20 luglio 2008

Milano

Milano è arrivarvi in un pomeriggio carico di importanza ed essere accolti da quella Stazione Centrale che non smetterai mai di pensare sia di una bruttezza esasperante. Milano è tanti gesti automatici e inconsapevoli, come prendere la metropolitana senza neanche più guardare i segnali e ricordare esattamente il numero di fermate precedenti la tua. Milano è arrivare in piazza Duomo e ammirarne, nonostante tutto, l'imponente immobilità, in estatica contemplazione del divino.
Milano è decidere di non infliggersi la via Crucis dei luoghi più importanti per te, per non dover risvegliare tutti i ricordi conservati sotto rimorsi e rimpianti.
Milano è concedersi comunque una puntatina al Bar Quadronno a mangiare i migliori panini, a bere il miglior caffè e i migliori distillati della città per poi allungare, con le sigarette che non finiranno mai e poi mai, per andare ad amare un'ultima volta Porta Romana; rimpiangendo quel genio di Gaber.
Milano è ripassare davanti al teatro Carcano ricordando di quella volta che vi hai incontrato Vittorio Gassman e sei riuscito a chiacchierarci due minuti.
Milano è comprare un ultimo libro alla libreria di Porta Romana.
Milano è tutti i vizi giovanili che non hai ancora perso.
Milano è tornare alla prima vecchia casa e chiedere di poterla rivedere e tornare su quel terrazzino, a stanare i ricordi e i pensieri insanguinati di allora: quel florilegio di sogni e furie, quel coacervo di vecchie sensazioni dalle nuvole alle fogne, quell'essere allora ebbro di felicità ma completamente ubriaco; quando ancora ti permettevi di mostrare i tuoi sentimenti in società.
Milano è prendere un'ultima volta il 3, il tram che la taglia trasversalmente tutta, e ritornare nei luoghi in cui hai lavorato e buttato sangue: via Mercato, via Dante, via Dell'Orso, via Brera, via Pontaccio, Foro Buonaparte. Un panorama di ordine, di fretta combinata a furbizia, di attenzione agile e scattante, di nevrosi mestruali ambosessi, di un aspetto che dipenderà sempre più dalle ore di sonno dormite. E sarà sempre un aspetto di merda.
Milano è prendere un altro caffè, questa volta da Toldo, con la sua leggendaria pallina di gelato.
Milano è passare per le Colonne di San Lorenzo e provare lo stesso identico istinto omicida di dieci anni fa verso i suonatori di bonghi; pensando che di questi tempi, una volta superato il metro e cinquanta, son destinati a diventare tossicomani o zoccole. O suonatori di bonghi.
Milano è pensare queste cose dimenticando le proprie punte mai più raggiunte di irresponsabilità.
Milano è dove si è guadagnata confidenza e consapevolezza con la fica. E' aver iniziato a intravedere un po' di peluria pubica non facente parte del pur vastissimo territorio delle proprie mutande. E' aver capito il significato della frase "Mi sento svuotato". E' due bellissime gambe incrociate con tre lunghissime gambe.
Milano è cercare un rimedio alla solitudine mischiando tante anonimità vestite male in un ego comunitario di bestie che si credon signorili e che vanno a ballare in Corso Como cercando qualcosa di interessante da dire e che ti fanno rendere conto che il buon gusto è una trovata squisitamente umana che non è stata ancora brevettata. Né resa obbligatoria.
Milano è un coacervo di incontri. E non solo, ripensandoci bene, con encefali deficitari, accennati barlumi cerebrali e fiche con la menta intorno e il cervello dal tassidermista che se avessi fatto la prova della pippa, ("mi faccio una sega e poi vedo se ho ancora voglia di vederla"), avresti cancellato immantinente dalla tua vita. E' anche tanti splendidi amici che hai deciso di non salutare di persona perché non vuoi far vedere loro le tue lacrime.
Milano è tatuaggi sopra il culo per le donne, è una città senza popolazione veramente autoctona, è dire "allucinante" e "stiloso" senza che nessuno desideri ucciderti per questo.
Milano è tornare a casa e guardare la propria stanza, ricordando nitidamente gli odori che la pervadevono, il mobilio umano che vi ha scorazzato, i pomeriggi ad alto voltaggio erotico che l'hanno animata e pensare sconsolato: "In questa stanza non ci scoperà più nessuno." Non come me, almeno.
Milano è la città che ti ha insegnato e scandito il quotidiano. Era l'amica delle ore liete e delle ore di fila alla cassa la domenica all'Esselunga in Papiniano. Milano non è solo il peso degli incubi. E' anche il cornetto di notte da Gattullo, perché conoscevi il fornaio che ci lavora. E' la focaccia da Princi e la pisciata per strada.
E' una passeggiata in Corso Indipendenza e Corso Monforte di domenica mattina, di ritorno da casa di un tuo amico dove si è fatto mattina pasteggiando a Martini cocktail.
Milano è il vedersi periodicamente a casa di uno del gruppo, chiudere ogni fonte di luce, preparare sigarette, alcool e schifezze di contorno e gustarsi tutta la saga del Padrino in religiosissimo silenzio.
Milano è vedere Inter-Juve all'Osteria del pallone, esultando come un forsennato all'ennesimo gol di Del Piero e gustandosi la rabbia cieca di tutti gli altri. Rimasti seduti. Perché tutti interisti.
Milano è le vasche su per i Navigli per poi sedersi a bere qualcosa in locali che servono l'Autan anziché il Negroni sbagliato.
E' ritagliarsi ancora due ore per andare a correre e ad allenarsi un'ultima volta al Parco Ravizza, cercando di calcolare quante migliaia e migliaia di chilometri di corsa e di trazioni e di addominali e di flessioni tu possa aver macinato.
E' invidiare sé stessi per il credito vitale che questa città sempre cinerea ti ha infuso.
Milano è dare un senso, finalmente, all'espressione "tuffo al cuore".
Milano è sapere che più in là sarai pronto a tornarvi. Che più in là imparerai ad amarla. Dopo pause eterne.
Milano adesso è riprendere un ultimo treno da quella brutta stazione e cercare un aforisma, un mot juste che definisca questi ultimi istanti, mentre si affievolisce il peso degli incubi che addebitavi ingiustamente, ora lo sai, a questa città e alla sua "circonvalla".
Milano adesso è foschia, pioggia e lacrime, mentre la saluti con un'espressione che è cinerea come lo è il cielo di questa città trecento giorni all'anno.
Milano è pensare che, in fin dei conti, tutto questo è così fottutamente letterario.

03 luglio 2008

Addio

A volte bisogna essere cocciuti. Testardi. Fregarsene dei consigli e dei "lascia stare" e dei "chitelofafare". E dei "Ma che fai? Credi di essere l'unico genio in circolazione?". Ti senti uno stronzo in una giornata di merda, (cit.), ma vai avanti.
A volte bisogna crederci, per quanto straabusata sia l'espressione.
A volte bisogna provare e riprovare, sperimentare e rinnovare gli esperimenti.
A volte bisogna bestemmiare quando non si raggiungono gli obiettivi, quando le cose non vanno come ti aspettavi, e continuare a sperare.
A volte anche la tua anima gemella, principessa fra i rompicoglioni, inizierà ad avere dubbi e ad instillartene di nuovi.
A volte devi però tener duro anche per lei. Anche se lei non lo capisce. Ti ringrazierà alla fine, stanne certo.
Perché.
A volte.
Gli eventi possono darti, infine, ragione.
Contratto di Lavoro.
A tempo INDETERMINATO.
A ROMA.
Il lavoro era diventato più distante di Dio. E cercarlo mi stava rubando la vita.
Credevo di stare sulle palle al mondo intero. Per lo meno, all'intero mondo lavorativo. Soprattutto nell'area "Risorse Umane".
Gli altri dubitavano. Io restavo con la faccia rincagnata sul pc e sul mio curriculum, che all'improvviso mi sembrava esiguo. C'era un certo senso di solitudine.
Non la sto facendo drammatica, eh. Si trattava della mia lotta contro il buon senso e contro tutti quelli che mi davano del folle ("A Roma non c'è un cazzo") mentre io dovevo riuscire in questo grande (?) gesto.
E dopo mesi di realtà immutata, è bastato un unico colloquio; sia pure di oltre tre ore.
Attaccare frontalmente la sfiga e averne ragione con destrezza. Che splendidi momenti.
A volte.
Gli eventi possono darti, infine, ragione.
E dopo sarà tutta una salva di "Bravo!" e di battimani, tutto un coro di "Io lo sapevo", "Ero certo ce l'avresti fatta", "Sei un grande". Come se io già non lo sapessi. Di essere un grande, intendo. Che ne sapete, voi? Io ci ho provato. Ci ho provato, davvero. A non essere abbastanza in gamba. Non ci son riuscito.
E comunque preferisco il DON, che mi chiama "Cocciuto figlio di puttana": teatralità pura.