26 febbraio 2007

Lo butto giù così come mi viene...

UPDATE (e quando mai...):
L'anonimo che nei commenti dice (cito): "Questa roba fa cagare" dovrebbe essere un tale Seba, che ieri sera, dopo aver commentato da me, ha "segnalato" la cosa a Dandyna, affermando, (potete leggere voi stessi), che io me la tiro indebitamente e pregando la stessa Dandyna di fare qualcosa. Cosa, ancora non è dato sapere. Devo aspettarmi adesso una pattuglia di bravi che mi recapiterà gentilmente la stessa Dandyna? Boh, queste cose mi fan sorridere, davvero. E, lo dico a costo di sembrare luogocomunista, certa gente non ha una vita.
Infine e una volta per tutte. Credevo che il post fosse chiaro: non ho certo affermato che scrivo come Roth o Richler o gli altri presi ad esempio nel post. Ho solo detto che non so cosa darei per avere il loro talento, che per inciso NON ho, e che intanto scrivo. Tutto qui. Spero non servano altre spiegazioni. Grazie....
...Eccheccazzo.
Esigo risposte, dalla scrittura.
Ragioni più profonde e argomentazioni più elevate.
Conversazioni con me stesso, con quel prototipo di figlio di puttana che è il mio ego.
Conversazioni che mi aspetto tonofichino il mio cervello.
Urgenza di scrivere.
Letteratura salvifica.
Urgenza di scrivere.
Aspirazioni letterarie.
Parole da appuntare.
Parole da ricordare e rileggere.
E da conservare come reliquie.
Ginnastica mentale; anche.
Per mettere a posto i torti.
Liberarsi dai cattivi pensieri e dalle inquietudini e dalle paure.
L'insonnia.
L'inutilità del sonno, a volte.
Ché proprio mentre stai per addormentarti, magari alle 3 e 33, come ha scritto impagabilmente l'unica, vera ed imprescindibile
blogger in circolazione, ti scatta qualcosa dentro. Di irrefrenabile.
Hai un pensiero e devi buttarti giù dal letto per annotarlo, perché domani avrai lo stesso pensiero, forse, ma non la stessa intuizione sulla forma migliore in cui renderlo.
Devi sgusciare via dal letto e afferrare carta e penna.
Scrivere, scrivere, scrivere.
Vergare il foglio tenendo la penna come un pugnale.
Effusioni di pensieri e mescolanze di parole che abbiano un senso, che facciano proseliti.
Pagine dense. Pagine la cui lettura duri almeno dieci corroboranti minuti per ciascuna di esse.
Su una moleskine o su un pezzo di carta qualunque. O su un blog.
Concatenare parole e punti e virgole e sintassi magari come fece George Harrison per "While my guitar gently weeps": apri un libro a caso su una pagina a caso e segni delle parole sempre a caso. E su quelle costruisci la canzone. A me succede più o meno la stessa cosa: ho delle espressioni o delle parole che mi ronzano in testa per giorni e poi su quelle ci costruisco i miei appunti. O le cagate che propino qui sopra. Come questa.
Concatenare parole e punti e virgole e sintassi nella speranza di "confezionare" qualcosa che ti faccia bene e che resti anche dopo di te.
Troppa presunzione: io non ce la farò mai.
E ritorno a letto. E guardo la foto in autoscatto appesa alla parete. Io e LEI. E riacquisto un po' di umana serenità.
Forse riuscirò a dormire.
Ma ancora no.
Devo leggere, ancor prima di scrivere.
Richler, Roth, Calvino, Marquez, Ellroy, Pessoa, Sartre, Gadda, Sciascia, Bellow e De Lillo e tantissimi altri rigorosamente NON in ordine di importanza.
E capire il loro incantesimo. Da dove nasca.
E allora riprendo e mi sforzo.
Il talento si ha o lo si acquista? E come lo si cesella?
Ché scrivere bene non è solo ignorare più o meno artisticamente le raccomandazioni e le insistenze dei tuoi insegnanti di lettere. Non è iniziare un periodo con un "ma" o con una "e", no. Scrivere bene è parole pregne ed evocative, è creazione pura, è genio.
E' amore per gli altri, anche.
Il carisma delle parole, l'assillo corruttore del vocabolario.
Avevo sei anni e chiesi a mio padre di regalarmi un vocabolario e, avutolo, (era uno Zingarelli minore), passai cinque pomeriggi consecutivi a cercare di scoprire più parole a me sconosciute possibili e a cercare di impararne il significato.
Il Don mi gardava perplesso: non capiva se suo figlio fosse un matto sradicato o un impagabile curioso.
Per questo, provo a scrivere.
Per poter poi scrivere di un Barney o di un Portnoy, piuttosto che vivere come loro, ché raccontar di loro sì che mi farebbe sentire vivo, per strano o paradossale che possa sembrare.

22 febbraio 2007

Alleanze in modalità "Cani e Porci"

Sia chiaro.
IO non voterò MAI PIU' per il centrosinistra.
O, molto più probabilmente,
IO non voterò MAI PIU'.
Sono deluso e disilluso.
A dire poco.
UPDATE: intanto c'è ancora chi difende certi politicanti e cancella i tuoi commenti dal suo blog se dissenzienti. C'è ancora chi ti chiama con sprezzo "Borghese". Cristiddio...

17 febbraio 2007

Across the universe

Passano gli anni.
Che trascolorano in lustri.
Si consumano sigarette.
Si sbevazzano cocktail.
Si trangugiano whisky.
Ci si asfalta l'esofago.
Ci si lastrica lo stomaco.
Si cambia lavoro.
Non si trova lavoro.
Si alternano le donne.
Si pastrugnano passere inusitate.
Si cambia casa.
Si perdono i vecchi amici.
Se ne trovano di nuovi.
Ci si fa soffocare dall'ipocondria.
Si prendon benzodiazepine.
Si diventa ipocondriaci sentimentali: impegnarsi fa venir l'ansia.
Si alternano altre donne.
Si scopa a dovere.
O ci si ammazza di pippe.
Si trova la donna giusta.
Si fa, la cosa giusta.
Si smette di fumare.
Si evita di bere.
Ci si ritappezza l'esofago.
Si mette la testa a posto.
Si diventa virtuosi.
E anche un po' noiosi.
Si va a letto presto.
Da autodistruttivi ad asceti.
Ci si caga il cazzo di essere virtuosi.
Si ricomincia da capo.
Si fan cazzate atomiche.
Si cercan scuse comiche.
O ci si appella al quinto emendamento.
Si inanellano fallimenti.
Ci si ricomplica la vita.
Si rimodellano sentimenti e aspettative.
E intanto si delira.
And so on.
Insomma, "tutto passa e il resto va".
Però son sempre qui, il venerdì notte, davanti ad uno stracazzo di file excel.
E via di nuovo.
Passano gli anni.
Si consuman sigarette...
..... (continua) .....
("Nothing's gonna change my world"...)

14 febbraio 2007

Luoghi comuni reloaded

E' come quando ti fidanzi. Che tutte te la tirano in faccia; (cit.).
Adesso che ho un lavoro,
adesso che mi sveglio con uno scopo,
adesso che il bancomat non mi fa più il gesto dell'ombrello,
adesso che l'autostima non è più un problema,
adesso.
Adesso si decidono a chiamarmi in truppa per offrirmi lavori per i quali mi ero candidato mesi e mesi fa.
Epperò.
E' anche vero che poterli fanculizzare con un diniego eloquente ed in tono saccente ha il suo fottutissimo perchè.
Ah, oggi è San Valentino.
E la mia donna non ha assolutamente rotto i coglioni chiedendo regali o attenzioni particolari.
A dire il vero non l'ha neanche menzionato.
Poi uno si chiede cos'abbia di speciale la mia consorte.
"When I get older, losing my hair, many years from now..."

09 febbraio 2007

25 ore. Circa.

Il primo giorno del nuovo lavoro scivola via alla grande. Ufficio enorme e soprattutto tutto per me, cellulare aziendale e un discreto numero di gnocche in giro per i corridoi. L'apologia dello yuppie. Gia' adoro i miei nuovi portatori di stipendio. Faccio una foto al mio nuovo sancta sanctorum lavorativo e la mando via mms alle persone piu' care.
Decido di fare la persona seria e chiamo un mio ex collega: gli chiedo di portarmi, dopo il lavoro, un mio studio che mi servirebbe per il nuovo impiego e ci diamo appuntamento per le venti e trenta sotto casa sua.
Arrivo li' puntuale. Stranamente. Aspetto quarantacinque minuti. E' quando son gli altri a non essere in orario che capisco quanto possa dare al cazzo il mio essere un ritardatario cronico, stronzo e fottuto.
L'ex collega si presenta scusandosi quanto basta e annunciandomi che ha dimenticato in ufficio quanto avrebbe dovuto portarmi. Bestemmio in silenzio.
Lui: - Senti, JD. Visto che io ho da fare, perche' non prendi tu il motorino e non vai in ufficio? -
E sia, penso. All'andata, tutto liscio. Ma al ritorno.
Piove. In Corso Magenta, la strada e' uno schifo. La ruota del motorino si incastra in una rotaia del tram. Penso : - Adesso cado - e.......
...detto fatto.
In un attimo mi ritrovo per terra con lo scooter che mi sovrasta. La macchina che sopraggiungeva si e' fermata a quaranta centimetri dalla mia faccia di cazzo. Accarezzo la sciarpa grigia di mio nonno, cucita a mano da mia nonna piu' di trent'anni fa, mi alzo e ai passanti accorsi dico: - Tutto a posto, non mi son fatto niente, non vi preoccupate. -
Nuovamente in sella, constato che il motorino e' intatto e che ho una coscia completamente nuda. Un abito da cinquecento euro completamente da buttare.
Cazzo cazzo cazzo. E porcadiquellaputtanasmandrappataesmanicacazzi.
Lascio il motorino al mio amico e torno a casa. Ceno, chiamo la mia consorte, i familiari, gli amici. As usual.
Alla sigaretta del dopo - caffe' inizio a sentire dolori ovunque, un mal di testa martellante, nausea e conati di vomito. E come se non bastasse, non riesco a reggermi in piedi per quanto mi gira la testa.
Vado al pronto soccorso ortopedico. A piedi. Il percorso di guerra alla scuola militare era un soffio di primavera, al confronto. Radiografia dorsale, cervicale e della bocca, con annessa inquadratura del cranio. Ho un teschio dannatamente fotogenico. Cazzo quanto risaltano i miei occhi azzurri. Dalle lastre non risulta nulla ma c'e' un'ambulanza che mi scarrozzera' verso un altro pronto soccorso per esaminare i miei mal di testa sempre piu' lancinanti.
Arrivo li' e mi dicono che dovro' passare la notte in saletta sotto osservazione.
Mi addormento in una barella circondato da flatulenze e lamenti.
Mi sveglio quattro ore dopo perche' la signora che si e' fatta male alle gambe alla mia destra ha problemi a defecare con la pala e il signore russo che e' stato pestato da una combriccola di adolescenti di buona famiglia e scarsi principi alla mia sinistra non sa infilare l'uccello nel pappagallo e sta innaffiando il lenzuolo.
Uno spettacolo pirotecnico.
Deambulo in giro per il pronto soccorso col mal di testa che e' diventato un connotato del mio essere.
Dopo due Girelle e due caffe' alla macchinetta, sgattoiolo fuori a comprare tutti i quotidiani possibili per ingannare il tempo, che' di osservare l'umanita' oggi non ne ho voglia.
Nonostante tutto, certe scene sono impagabili. Una tizia arriva gridando e dicendo che non ne puo' piu' del marito mascalzone e che per questo l'ha picchiato. La parcheggiano in psichiatria.
Chiamo il mio capo.
- JD! Stai arrivando? Ti aspetto al bar sotto l'ufficio per un caffe'. -
- Non posso. -
- Eddai! Sei proprio un asociale. -
- Non sono un asociale. Sono al pronto soccorso. -
Finalmente mi convoca il neuro-chirurgo. Guarda la radiografia della cervicale e inizia col dito a contare meticolosamente le mie vertebre del collo risultanti dalla radiografia stessa.
- Guardi che al massimo potrei essermi rotto qualche vertebra, non certo averla persa. -
Mi mandano a far la TAC. Tre minuti con la testa in mezzo ad una specie di tarallo.
Poi mi parcheggiano ad aspettarne il referto. Incredulo, constato un'imbarazzante erezione, (e quando mai?), e la cosa ha un che di stupefacente. In giro non c'e' nulla di interessante: ne' gratitudine, ne' buona educazione, ne' tanto meno ormoni. Mentre faccio ricorso a tutta la dissuasione di cui son capace per convincere la mia consorte che non e' il caso che venga a Milano, decido di avvisare il Don.
- Pa', ho avuto un incidente col motorino. -
Sospiro di venticinque secondi netti. Poi, finalmente, energico, drammatico, esagitato, liberatorio, l'urlo.
- Diodiunamadonnaaaaaaa! -
E chiude.
Forse morire qui sara' la mia salvezza. Intanto, la sim del cellulare ha deciso di smagnetizzarsi. Quando, ventiquattro ore dopo, andro' a farla sostituire, non avro' l'inventiva necessaria a coniare nuove bestemmie che sottolineino il mio disappunto nel prendere atto del fatto che tutta la mia rubrica e' sparita nel nulla. Meno male che ricordo a memoria il numero della mia donna. Non fosse cosi', avrei gia' le palle in tagliola.
Infine, arriva il referto della TAC. Negativo.
Dopo essere tornato al pronto soccorso ortopedico ed aver aspettato altre tre ore e mezza per far refertare le radiografie, ecco la diagnosi: lieve trauma cranico non commotivo, trauma cervicale e dorsale. Terapia: venti giorni di riposo, anti-infiammatorio come se piovesse e, dulcis in fundo, collare rigido. Tutto l'ambaradan e' durato venticinque ore.
Richiamo il Don.
- Posto che non mi risulta che tu abbia un motorino, mi vuoi dire come hai fatto? Anzi no, non voglio saperlo. Io voglio sapere come hai fatto a rimanere coinvolto in cinque incidenti stradali, quasi tutti gravi, in ventotto anni. C'e' gente che cinque incidenti non li fa neanche in una vita intera. E c'e' gente che ne fa uno e muore. Tu invece sei ancora vivo... -
- Non e'stata colpa mia! -
- La tua unica colpa e'stata nascere..... -
- Mi han detto che dovro' mettere il collare... -
- La catena dovrebbero metterti. Al collo, maledizione. Tu mi farai morire di crepacuore, disgraziato... -

Comunicazione di servizio

Poi vi spiego perché.
Intanto, chi di voi avesse il mio numero e mi avesse dato il suo, non è che me lo rimanderebbe? Via mail, of course.
No, perché mi si è smagnetizzata la sim e ho perso tutta la rubrica, cazzo cazzo cazzo.
Grazie
.

06 febbraio 2007

Famo un annuncio ufficiale

Ho trovato un LAVORO.
Non sono piu' un disoccupato.
Guadagnero' piccioli con cui potermi pagare i vizi.
Riprendero' a frequentare aperitivi milanesi e romani stando un'altra volta dall'altra parte del bancone.
Ad ordinare Negroni sbagliati e calici di prosecco.
E poi andro' a fare shopping senza il groppo in gola.
In sostanza.
Riprendero' quelle abitudini schifosamente borghesi che tanto mi mancavano.
Di mettere la testa a posto e di fare il morigerato nun c'ho voglia.
Non ancora.
Profondita' che da' le vertigini, questa sera, lo so.
Gia' pregusto commenti astiosi e livorosi.
Ah, gli accenti so' messi a cazzo perche' sto digitando dalla tastiera del portatile della mia coinquilina spagnola. La stele di Rosetta e' molto piu' intelligibile.
Vi voglio bene, stronzi.
Peace and love.
Il vostro paraculo preferito.

03 febbraio 2007

Mio papà. Aka Il Don.

UPDATE: ho un LAVORO. La disoccupazione è finita e adesso che suchi. Amen.
Il piede atterra sulla banchina in Stazione Centrale ed il mio primo pensiero è: "Fa un cazzo di freddo!".
Raccolgo vento e gelo con le mie orecchie a parafango full-optional, incamero stalattiti di smog nei padiglioni auricolari e mi dirigo verso casa. Ad accogliermi, una balsamica zaffata di aria viziata, un marasma posticcio e stantio in corso d'opera.
Penso a Sciascia ed esclamo: "Qui Dio ha gettato la spugna". E filo in bagno a pisciare.
Noto con mio sommo disappunto un rigagnolo di mestruo incrostato sul bordo del bidet e non occorrono i Ris per capire quale sia la coinquilina lurida di turno. Per rappresaglia, e su suggerimento di un'amica, cerchio con un pennarello il mefitico avanzo e vi scrivo accanto: "Checcazzo dovemo da fa'?". Poi dice: Perché adori il romanesco?
Sloggio in camera mia e provo sollievo nel constatare che il mio vecchio refugium peccatorum è come l'avevo lasciato: in perfetto ordine. Dio benedica la mia meticolosità ed il mio puntiglio. Oltre che le mie erezioni pomeridiane.
Bob De Niro mi fa l'occhiolino dalla locandina di "C'era una volta in America": lo saluto di rimando e penso che vorrei anch'io un giorno poter dire "Sono andato a letto presto"; altro che blog e post notturni. I Fab Four mi sorridono ingenui e ancora felici dalla locandina originale del loro concerto del '65 allo Shea Stadium di New York, locandina originale che un mio caro amico, che poi ho scoperto avere tendenze frocesche, aveva per me scovato e comprato da un rigattiere di Chicago; (che suchino beatamente tutti i fans dei Beatles qui di passaggio; io ce l'ho e voi no!).
Eccoli, i miei numi tutelari, che dalle paresi facciali impresse su quei manifesti mi sorridono e mi ricoprono di una patina di opprimente inadeguatezza. Fortunatamente, non ho affisso anche la locandina del Padrino.
Lascio cadere i bagagli e mi siedo sfinito.
Ci sono giornate da organizzare, eventi da catalogare, problemi da scremare. Una raggera di possibilità, incertezze e presentimenti.
Colloqui di lavoro da sostenere con la speranza di non mandare tutto in culo con la mia superbia e presunzione uscite dal sentiero dell'autocontrollo per decorrenza dei termini.
La necessità, di conseguenza, di interloquire con una sintassi che non trasudi aria di sufficienza.
Il bisogno di un lavoro anche solo vagamente in linea con quello che ho studiato, fatto, ambito.
Il bisogno di un lavoro con cui sia agevole pagarmi i vizi. E le sigarette; (ché quelle sono una necessità).
Una donna che meriterebbe molto più di quello che le sto offrendo.
Una donna speciale che mi fa sentire inadeguato, tanto è migliore di me; ma lei non l'ammetterà mai.
Insomma, una congiura di rotture di coglioni che urgono una soluzione.
Una bottiglia di Rapitalà bianco, che fedele mi aspettava in frigo (ma quando cazzo l'ho comprata?), mi aiuta a rilassarmi. I pensieri iniziano a volteggiare. Le soluzioni e le decisioni stentano ad arrivare. Sembra il dipanarsi di una sciagura.
Mentre bestemmio in silenzio, squilla il cellulare.
E' il Don. Configurazione "Contegno e Decoro" e rispondo.
- Ciao Pa'! -
- Ehi, disgrazia! Come stai? -
- Uhm, niente di che. Sono appena arrivato a casa. -
- C'è una cosa che volevo chiederti da un po'... -
- Dimmi. -
- Tu mi stai dicendo tutto? Ti stai confidando con me fino in fondo? No, perché ho la sensazione che tu mi stia nascondendo qualcosa. -
- Eh?-
- Beh, mi sembra che tu stia giocando a fare il duro con me, che tu stia cercando di nascondermi come ti senti veramente. -
- Ma no, ma no. -
- E invece sì. Non devi aver paura di mostrarti con me, anche perché non avrebbe senso il contrario: ricordati sempre che sei uscito dalla mia cerniera. -
- ... -
- Allora? -
- Beh, non è che io sia il massimo della felicità, ora come ora. Sai, il lavoro... -
- Stai tranquillo: tutto si risolverà. Sei troppo in gamba perché ciò non avvenga. E con la tua ragazza come va? Mammà (mia nonna, NdJ) mi ha detto che vuoi portarla a casa quest'estate ed è tutta ansiosa di conoscerla. E lo siamo anche io e tua madre, che ancora si chiede come faccia questa poverina a sopportarti. -
- Con lei va tutto alla grande, Pa'. Davvero. Tutto splendidamente bene. -
- Sono contento. Almeno la smetti co' 'ste storie senza costrutto. -
- Senza che? -
- Guarda che tua sorella mi dice tutto, eh! E tu vedi di non fare lo stupido. E rispettala. -
- Tu comunque non preoccuparti per me, Pa'. -
- Figlio mio, ti sei rotto una spalla nascendo e subito dopo hai avuto la gastroenterite. E poi ti sei rotto altre due volte a testa tutte e due le clavicole, una di queste cadendo dal letto mentre eri già ricoverato per epatite. Ti sei spezzato un braccio e addirittura un dito del piede destro, ti sei spaccato la testa tre volte, (una delle quali ad opera di quella lì), ti sei rotto entrambe le caviglie, hai avuto una lavanda gastrica, un quasi shock anafilattico e due incidenti stradali, sei stato investito da una macchina, stavi per cadere dalla finestra di casa all'ultimo piano, hai avuto tutte le malattie esantematiche possibili. Insomma, hai una cartella clinica che è un'enciclopedia. E poi sei stato cacciato da un asilo delle suore e da un asilo del prete perché dicevi troppe parolacce e raccontavi barzellette sporche agli altri bambini, decine di volte mi hanno chiamato a scuola quando facevi le elementari perché ti comportavi male, hai avuto cinquantacinque, dico: cinquantacinque note in condotta in prima media, una media di trenta nei due anni successivi, sette in condotta come se piovesse al liceo, hai addirittura minacciato di morte un tuo docente di italiano, per tacer degli scherzi fatti agli altri, sei stato coinvolto in diosolosa quante risse. Senza contare quella volta che avevi sei anni ed hai "firmato" con la vernice spray tutti i trattori e tutti i muri di tutti i garage dell'azienda agricola, muri e trattori che io non ho mai fatto riverniciare, mentre mezza famiglia ancora ti vorrebbe morto per questo. E tu mi dici che non devo preoccuparmi? Figlio mio, la preoccupazione con te è aprioristica, è un dato di fatto. -
- Hai dimenticato le volte che i genitori delle mie amiche di classe venivano a casa a lamentarsi con mamma perché le insultavo pesantemente se erano brutte e/o grasse o perché le molestavo se erano fighe. Oppure le volte che facevo suonare quasi contemporaneamente tutti gli antifurti delle macchine del quartiere. O di quella volta da ragazzino che ho pisciato in testa ad un tizio che mi era antipatico dal balcone di casa di nonna. -
- Che bella biografia edificante. E comunque quegli episodi li ho tralasciati per decenza. Però voglio dirti una cosa. -
- Mi sto preoccupando. -
- E sbagli. Vedi: io lo so che stai avendo difficoltà, che ti senti sfiduciato, che stai passando un periodo non proprio felice. Però non cambiare mai, disgraziato. Cerca di rimanere spigliato e vivace come sei sempre stato. Hai capito cosa intendo, quindi non farmi parlare come un idiota. -
- Certo. -
- Bene. Sai già che per qualunque cosa non hai che da chiedere. Io altri consigli non te ne do, ché tu sei cocciuto e alla fine fai sempre di testa tua, maledetto. E fai bene. Stammi bene. E salutami la tua ragazza. E trattala bene, ti ho detto. -
- Lo farò. Grazie, Pa'. -
- Te lo ripeto: ricordati di rimanere spigliato e vivace come sempre, mi raccomando. Ah! Mamma e nonna ti raccomandano di mangiare e di non fare il debosciato. E di non rispondere male ai tuoi superiori. Vuoi la verità? -
- Sì. -
- Se dovessero sgarrare mandali pure a fare in culo. -
- Posso anche rigargli la macchina? -
- Ecco, lo sapevo. -
Mi alzo dalla poltrona. Sorrido. Ingoio i rigurgiti di pessimismo. La felicità, ora, rapprende ed intirizzisce i cattivi pensieri.
Il superbo Don.
Mio padre.
Un uomo eccezionale.
Punto.