuto del post, sull’apparente mancanza di senso dello stesso, se qualcuno volesse distribuire pillole di scetticismo o ridere di certe mie affermazioni o sentirsi offeso dalle stesse. Liberissimo. Poi mi faccia il piacere personale di non farmelo presente e di andare a fare in culo.
Delillianamente,
PACE.
UPDATE ORE 15:00
Quasi come provvidenziale risposta, mi ritrovo citato sull'articolo di Grazia uscito oggi "Non è consigliabile innamorarsi di uno che ha un diario pubblico" (pag. 63). Per questo ringrazio Laura, alla quale rinnovo l'invito ad un aperitivo o ad un caffè. Lei mi aveva chiesto pure la foto e io non gliel' ho mandata ché non mi va mi sgamino in ufficio. Mò però sto a rosica': sai che figata una foto insieme al Godfather Trentamarlboro e a quel gran paraculo marpione di Spad (per tacer degli altri)? Mica cazzi!



