28 febbraio 2008

Confessioni di una mente malata

Si chiamava Whisky. Io avevo sette anni e quel cucciolo metà boxer e metà levriero che mi fu regalato lo chiamai Whisky. Sempre detto di essere un predestinato.
Non era un cane: era un'autentica bestia. Magro come un levriero, muscoloso come un boxer. Bello. Bellissimo.
Io amavo molto quel cane, sai nonna cara nonna bella? Ci passavo tutti i pomeriggi, tornato da scuola. Andavo alla casa in campagna e dimenticavo i compiti, per Whisky.
Ma tu ti eri impuntata, nonna cara nonna bella. Dicevi che Whisky mangiava i tuoi pulcini. Ogni sera li ricontavi e ogni sera ne trovavi di meno. E dicevi che era stato Whisky. E intimasti al Don di disfarsi di quel cane. Io piansi e piansi e piansi ma non servì a nulla. E una domenica mattina il Don mi portò a restituire Whisky a chi me l'aveva regalato.
E quanto male mi fece, vederlo andar via scodinzolando mogio mogio. E girarmi a guardarlo un'ultima volta mentre me ne andavo in auto e vedere che era lì fermo, spaesato, che mi fissava.
Capisci, nonna cara nonna bella: io mi dovevo vendicare. Avevo sette anni e mi dovevo vendicare. Anche perché rimpiazzare dieci pulcini era semplicissimo, bastava mettere una cazzo di chioccia a covare. Whisky invece era insostituibile.
C'erano tre pollai, l'uno attiguo all'altro. Da sinistra a destra: pulcini, galline, galli.
Quel pomeriggio ero solo. E così creai una specie di percorso obbligato davanti al pollaio dei pulcini. Aprendo la porta loro sarebbero usciti, avrebbero seguito per forza di cose quella specie di galleria che avevo improvvisato con alcuni cartoni. Alla fine di quella galleria c'era un piccolo slargo e, di fronte all'uscita della galleria, una piccola lamiera. In sostanza, nonna cara nonna bella, i pulcini uscivano correndo dal pollaio, percorrevano quella "galleria" e una volta sbucati nello slargo finivano contro la lamiera, in quanto bestie stupide e inutili, e poi tornavano indietro; e facevano questo percorso ancora e ancora. Io mi posizionai, nonna cara nonna bella, di fronte a quel cazzo di slargo.
Con il mio pallone Tango.
E tiravo rigori. Pian piano, i pulcini che facevano il percorso eran sempre meno. Per la precisione ne tramortii o uccisi quindici. Sì, nonna cara nonna bella, fui io a farti fuori quei quindici pennuti idioti. E fui io a far sparire i cadaveri. O meglio: furono i gatti.
Ricordo ancora, nonna cara carissima nonna bella bellissima, i tuoi pianti isterici quella sera, quando al tuo conteggio mancavano quindici creature. E ricordo il senso di soddisfazione con cui io, diabolico settenne, andai dal Don e dissi: - Papà, scusa: se son morti quindici pulcini e Whisky non è più qui, questo vuol dire che non è stato Whisky a mangiarli e quindi che Whisky non c'entrava nulla neanche prima. Quando mi porti a riprenderlo? -
- Tu sei uscito dalla mia cerniera, brutto appestato. E lo so che tu c'entri qualcosa. Lo so che tu sai. Però hai ragione: Whisky non c'entra. Domani andiamo a riprenderlo. -
Fu solo difficile insegnargli ad appostarsi davanti al pollaio di zia Anna anziché davanti al tuo. Ma era un cane intelligente, oltre che bello.
Scusa, nonna cara nonna bella. Son passati più di vent'anni e so che mi perdonerai. Io l'ho già fatto, con te.
Signora Maestra.
Si ricorda di me? Si ricorda di tutte le mazzate che ho preso per colpa sua? Di tutte le volte che ai colloqui coi genitori diceva a mia madre che ero bravissimo ma avevo "una condotta riprovevole?". Ci ho messo anni a capire cosa cazzo volesse dire "riprovevole", stronza di una Signora Maestra. Ché all'epoca per me "riprovevole" voleva dire semplicemente "mazzate". Ogni volta che si tornava a casa dai colloqui, il Don guardava mammà e le chiedeva: - Com'è andata? Devo pestarlo? - E mammà ogni volta rispondeva invariabilmente: - Uccidilo.- E lei sa, Signora Maestra, quanto mio padre ci tenesse ad assecondare mia madre.
Se lo ricorda di quella volta che ci divise in gruppi e io ero capogruppo e quando, con le forbicine in mano ché stavo ritagliando, dissi a un mio amico di smettere di far casino, lei mi prese a schiaffi e mi sequestrò le forbicine e mi sospese, (in prima elementare, mi ha sospeso in prima elementare, troia!), perché diceva che stavo minacciando di morte un mio compagno di classe?
Si ricorda di quando mi fece riscrivere un dettato cinque o sei volte perché diceva che avevo una brutta grafia? Si ricorda cosa le risposi, l'ennesima volta che mi disse di riscrivere tutto?
- Senta, Signora Maestra: io posso anche riscrivere un'altra volta però domattina le porto le pagelle e lei le riscrive per me, ché io ogni volta non ci capisco niente e me le devo far leggere da papà. -
Lei, Maestra, iniziò a urlare. Scrisse sul diario ai miei genitori di accompagnarmi l'indomani a scuola. Beh, signora Maestra: i miei genitori non lessero mai quel diario. Falsificai le firme e scrissi: - Mi dispiace ma per motivi di lavoro non potremo essere lì. -
Lei impazzì e chiamò mia nonna che, per farla calmare e tenerla contenta, iniziò a trapanarmi di mazzate in classe. Davanti a tutti. Avevo sette anni e lei rideva mentre mia nonna mi menava.
Per cinque anni mi ha perseguitato. E più io le dicevo, piangendo, che mi sarei vendicato, più lei mi perseguitava e le mazzate si moltiplicavano.
Se lo ricorda, brutta puttana di una Signora Maestra?
Se lo ricorda ancora che io le avevo promesso una spietata vendetta o crede di esserne uscita vincitrice?
Se lo ricorda che le dicevo che mi sarei vendicato?
E sa come mi sono vendicato, brutta sadica stronza di una Signora Maestra?
Ho aspettato più di dieci anni. Ho aspettato che lei si dimenticasse di me. Ho aspettato pazientemente.
E compiuti vent'anni ho iniziato a telefonare a casa sua il giorno di Natale, il giorno di Capodanno e il giorno di Pasqua. Tutti gli anni. Per nove anni.
O meglio.
Era mio cugino a chiamare.
- Pronto, buongiorno posso parlare con la Signora Maestra? Sono un suo ex-alunno e vorrei farle gli auguri. -
E poi a Lei, cara carissima Signora Maestra.
- Ciao, vecchia porca. [.....] Come chi sono? Ieri, quando ti mettevo a pecorina e belavi come una pazza e urlavi, te lo ricordavi il mio nome. Vecchio zoccolone, eheheh. E allora? Quando ci si rivede, succhiatrice indefessa, ché ti do due colpi come piace tanto a te? Vecchio troione obeso, quanto mi fanno arrapare i tuoi rotoloni. -
Se lo ricorda, Signora Maestra? Se la ricorda la sua disperazione, nel rispondere?
Ricordo l'ultima volta, quando mio cugino disse che erano quasi dieci anni che andavamo avanti con questa storia e iniziava a sentirsi una merda.
- Basta, ti prego: basta. Ogni anno arrivano le feste e mi chiami. Ogni anno rispondo e ogni anno mi rovini le feste e resto tutto il giorno a piangere. Perché mi fai questo? Che ti ho fatto di male? Ti prego: basta! -
E Lei piangeva, piangeva come una fontana, cara Signora Maestra. Quanto ero felice.
E lì dovetti finirla: in effetti nove anni di vendetta eran sufficienti.
Solo una domanda, cara carissima Signora Maestra.
Ma com'è che era così rincoglionita da cascarci sempre?

19 febbraio 2008

Parliamo di fica (sennò non siete contenti)

La fanciulla l'avevo incontrata a casa mia. Era venuta a vedere una delle stanze in affitto. Ray-Ban a goccia, aria di sufficienza ed essenza bocconian/profumiera/figalegnosa spruzzata ovunque, esibiva un bel viso, un'espressione quasi intelligente, una valida scollatura ed un eloquio accettabile. Vabbe', c'aveva pure un bel culo.
La camera non le piacque ma non rifiutò un invito a cena. Finire a casa sua fu facile e poco dispendioso. Ché io la cena la offro comunque.
Ovviamente, come sempre in questi casi, a letto era un cadavere buono solo ad emettere sibili monocorde: "Ah...sì. Ah...sì. Ah...sì". Ad libitum. Una pecorina, quella sera, sarebbe stata neve a ferragosto.
La scena si vivacizzò quando mi raccontò di essere fidanzata. Da quattro anni. Con un suo coetaneo ventitreenne.
E si vivacizzò non tanto per questa rivelazione, (capirai), quanto perché mi disse che il suo virgulto, anziché espletare con ardore et ammore et dedizione i suoi doveri coniugali, preferiva la playstation. Uno di quelli da abbattere immantinente, insomma. E questo la costringeva a cercarsi validi partner succedanei.
Al mio ovvio chiederle e chiedermi come mai non lasciasse siffatto monumentale cripto-gaio, oppose validissimi concetti pecuniari. Non potevo darle torto.
La classica stronza che faceva quel che poteva per sopravvivere.
Saddio perché, anziché dare il contorno del non sequitur alla cosa, prolungai il nostro squallido (te-lo) do ut (me-la) des.
Una sorta di "Il Maestro e l'Impedita". Che ci volete fare: il Bulgakov che è in me.
Certi rapporti si formano in maniera inattesa e vanno avanti per un po'. Ma solo un po'. Una sera mi disse "Tu hai troppe palle per me. Starti dietro è difficile". Spiegarle che starmi dietro non le era richiesto mi parve superfluo. E la sfanculai. Eran passati tre mesi.
Passarono i mesi e pure gli anni e di lei ricevevo solo sporadiche notizie.
Fino a qualche giorno fa.
Passeggio per strada al ritorno dalla pausa-pranzo e me la ritrovo di fronte che avanza mano nella mano col suo uomo. Lui: il cripto-gaio, da adesso CG; (sì, lo so: la consecutio oggi non è vibrante ma capitemi: le polemiche mi hanno snaturato).
Prima che io possa anche solo pensare, lei mi sorride raggiante e venedomi incontro esulta:
- Professore! Come sta? Come mai da queste parti? -
Io resto lì e la fisso interrogativa ma lei non mi dà il tempo di articolare un decoroso e necessario "Maccheccazzostaidicendo?". Si gira infatti verso CG: - Amore, lui è il Prof. Nomeinventato: era il mio esercitatore di economia politica! Non fosse stato per lui, non avrei mai passato gli scritti di quell'esame. -
Ora. Va bene il non cadere vittime di imbarazzanti formalità. Va bene il tirarmi e il tirarsi fuori da spiegazioni difficili ("Chi cazzo è, questo?") ma qui ho evidentemente davanti una delle più grosse stronze dell'emisfero. Che intanto mi guarda e sorride sorniona. La troia.
CG: - Ah, certo! Il tuo esercitatore. Mi scusi, Prof, ma io frequentavo poco e non l'ho subito riconosciuta. -
A questo punto, mi tocca stare al gioco.
Io: - Non si preoccupi. Capisco benissimo chi non segue quelle noiose lezioni di economia politica. E come sta, lei? Si è poi laureata? Con che tesi? Con quale relatore? -
Lei: - Sì, prof. Mi sono laureata qualche mese fa con una tesi in controllo di gestione. Ora lavoro qui in zona e stavo tornando dalla pausa-pranzo col mio fidanzato. Lei, piuttosto, che ci fa da queste parti? -
Io: - Beh, in realtà ho lasciato la carriera accademica. Non mi dava più stimoli. Adesso sono partner in una società di consulenza strategica che ha sede qui in zona e mi sento molto più appagato. Sa, gli studenti non erano tutti bravi, interessati e diligenti come lei. (E soprattutto non eran soliti dilettarmi con pompini ex-abrupto, NdJ). Spesso l'insegnamento può essere frustrante. -
Quanto so' bravo a di' cazzate.
CG:- Cavolo, Prof, lei ha ragione. Sa che anch'io sarei interessato ad una carriera consulenziale come la sua? Mi sono anche laureato con una tesi in strategia. Possiamo offrirle un caffè, così magari mi dà qualche consiglio? Solo una decina di minuti, se non è troppo disturbo. -
Ommerda.
Gli ho scopato la donna e mò mi chiede pure consigli di lavoro. Mentre sto per collassare in una sacca enorme di vergogna, la stronza è al massimo della felicità.
E così beviamo il caffè e io tiro fuori una raffica di puttanate dense dell'aria fritta studiata sugli esami di strategia all'università. L'idiota ascolta rapito e mi chiede la mail per mandarmi il suo curriculum.
- Per me, Prof, andrebbe benissimo anche solo poter sostenere un colloquio per un eventuale stage. -
- Guardi, le dirò la verità: al momento siamo ben staffati ma lei mi mandi comunque il suo CV ché mi sembra una persona valida. -
Centinaia di colloqui con gli psicopatici delle risorse umane saran serviti pure a qualcosa, no? A poter dire staffati con autorevolezza e senza passare per coglioni.
Nomeinventato.gmail.com.
- Le do la mia mail personale così la sua la leggo prima. -
Gli sorrido affabile e lui si profonde in lunghi e complessi ringraziamenti.
E poi paga anche il caffè.
Adesso ho cambiato locale per la pausa-pranzo e al ritorno faccio un giro più largo. Molto più largo.

15 febbraio 2008

Un post

Sere fa son tornato a casa dalla mia solita giornata trafelata a base di iperattività. Come al solito, ho preparato la cena dando un'occhiata ai giornali e alle news on-line.
E così son venuto a sapere dell'ultima intemerata della cei sulla scena hot (???) di "Caos calmo". Ci ho riso su. Una risata, (si spera), li seppellirà.
Poi ho letto quanto accaduto a Napoli e sono caduto in una sorta di trance. Ero talmente incredulo che per mezz'ora ho letto e riletto la notizia sperando si trattasse di una colossale bufala.
Una bufala grottesca, assurda, crudele, feroce e violenta. Ma una bufala. Evidentemente non era così.
Davvero: ero stupito, sconvolto, amareggiato, persino addolorato, per quella donna. Ora. Tutti questi stati d'animo li ha espressi, ovviamente molto meglio di me, Francesco Merlo sul suo articolo su La Repubblica di mercoledì. Ho poco da aggiungere.
Se non che voi sapete che io leggo Il Foglio da anni. Perché è scritto bene, perché spesso è molto meno convenzionale degli altri, perché è stimolante, perché ho sempre seguito il principio "Conosci il tuo nemico".
La proposta di Ferrara, nel momento in cui dice che nessuna donna andrebbe costretta a partorire, che nessuna donna dovrebbe essere perseguita legalmente per l'aborto ma che l'aborto è una tragedia, credo sia moralmente condivisibile; anche perché, spiace dirlo, banalmente ovvia.
Il problema è il mercanteggiare queste idee, lo strumentalizzarle, anche da parte di altri, l'edulcorarle politicamente per poi usarle come attizzatoi con cui paventare le fiamme dell'inferno. Creando conseguenze da dramma dell'assurdo come quanto accaduto a Napoli.
Non mi va di unirmi al magma dei vari sermoni, da entrambe le sponde, che pullulano ultimamente su giornali e tv.
Solo che "Fate l'amore, non fate l'aborto" mi sembra uno slogan stupido, semplicistico e banalizzante. Molto più nichilisticamente arrembante e moralmente indifferente, (cito lo stesso Ferrara), di chi pretende di accomunare chi è a favore dell'aborto con i fautori dell'eugenetica e del controllo delle nascite adottato in Cina. Ecco: questa critica "all inclusive" non mi sta bene. Perché arma l'interventismo bellicoso, fanatico e fondamentalista di cui è intriso quanto accaduto a Napoli.
Potrei dirvi "Fate l'amore e, diononvoglia, ma se fosse disgraziatamente necessario fate l'aborto", ma non ho velleità di politico né di agitatore di coscienze.
E penso che in questa cieca battaglia sui diritti del nascituro, ci si stia dimenticando, progressivamente e inesorabilmente, della madre.
Credo che si stia declassando la madre da individuo a semplice portatrice, meglio se non pensante e priva di diritti e capacità decisionali, di feto.
Oltre che a dispensatrice di pompini, (e in questo secondo caso ho forse inconsapevolmente "peccato" anch'io).
E quando Ferrara, come ha fatto ieri mattina intervenendo in una trasmissione, dichiara che potrebbe avere la stessa sindrome, quella di Klinefelter, da cui era affetto il feto abortito a Napoli, sindrome che si tradurrebbe, secondo lui, nell'avere grandi mammelle e piccoli testicoli, quando insomma Ferrara riduce il tutto alla dimensione dei coglioni, beh: io penso si stiano toccando vette inesplorate di superficialità.
Derubricare un dramma personale, ché di questo si tratta, una tragedia, una disgrazia a volte purtroppo necessaria, a un reato testé coniato, non è né da atei devoti né da cattolici osservanti: è da senzaddio.
Anche per questo penso che, ad esempio, non voterò per il PD. Perché mi son stancato di seguire il precetto montanelliano di votare turandosi il naso e non posso prendermi, per quel che vale, la responsabilità di contribuire a vedere nuovamente deputata la binetti.
Così come mai e poi mai avrei pensato di ritrovarmi a favore di manifestazioni in salsa femminista, io che non mi sono mai posto veramente il problema della parità dei sessi perché proveniente da due famiglie, quelle dei miei genitori, dolcemente e pacificamente matriarcali.
Evidentemente, però, a furia di dire che la donna è solo la fica con la menta intorno, si corre il rischio che qualcuno ci creda per davvero.
Questo post lo troverete sconclusionato, forse, senza capo né coda, perché emotivo, scritto con molto cuore e poca attenzione agli accenti.
E deluderà, questo post, sia chi avrebbe voluto leggervi una delle mie solite avventure da procacciatore di pecorine belanti, sia chi avrebbe voluto approfondimenti e contenuti.
Mi dispiace, ma oggi va così.
Il concetto è solo uno, in definitiva: vergognarsi di essere italiano sta diventando un luogo comune becero e abusato. Non pensavo vi avrei mai fatto ricorso.

10 febbraio 2008

Prese di posizione

PICCOLO UPDATE: Lei è all'avanguardia e nessuno deve romperle i coglioni. Quindi se oggi dovessi aver voglia di leggere qualcosa di inconsistente, leggero, poco impegnativo e pieno di puntini di sospensione, non potrò farlo perché cliccando sul suo link, (che conserverò ad memoriam), mi apparirà una scritta che è tutto un programma: "Sorry, you're uninvited". Che poi: costa così tanto scriverlo in italiano? "Scusami ma non sei invitato...(ad libitum)...". La cosa più buffa e infelice è il constatare come non abbia risposto alla "chiamata alle armi" che è questo post, ma abbia preferito innescare la polemica da lei, hai visto mai che poi aumentavano troppo i miei accessi. O diminuivano i suoi. Io, che tutte 'ste pippe mentali non me le faccio, so' andato di là, quando ero ancora "invited", a controbattere. Insieme ai soliti quattro gatti, (lei ci chiama così). Peccato che a un certo punto si potessero leggere, nei commenti, solo le sciocchezze sue e di altra amena umanità come un certo osservatore romano ma non le nostre risposte, col risultato che si poteva ieri sera ammirare il blog di una che diceva non si a questo punto a chi: "Sei un superbo!", "Ti serve un analista bravo", "Pezzente, vigliacco e crudele", insomma: la versione duepuntozero del vecchio "Se la suona e se la canta da solo". Una prece.
IL POST
Questo blog, dopo settimane di polemiche a volte insulse, a volte grondanti solo autoreferenzialità, dopo enormi scambi di mail pacate da una parte e spesso ingiustificatamente livorose dall'altra, dopo chiacchierate in msn e g-talk in cui al tenutario son ricresciuti i capelli solo per poterseli strappare, dopo aver ricevuto insulti in pubblico e pietismo d'accatto in privato, dopo diversi franamenti delle rotule per terra causa il peso eccessivo dei coglioni che vi gravavano, dopo attente letture e doverose riflessioni.
Questo blog, dicevo, abbandona la sua mastelliana equidistanza, indossa un maglione girocollo blu, appronta una parete con finti libri alle sue spalle e scende in campo.
Scende in campo contro il pericolo dell'invasione dei qualunquisti della forma. Scende in campo e lo fa a favore dei blog ben scritti e misconosciuti, perché estranei a certi meccanismi che ora fanno da padroni. Quei blog che qualcuno, il cui massimo sforzo è parlare del condimento della pasta a pranzo, definisce Z-blog. Scende in campo e supporta Vertigoz e tutte le sue iniziative: Automatic Blogstar, BSPM (BlogStarPostMaker), Linking-Day e Delinking Day.
Non appena il mio template-manager mi spiegherà come fare, farò un po' di pulizia nel mio blogroll, posto che in realtà c'è poco da ramazzare visto che questo blogroll è blindatissimo e frutto di scelte accurate; tranne che in un paio di casi. Probabilmente dovrò anzi fare delle aggiunte.
Vi spiego il senso di questa scelta.
E' evidente come a molti difettino ironia e leggerezza; Calvino in tal senso potrebbe aiutare. Evidentemente parlare (scherzosamente) male di qualcuno, o meglio di quello che scrive, ed esprimere pacato dissenso o critica costruttiva configurano i reati di vilipendio e lesa maestà, visto che pare che certe persone accettino ed apprezzino solo delirio affabulatorio ed adorante. E questo non mi sta bene.
Parlo di blogger che si prendono troppo e maledettamente sul serio, e che non si rendono conto che con questo atteggiamento rendono ancora più gustoso il perculeggiarli impunemente in maniera continuativa. Che addirittura vorrebbero stabilire dove si colloca il confine, lo spartiacque fra l'artisticamente erotico e l'inutilmente volgare, ad esempio. Io combatto loro.
Ricorderete voi tutti che tempo fa un certo Jimmy Moscelli aprì un blog parodia del mio. La cosa mi divertì non poco e fui il primo a pubblicizzarlo e promuoverlo: c'era gente che commentava qua e là e la cosa non è mai degenerata negli insulti gratuiti, in quel "Lei non sa chi sono io" che in questo ambito suona ancora più ridicolo di quanto non sia normalmente. Questo perché cricche di sociopatici senza arte né parte che commentano adoranti autorizzano questa gente a sentirsi piccoli e maldestri padreterni, anche se scrivono del nulla e sul nulla.
Mentre la parte più bella delle critiche è il piacere di confutarle, spaventa la pochezza di argomentazioni di costoro, che si rifugiano in eleganti inviti a slurparsi barra sciropparsi il primo indumento intimo che dovesse capitare a tiro e amenità affini, oppure ti dicono "Io scrivo sul nulla ma leggo il nulla anche qui" come se scrivere, e meravigliosamente, sul Papa, (esempio), equivalesse a scrivere sulla peperonata indigesta; (altro esempio).
Oppure ti bloccano su msn.
Tutto perché costoro sanno che queste critiche, o meglio osservazioni, sono fondamentalmente vere, perché scritte da persone che scrivono meglio di loro. O meglio: scrivono. Ed è proprio questo il punto.
Io non credo che sia in gioco il solito problema dei contenuti. Che i contenuti abbiano perso d'importanza, ammesso che ne abbiano mai veramente avuta, è un dato acquisito. D'altra parte, chi è che fa contenuti? A me ne vengono in mente pochi: Noantri, Brodo, Squonk. Poi, poca roba. E allora basta che esprimano, come ha mirabilmente scritto Greenwich, un pensiero, un concetto, una risata, qualcosa per dio; ma mancano anche questi.
Così come manca la forma. Ché quando il blog è personale, quando è la tua cazzo di smemoranda on-line, allora a meno che tu non abbia una biografia movimentata come quella di una rockstar, sarà la forma a salvarti e a decretare il tuo "successo", a rendere interessanti vicende comuni ai più. Ecco che diventa importante anche la forma. Ecco che la forma diventa sostanza; ("un altro luogo comune e mi uccido"). Invece tocca leggere colossali cagate che son tali per quello che dicono e soprattutto per come sono scritte. Cagate ipercommentate perché il gioco del postare a tutti i costi e del rimpiattino continuo col commentatore mononeuronale paga in termini di accessi. E se qualcuno protesta, "Zitto tu che sei uno sfigato perché hai meno accessi di me e manco sei tra i primi dieci di blogbabel".
Come Greenwich si dichiara non-paladino dei contenuti, io allo stesso modo, oltre a supportare Vertigoz, mi dichiaro paladino della forma. Dello scrivere bene.
Per carità: son tutti liberissimi di scrivere tutte le stronzate che vogliono. Io per primo. Ma noi vogliamo sentirci liberi di farglielo notare. Senza dover per questo aver paura di mettere in moto la macchina domattina quando andremo in ufficio. E soprattutto senza che questo abbia nulla a che fare con eventuali rapporti personali.
Noi d'altra parte questo problema non ce l'abbiamo: noi prima ci linkiamo, perché ci piace leggerci, e poi forse andiamo a bere una birra insieme. Non organizziamo barcamp per poi linkarci perché sennò pare brutto. E perché nel gioco delle citazioni a distanza poi potremo salire in classifica.
Un po' di tempo fa una blogger che mendica tozzi di pane e link con costanza invero ammirevole mi ha chiesto se per caso non mi avesse offeso in qualche modo visto che non si spiegava come mai avessi rimosso lei dal mio blogroll, avendo invece lasciato Egotique. Egotique, capite? Una che scrive piccoli capolavori in sei righe. Alla mia ovvia risposta, ("Ti avevo linkata per disperazione, ti ho rimossa perché obiettivamente il tuo blog fa cagare"), la blogger in questione, in evidente crisi d'identità e visibilità, ha ribattuto dicendo che: il mio blog è del "genere blog personale" che a quanto pare non si incula più nessuno, che il mio stile di scrittura è bruttissimo, che se lei avesse il mio stesso stile di scrittura si sarebbe suicidata già da tempo e che, soprattutto, non gliene fregava nulla del mio link, perché lei è amica delle vere blogstar, quelle prime in blogbabel. Seguiva elenco di blogstar rintracciabili su su in classifica.
La mia risposta è stata questa. (Vado a memoria).
"Posto che la maggior parte delle sedicenti blogstar sono tali o perché hanno un blog dal '52 o perché si fanno pompini a vicenda o per entrambi i motivi, posto che pochissime fra queste blogstar scrivono cose che valga la pena leggere, e quelle poche sono in effetti linkate anche dal sottoscritto, va detto che al sottoscritto fregacazzi barra importasega di loro e del tuo esservi amica, visto che, allo stato dell'arte attuale nel panorama blog, posso dire senza tema di smentita di scrivere meglio del 90% dei blogger in circolazione. E mi riferisco puramente alla scelta della parola e alla capacità di cesellare anche la singola sillaba. Nel restante 10% ci metto quelli che stanno nel mio blogroll più pochi altri oltre a una piccola dose di falsa modestia che fa trendy".
(Che è poi lo stesso motivo per il quale, in quello che è stato definito il mio feed umano, appena pubblico un nuovo post avviso subito i miei contatti in g-talk e msn: perché non vedo l'ora di crogiolare il mio ego nelle loro giustificatissime lodi sperticate. Che hanno un senso perché vengono da gente che ha un cervello pensante. Oltre che una padronanza dell'italiano che difetta a tantissimi).
Mi ha dato del megalomane, chiedendomi di avvisarla quando ritirerò il nobel.

04 febbraio 2008

Una giornata tranquilla

Ore sette e zero zero. Forza JD, in piedi. Hai dormito cinque ore e mezza e son più che sufficienti. Checcazzo, Napoleone ne dormiva quattro e in un pomeriggio spianava l'Egitto.
Cucina: colazione.
Metti su il pentolino dell'acqua per il thè verde e la caffettiera preparata la sera prima. Intanto, bevi i fermenti lattici e il succo ACE e spalmi la marmellata sul panino dolce. La caffettiera ulula. Mangi il panino, bevi il tuo primo bicchiere di latte e la prima tazzina di caffè. Bolle l'acqua. Metti il thè in infusione. Mangi il tegolino Mulno Bianco, ("che tenerone"). Secondo bicchiere di latte, secondo caffè. Bevi il thé e accendi la prima sigaretta. La fumi guardando le news e gli inizi di dibattito politico su La7. Quant'è fica la Costamagna.
7:45. Vai in bagno e caghi fumando e anche leggendo. In questo mese per voi, dal bagno del Durelli, "Rumore bianco" di Don De Lillo.
Bidet, barba, doccia. Ogni operazione devi eseguirla coi tempi canonici della scuola militare: tre minuti per il bidet, cinque per la barba, sette per la doccia. Non ci sono cazzi.
Vestito: camicia bianca sartoriale con gemelli e iniziali sul polsino, (è il dettaglio che fa la differenza, plebei), abito blu, calze blu, scarpe nere, cintura nera, cravatta blu a pois bianchi. Dopo-barba e profumo Carolina Herrera 212.
Scendi al forno, prendi un panino caldo, sali su e lo farcisci con bresaola, olio e limone. Metti anche due mele nella 24 ore, infili il cappotto, I-POD nelle orecchie, tram. Libro per il tram: "La notte dell'oracolo" di Auster.
Ti fermi all'edicola e compri i quotidiani. Accelera il passo, perdio.
8:50. Sei in ufficio. Sei sveglio da meno di due ore e perdio sei già stanco.
Animo: prendi un altro caffè, fumi un'altra sigaretta, chiami LEI al volo per augurarle buona giornata.
Ore nove e zero zero. I colleghi arrivano alla spicciolata, tu stai già a smanettare su Excel.
Noia duepuntozero fino alle 19:00.
19:00. Vai a casa a piedi: tempo massimo venti minuti. Alle 19:20 sei alla SMA sotto casa e compri il necessario per la cena. Alle 19:40 sei a casa e pensi. Fa un cazzo di freddo e hai trentasette e mezzo di febbre. Ma tu a trentasette e mezzo ammazzi un bue a mani nude e te lo fai alla fiorentina. Come Verdone in "Troppo forte", hai gli anticorpi coi controcojoni: tu le malattie le distruggi, le schianti.
Tuta della scuola militare: dopo tredici anni ti sta ancora benissimo. Sei un figurino. E hai deciso di allenarti. I-POD nelle orecchie, cappello in testa. Metti su "Kozmic Blues" e alle 19:55 stai correndo al parco.
Tu non hai idea, tu non DEVI avere idea di cosa sia lo stallo mentale dell'ozio. Perché oggi è giornata di educazione fisica militare.
Programma: quindici giri di parco, tanto per iniziare. Ad ogni giro ti fermerai 30 secondi per fare una serie di trazioni: sette, otto, nove, dieci, undici e quindici ripetizioni. Questo per i primi sei giri. Stessa cosa per i sucessivi sei, ma con le trazioni per i dorsali. Gli ultimi tre giri saranno di corsa "normale" defatigante.
Corri e ascolti musica. Dai Guns ai Beatles, dagli Oasis ai Rolling Stones, dai Pink Floyd ai Queen, da "7 e 40", ("Presto presto!"), di Battisti a "Su di noi" di Pupo e trash contiguo.
"Eye of the tiger" e le colonne sonore del Padrino e dei film di Sergio Leone te le riservi per la fine, quando avrai l'acido lattico anche nel cervello e dovrai fare gli scatti.
Ultimi tre giri. "Live and let die" è una panacea.
Finita la corsa. Passata la prima ora e mezza. Ora gli esercizi.
Tre serie da 100 di addominali laterali e tre serie da 100 di addominali "crunch". Stai ascoltando "Amore caro, amore bello" di Lauzi e questo in qualche modo ti dà la carica.
Inizi con i piegamenti. Sei serie da 25 ripetizioni alternate a sei serie di addominali bassi per un totale di 200 e sei serie da 20 di lombari. E poi daccapo, con la differenza che le flessioni le farai con le gambe in alto e gli addominali saranno quelli alti.
E' passata un'altra ora: dovresti essere allo stremo. Col cazzo.
"Non fa male, JD. Non fa male".
Fai stretching sulle note di "Volunteers" degli Jefferson Airplane.
Bevi qualche sorso d'acqua alla fontana e inizi gli scatti.
Sei fuori casa da due ore e tre quarti.
Ritorni a casa correndo e gli ultimi cento metri li fai provando a battere il tuo personale record storico: poco più di 11 secondi. Non sai se ce l'hai fatta. Sulle note di "We are the champions" eri troppo su di giri per guardare il cronometro e una macchina stava per investirti.
Davanti all'ascensore ti togli la felpa della tuta e la t-shirt. Fosse iliache: mode-on. Ti rimiri nello specchio. Certo che sei strano forte, eh?
Sali a casa.
Il rilascio di endorfine equivale a una potentissima scarica orgasmica. Ascolti nuovamente "Amore caro, amore bello" e inizi a ballare per casa. Seminudo.
"Io muoio, aaahahahahhha. Io, se lascio te son solooooooooo!"
Le coinquiline con amiche in fase studio ti guardano fra l'arrapato e lo sconvolto.
Doccia veloce. Fettina di filetto che cuocerà in una decina di minuti, durante i quali sorseggerai vino e fumerai una sigaretta. Che sarà gustosissima. Prepari anche gli spinaci e ceni con un occhio alla tv e uno ai giornali comprati la mattina.
Fiisci di mangiare e chiami LEI. Frattanto, col telefono sulla spalla, mentre parli lavi i piatti, lucidi il piano cottura, passi l'aspirapolvere in cucina, metti su l'acqua per il thé verde e prepari la caffettiera per la mattina dopo.
Chiudi con LEI e chiami tutti i membri della tua Famigghia. Inizi a bere il thè. Richiami LEI per fumarci l'ultima sigaretta. LEI che ti dice che le dà ai nervi tutta la tua cazzo di energia. Ti lavi i denti e le dai la buonanotte.
Leggi una ventina di pagine del libro sul comodino. Solo per questo mese, "Brooklyn senza madre" di Lethem.
Riguardi al volo quell'editoriale di Ferrara e quell'altro di Mauro.
Spegni la luce. Ti tiri la pippa della buonanotte. Reciti la preghierina e ti scusi con la santa trinità per gli atti impuri. Finisci la preghierina e ti tiri un'altra pippa.
E' l'una e mezza. La sveglia è alle sette.
Solita giornata un po' piena.
Come lo sarà quella di domani, con la differenza che andrai in piscina anziché al parco.
Dormi il sonno dei giusti, sentendoti vivo.
Ti svegli con una certezza.
Tu non sei normale. No no. Non sei neanche strano o caratteristico o eccentrico.
Tu sei semplicemente pazzo.