01 dicembre 2008

Io ancora non ci sto credendo

“You’re so charming, JD”
La frase risuona così, improvvisa. Mentre io son lì che le dico, seduto accanto a lei durante una sorta di cena di gala in uno dei ristoranti più cool di una romantica capitale europea, che le sue scarpe son veramente belle.
Lei è una mia collega. Tedesca. Teutonicamente bella. Una di quelle così belle che ti sentiresti di merda anche solo a farti le seghe pensandoci.
Insomma, un’erotica ed insana oscillazione fra una madonna e una che creerebbe erotismo ed attrazione anche solo con le parole.
“Charming”, dice. “Charming”. Mi ci balocco almeno trenta secondi, con quest’aggettivo. Questo mentre lei mi fissa con degli occhi che convertirebbero pure Elton John.
Ma perché son lì?
Perché sono in viaggio di lavoro. C’è una sorta di corso d’aggiornamento da sostenere, con colleghi di vari uffici europei.
C’è di tutto. Persino dei kazhaki. E poi russi, tedeschi, inglesi, francesi, svedesi.
O meglio.
Russe, tedesche…
E insomma, lei mi dice “You’re so charming” ed io potrei sciogliermi come la zuppa di patate, funghi, carote e cipolle che mi hanno servito spacciandomela per una prelibatezza locale.
“I only eat maccaroni”, ho risposto al cameriere.
Tsk, gli italiani: pizza, mandolino, spaghetti, mafia.
E io?
Io ho una disciplina che mi sono imposto.
E per quanto tu la disciplina possa imporla a te stesso ma non agli altri.
Per quanto faccia sempre e comunque piacere essere presi di mira dalla curiosità di una donna che prima che bellissima è anche molto interessante.
Per quanto soccombere a una tentazione può a volte comportare una piacevolissima ricompensa.
Per quanto il boomerang dell’attrazione erotica sia un qualcosa da cui è sempre piacevole farsi investire.
Beh, devo adottare “la soluzione senile: lasciar perdere”; (cit.).
In questi giorni all’estero, sto adottando la tattica del silenzio.
E non perché mi faccia difetto la conoscenza dell’inglese. Né sono un timido.
Ma perché.
Non voglio sedurre.
Se anche volessi, il mio punto di forza, (a parte l’indiscutibile figaggine, ça va sans dire), sarebbe il parlare. E l’inglese non mi offrirebbe lo stesso spettro di possibilità. E di cazzate.
E così vado esibendo parole e sincerità con parsimonia.
E nonostante questo, o forse proprio per questo, lei mi trova “so charming”. Faccio alzare il tizio accanto a me e ordino un Calvados doppio per la mia erezione, che si adagia tronfia sulla sedia.
Arrivano i colleghi maschi.
“Tonight you must come with us, ‘cause if there’s JD, then there are women”; mi dicono quelli che non mi odiano.
Mi accodo solo per bere altro Calvados e altro Macallan.
Ma a parte questo.
Nonostante la mia fluviale presunzione, son sempre stato molto ingenuo riguardo alle attenzioni delle donne verso di me.
Son sempre stato quello cui amiche di vecchia data confessavano: “Ho avuto per mesi una cotta per te ma tu non te ne sei mai accorto”. E io, magari, non avrei aspettato altro.
La tattica del “mettiglielo in mano che tanto non cade” è un qualcosa di terribilmente recente. Oltre che efficace.
Fino a poco tempo fa, se una ragazza “mi smerciava” per strada o in un locale, (“smerciare” è ufficialmente il più bel verbo romano fin qui appreso), non me ne accorgevo.
Ecco perché tutte queste attenzioni mi sembrano così strane.
La mattina dopo vado allo shop dell’albergo per comprare delle sigarette e la titolare, una ragazza con una maglia e una morale pericolosamente sbottonate, mi dice:
“What about a coffee or a drink after the closing?”
Ha delle tette che mi porterebbero a dire “Yeah!” anche se mi chiedesse di dare una spazzata nel negozio.
Io.
“No, I can’t”.
Lei ci rimane male. Il mio piccolo uomo pure.
Passo in reception per spedire delle cartoline a famigghia e amici stretti, (spedire cartoline è una di quelle cose che fa di me “un vero uomo del secolo scorso”), e la tizia, un’autoctona troppo bionda per essere vera, mi dice che ci sono messaggi per me.
Bigliettini per me da parte di alcune colleghe. Che si dicono gelose della tedesca. Hai capito, le kazhake? Non parlano ma agiscono.
Salgo in camera. Io non lo so cosa cazzo stia succedendo. Se è un fluido o il mio borsalino gessato blu o la mia classe che mi porta a privilegiare fazzoletti di stoffa a volgarissimi kleenex.
Però mi sento irripetibile. E so già che continuerò per mesi a sentirmi sempre e comunque irripetibile.
Rientro in aula canticchiando la prima versione di Yesterday: “Scrambled eggs, scrambled eggs: how I love your legs”, adattandola alle note di “Spider man” di Bublé. Immaginatevi l’effetto. Io canticchio e saltello. Loro, tutte loro, mi guardano estasiate. La teutonica mi sorride sorniona e guarda tutte con l’espressione “E’ mio”.
E’ stupendo e insano sentirsi conteso.
Erano anni che non sentivo per niente l’esigenza di correre: le endorfine son già troppe.
La sera successiva, la teutonica bussa alla porta e mi chiede di accompagnarla in camera sua.
“No, I can’t”, le dico.
Li mortacci miei.
Lei va via delusissima.
Io vado ad ammazzarmi di pippe per non correre il rischio di avere ripensamenti. Conterò quattro manicotti in meno di un’ora. I kleenex, per quanto volgari, diventano una risorsa scarsa, in camera mia.
Infine si riparte.
Da buon cazzaro, (o kazharo?), medio, le chiedo di farci una foto.
Non me la sarò scopata ma almeno potrò esibirla come un trofeo del torneo del “potrei ma non voglio”, che è la champions league per chi gareggia nel campionato del “vorrei ma non posso”.
Si riparte, dunque.
Aereo.
Una bionda. Un’altra. Col fidanzato. Mi sorride.
Giuro su dio. Mi sorride.
L’incantesimo sta continuando.
Io leggo.
Scendiamo.
Siamo sul nastro che ci trasporterà al ritiro bagagli.
Loro due sono immediatamente dietro me e il mio collega. Prima che il nastro finisca, lei dice al tizio di proseguire pure a ritirare i bagagli ché lei andrà un secondo in bagno.
Cornelio si allontana. Lei mi prende una manica del cappotto e mi trascina in bagno. Letteralmente. Io la seguo: incuriosito e basito. Si ferma sull’uscio e si presenta. Mi mette una mano sulle tette e mi chiede di “accompagnarla” in bagno; tutto questo dopo avermi specificato che quello lì è il suo fidanzato “so boring”.
Io ho la mano destra sulle sue tette, il collega italiano che si gusta la scena e un sacco di incredulità addosso.
“You’re so funny and crazy. Really funny and crazy. But sorry: I can’t”.
Collega italiano, allibito: “Non è che le chiederesti se per lei sarebbe lo stesso se me la scopassi io?”.
Arrivo ai bagagli e saddio perché Cornelio attacca pure bottone.
Crazy and funny arriva e si unisce, comesenullafosse, al cicaleccio.
LEI viene a prendermi.
“Avevo carestia del tuo sorriso” le dico citando Neruda o Machado e pensando di essermi guadagnato tanta innocenza.
Poi le racconto tutto.
E LEI è quasi contenta, persino orgogliosa.
Due minuti dopo le stanno girando vorticosamente i coglioni.
“A Natale ti regalo una fede enorme, vistosissima, kitsch!”
“Ma amore: non lo sai che la fede è il più grosso anello acchiappafica?”

26 novembre 2008

Intermezzo

Ok, lo ammetto.
Coerente con la mia politica di incoerenza, ho guardato, svaccato con birra analcolica (ho fatto una pessima fine, lo so) e Pringles, l'ultima puntata dell'Isola dei Famosi.
Non ho commenti da fare.
Che avrebbe vinto la donna che piscia in piedi non v'erano dubbi.
Ma.
Ci son cose che mi mandano fuori dalla grazia di Dio. Cose che mi fanno pregare Santa Eufrasia, protettrice dei frenetici.
Cose che mi fanno crescere ancora più magro e cattivo.
Il video riassuntivo delle loro peripezie. Potete montarlo e trasmetterlo. Con le colonne sonore più improbabili. Sarà abbastanza commovente da renderne improbabilmente eroici i protagonisti agli occhi dei focomelici mentali, me compreso, che lo stanno guardando.
Però perdio.
Non potete utilizzare come soundtrack per l'agiografia catodica di quel cumulo di capelli paglia e fieno che risponde al nome VladimirO la terzultima canzone dell'ultimo album pubblicato dai Beatles. E cioè "The long and winding road".
Non potete. Non si fa.
Sogno un mondo in cui la conduttrice di quel programma finisce naufraga all'Isola. Per rimanervi. Insieme a chi ha montato quel video.
Amen.

13 novembre 2008

"I tempi sono sconnessi" (*)

Il dossier dei miei sentimenti, la geografia di tutto quello che mi passa e mi è passato per la testa, la gestione del magazzino interiore di cui parla Hornby insomma, è sempre stata per me una questione un po' complicata. E confusa.
Non foss'altro perché son sempre stato abituato a valutare tutto, anche le vicissitudini e gli altri, riferito a me ed al mio smodato egocentrismo; deformando quindi l'oggetto di disamina. E poi perché non son mai riuscito a dare il nome giusto alle sensazioni.
O forse è vero che, col passare del tempo, dai nomi diversi alle stesse cose. E quello che una volta ti suscitava noia e quasi ribrezzo, tutt'a un tratto è diventato appagante perché a lento rilascio di serenità.
E così tutto è rivoluzionato.
E mentre non capisci se sei felice o se stai passando il tempo a convincerti di esserlo, perché per tutti sembra essere questo l'obiettivo primario: la felicità, scopri che in fin dei conti è la serenità la parola chiave.
Ho sempre pensato che la cosa migliore che potesse capitarmi fosse l'instabilità. L'insicurezza. Il piombare in un abisso di ignominia fatto di stravizi, imprese rischiose di cui abbuffarsi, instabilità affettiva e sessuale, difficoltà come stimolo enorme. Era questa la felicità. Era la leggerezza calviniana; leggerezza ché fa caldo. Era essere interessante e in gamba e ambigui per potersi poi sentire in diritto di schiantare altre vite, soprattutto di donne. Era parlare con "divagazioni e considerazioni tecnicamente perfette, espresse con la voce notturna di un vecchio presentatore della radio" per vedere l'effetto che faceva. Almeno in termini di altri materassi su cui sdraiarsi. E di altre "maleducate da scortico" con cui trastullarsi. Era questa la felicità. Era rabbia come stimolante. Era rabbia per sentirsi integri sapendo che non esistono uomini integri. Era cercare di essere affiscinante il prima e il più possibile. Era non guardarsi indietro e tanti cazzi tutto il resto, tanto c'erano rimozione, compromesso e camuffamento. E nessuna coscienza. Era un io enorme e difendibile come centro della propria esistenza. Da ampliare sempre più, fino a coprire anche gli altri. Assalendo la vita.
E adesso?
Adesso è tutto diverso. E non rinnego nulla. Anzi: dio mi benedica per tutte le cazzate che ho fatto. Ho fatto quello che ho fatto.
Adesso è diverso. Adesso ha fatto capolino la serenità. E mi son reso conto di come sia molto più importante. E serenità è guardarla e pensare che non deve capitarle nulla a meno che non capiti anche a te. Serenità è, per la prima volta, identificarsi ed essere identificati dal contegno e non più dagli scatti di ira. Né dalla bramosia.
E' guardarla e ritrovarsi a "recitare" Philip Roth: "Penserò a te fino alla morte. Penserò a te mentre muoio". Magari mentre fa l'ennesima cazzata domestica che turba la tua cazzo di casalinghitudine.
Adesso serenità è prendere un taxi e raggiungere degli amici senza programmi belligeranti ma per il puro gusto di stare insieme; magari regalandosi libri e tacciandosi, per questo, di essere finocchi in fieri. Rimediando, nel contempo, sbirciando culi che passeggiano. Felicità è invece dir loro di venire con te al bar sotto casa tua "che fa cornetti da diabete purissimo" e veder poi loro, prima dubbiosi, che se ne scofanano due a testa alla media di due morsi per ognuno.
Serenità è guardare la partita a casa con una pizza, tre birre e un'attesa del novantesimo che ti schianta. Felicità è saltare e urlare e buttarsi schiena a terra piangendo quando Alex ti regala la sua ennesima parabola perfetta e tu pensi "Cazzo se non è arte anche questa", mentre gli altri chiamano un dottore per paura di un tuo prossimo colpo apoplettico.
Serenità è serenamente educarsi alla disciplina della rinuncia: flirta quanto cazzo ti pare ma il letto tu lo dividi solo con lei. Felicità è essere a una festa di amici, con un'amica di LEI, gnocca sesquipedale, che ti dice "Oggi ho rivisto Casino Royale e vedendo Craig ho pensato in continuazione a te". Con le amiche che annuiscono e tu che ti senti un dio dorato. Felicità è, appunto, continuare a essere vanesio mandando messaggi a Ste e dicendogli "Metti su Sky Cinema 1 ché ci sono io", quando c'è qualche altro film con Daniel Craig, con lui che ti risponde "tu sei mentalmente disturbato".
Serenità è riuscire a sostenere una cena affollata a casa tua, silenziosamente raccogliendo bicchieri e piatti vuoti appena vengono posati e senza che nessuno se ne accorga. Felicità è sapere che ci sono almeno due persone che non ti trovano un malato per questo.
Forse "i tempi sono sconnessi".
Forse è tutta una rivoluzione.
Io però so che, nonostante tutti questi cambiamenti, le mie parole e il mio cazzo son rimasti, ancora, le parti migliori di me.


(*) Amleto: Atto I, scena V.

07 novembre 2008

"De che stamo a parla'?"

In fin dei conti, scrivere su un blog a cosa cazzo vuoi che serva? Diciamocela tutta: perché scrivere? Cui prodest? C'è davvero bisogno di sentire le ultime, ennesime, inutili cronache di niente? Gli ennesimi reportage da cupe voragini di nulla?
Perché scrivere?
Perché sei stanco di fare comunella con le seghe, giusto? Perché sei sfigato e rivendichi attenzione, giusto? Tanto meglio se da parte delle donne, giusto?
Lo fai per "riuscire a fare i maccheroni al dente", giusto? Trovare delle mani che ti ravanino nelle mutande e che non siano le tue, giusto? Qualche corpo multicurve di autentica bellezza, giusto?
Non ci sarebbe nulla di male, eh!?! L'ho fatto anch'io. E con profitto.
O vuoi creare un personaggio e ti serve della corroborante scrittura che ne alimenti il timore reverenziale? Sei il classico "piccolo nessuno che vuole lasciare il suo piccolo segno"? Uno che vuole aggiungere la speranza al voluminoso dossier delle sue sfighe?
E poi: aprire un blog, non dirlo ai conoscenti, sentirsi parte di qualcosa di grande solo perché, come altri, custodi di un segreto di cui magari non fregherebbe un cazzo a nessuno. Perché avere a che fare con qualcosa che possa essere scoperto crea ambiguità. E l'ambiguità sottintende il mistero e il fascino. Che è tutto quello di cui avresti bisogno ora che i tabloid nelle rastrelliere e sui tavolini del barbiere non ti bastano più. O son troppo appiccicosi.
E' così, fidati. E' dalle conclusioni, (aver scritto su un blog per qualche anno), che elaboro queste premesse. Prima magari non erano chiare neanche a me: esibizionismo e priapismo offuscavano tutto.
Ora mi è chiaro. Le ambizioni letterarie, il credere di avere uno stile. Grosse cazzate. Tu col blog cerchi fica. Il blog serve per ammantarti di promesse e dettagli inutili. Per darti un tono. Per non far capire che a te della sua eventuale profondità non te ne frega un cazzo. Per te potrebbe anche firmare con una X.
E fidati: sarebbe meglio ammettere questo che continuare a sostenere che gli oceani di effimero con cui imbratti lo schermo, (a meno che non si tratti di liberatori cumshot), siano letteratura. O peggio: informazione. (Ne avrò visti e letti attentamente un paio o poco più, di blog che facciano informazione. Il resto è boria stantìa. Di quelli che fanno i geek, o come cazzo si dice, e si fotografano le scrivanie con sei portatili, quindici cellulari, trenta ipod e cinque iphone manco mi occupo. Quelli sono già "terminati").
Ed è inutile, allora, cercare di dare un senso di cadenza narrativa alla tua insignificante vita e alle tue demenziali "twittate" (si dice così?). Per quanto tu voglia rendere complessa la tristezza derivante dal non avere una connessione potente o dal sentirti mortalmente depresso, l'unico triste e sfigato e soprattutto poco interessante sei tu. E se non lo fossi, beh: chi cazzo te lo fa fare? Scrivere e scrivere bene. Riuscire a rendere bene come personaggio. Dare una certa regolarità alle tue vicende nonché ai loro aggiornamenti. Chiaramente producendoli in una forma che sia sempre, e sempre più, accattivante. Rovistare nella propria spesso sprecata esistenza alla ricerca di aneddoti gustosi e zeppi di particolari e di divagazioni e considerazioni tecnicamente perfette. Ritagliarsi una platea fedele. Proseguire con il recital. Farsi piacere le cose che devono piacere. Non badare al fatto che tutto questo possa "non essere scrivere, ma battere a macchina". Far credere di essere colti e profondi pur avendo letto qualcosa di tutto ma mai tutto di qualcosa. Scrivere e aggiornare twitter e friendfeed e tutte quelle altre diavolerie da mentalmente disturbati che io non nascondo di seguire con ingordigia; in alcuni casi. (E' un po' come i programmi della de filippi: così stupidi da essere magnetici, la disgraziata e per fortuna rara volta che ti ci imbatti). Scrivere sapendo che spesso le parole hanno più significati e vanno in tante, troppe direzioni e possono essere interpretate in troppi modi. Così tutte, badando ai segnali che tu avrai trasmesso, si faranno una loro idea giusta di te ma tutte queste idee saranno sbagliate. A te, però, non te ne fregherà un cazzo: intanto le tue parole, se ci avrai saputo fare, saranno state come una rete: avran raccolto di tutto. E tu potrai selezionare.
Con le mail. Le "chattate" in msn. Qualche foto. Sperando siano abbastanza "spigliate" da mandartene.
Tendenzialmente, se te ne mandano sei in una botte di ferro: han già deciso di dartela. Non c'è il pericolo che "dal vivo", una volta visto il tuo fisico sgraziato e la tua faccia da nerd, ti mandino a cagare rose dalla delusione.
Tu, però: tu sì che potrai rimanere deluso.
E allora mi domando, nuovamente:chi cazzo te lo fa fare?
Cerchi passera? Bene: ambizione comprensibilissima; per carità. E allora non mantecarci i coglioni con le tue cazzate. E se ti han detto che chiunque può scrivere e aprire un blog, ti han detto una cazzata. Perché ci vorrebbe una cazzo di selezione all'ingresso. Di quelle fatte bene.
Apri un account su facebook. Lì nessuno può mentire. Nemmeno tu. Nessuno è ipocrita. Son tutti voyeur come me e te. E tutti tendenzialmente arrapati. Usa il fenomenale strumento "persone che potresti conoscere", ultimo regalo conosciuto del nostro Signore, e cerca qualche bella gnocchetta. Sicuramente avrà un cazzo di album, fra le sue foto, che si intitoli "Mykonos 2008" o "Sardegna quanta fregna". Lì potrai vederla in costume e farti un'idea. O magari potresti consultare il parco-contatti di qualche tuo caro amico e vedere se c'è qualcuna che ti garba. E' vero: qua non potrai fare scherzi né creare misteri. Non c'è possibilità di fregarsi: vige la reciprocità.
Ma vuoi mettere la fatica che ti sarai risparmiato nel poter andare a colpo sicuro, senza dover stare invece a coltivarti tutte le scassacazzi che ti scrivono sul blog sperando che almeno una di loro sia gnocca?

Post Scriptum: è ovvio come tale discorso valga anche per LE blogger. E anche per il sottoscritto, per certi versi.

PPS: sì, lo so: ho scoperto l'acqua calda. Siete GIA' tutti su facebook. Ma siete ancora troppi qui. E sì: chi mi credo di essere?

09 ottobre 2008

Io, tu e le rose

Come è ormai noto ai più, la vecchia, bolsa e rassicurante immagine "Due cuori e una capanna" si è "evoluta" nel meno romantico concetto "due cuori e una caparra".
E Ikea.
Non si scappa. E' come il battesimo e la prima comunione. Come la prima pippa pensando a Edwige Fenech.
Prima o poi decidi di fare le cose seriamente. Poi decidi di andare a convivere. E oplà: ti toccherà la domenica col villaggio. Non ci sono cazzi.
Io non ero mai stato in un centro commerciale. Le camicie oviesse mal si accordano col mio profilo altero. Senza contare la mia avversione per la gente e le folle in transumanza.
Il solito arrogante bastardo.
Questa volta non potevo sottrarmi. E dato che a volte l'unico modo per scoprire che sei pronto è che quando devi esserlo lo sei, a 'sto giro ho evitato proteste e giustificazioni.
Sabato sera. Quattro del mattino.
"Amore, domani sveglia alle otto e alle nove e mezza in viaggio?"
Sento flettersi i muscoli della mia pazienza, soffoco un urlo e annuisco.
"Certo, amore!".
Il giorno dopo, alle otto, io sono sveglio. LEI no. Partiamo a mezzogiorno.
Arriviamo e troviamo una fiumana di persone dedite all'impazzimento collettivo fra carrelli, sacchetti e troppe macchine per pochissimi parcheggi.
"Chi vuole morire per primo?", penso.
All'ingresso ci sono quegli enormi sacchi gialli con manico blu. Enormi e bruttissimi. LEI ne prende tre.
Iniziamo a girovagare fra i reparti. E' incredibile come, per una donna, cose di cui tu ignoravi l'esistenza e soprattutto l'utilità, diventino magicamente necessarie. Fondamentali.
Mentre lei riempie quattro sacchi gialli di qualunque oggetto le capiti a portata di mano, compreso uno scopino del cesso verde "perché sta bene col colore delle piastrelle", io decido di soffrire in silenzio, perché è soffrendo che capirai qualunque cosa. In silenzio. Ammirando però, nel contempo, il discreto festival della sorca intento a raccattar mercanzia.
A proposito: ma è una mia impressione o a Roma hanno quasi tutte le tette grosse? Chebbello.
E così.
Dopo una pausa sigaretta nell'area fumatori, un cubicolo di tre metri quadri simile a una gabbia di vetro da cui ti tutti ti guardano e additano manco tu fossi un appestato, dopo una pausa pranzo a base di polpette svedesi e di una serie di pietanze tipicamente svedesi e tipicamente di merda, riprendiamo il nostro giro.
E' incredibile come ci si senta portati a comprare tutte quelle cagate con nomi impronunciabili e del cazzo e con prezzi infimi. Per un po' mi faccio prendere la mano anch'io. Poi. Finalmente. Dopo due mobili caricati sul carrello grande. La cassa.
Mi ritrovo con uno scontrino chilometrico e seicento euro in meno. Non costava tutto sui dieci euro? Provo a controllare lo scontrino, ma al terzo "Belsa" o "Besta" o "Ektorp" mi arrendo.
Verso l'uscita, mentre trascino un carrello piccolo e quello per i mobili, una demente priva di contegno in compagnia di un umanoide suo simile mi entra letteralmente nelle gambe col suo carrello. Quasi vuoto, a parte due mestoli. Questi han deciso di farsi la passeggiata domenicale andando all'Ikea. Poi dice che non ci vorrebbe l'estinzione.
Mi giro. LEI mi tiene il braccio. Con aria pacata dico "Faccia attenzione la prossima volta...". E sorrido.
"...Troia!", sibilo girandomi.
Sono sul tapis roulant all'uscita e sediovuole è finita. Alla fine del tapis un istante di splendido stupore.
Il carrello coi mobili si incastra ma il rullo continua a scorrere. E così la gente su di esso.
Risultato.
Io riesco subito a far leva sul carrello incastrato e a sollevarmi e saltarlo. La vecchia dietro di me no.
Per la precisione.
La vecchia si cappotta e finisce di faccia sul mio cartone dei mobili. Sento distintamente il tonfo e il rumore della sua faccia che batte. E inoltre. Il suo piede è rimasto incastrato nel binario. Il marito glielo toglie, mentre io sollevo il carrello e lo sposto a mani nude. L'ernia è un concetto oramai a me familiare.
"Mi sono appena operata al piede e per poco non lo perdo per colpa sua", urla l'ottuagenaria.
La demente di prima mi passa accanto ridacchiando, poi mi si ferma di fronte e: "Visto? Questo è il karma!". E prosegue.
Maccristodiundio. Il karma? Il karma?
"E questa cosa sarebbe? La stronzata delle venti e quaranta?".
Si gira l'imbecille al suo fianco: "Prima ti sei girato a guardarci male mentre noi non ti stavamo pensando proprio. Ora il karma ti ha punito. Così impari".
E ride. Ride, anche.
Ora.
Le risse sono una questione odiosamente affascinante, per me. E normalmente non sprecherei parole laddove le azioni sarebbero più efficaci.
Ma LEI ha ripreso a tenermi il braccio. O meglio. Me lo sta artigliando.
Così rinuncio a giostrare fisicamente col tizio. Ma non verbalmente.
"Il karma, eh? Sparisci, coglione! E drogati meglio, perdio!", gli urlo.
LEI ride. Ride pure LEI.
Torniamo a casa e mi metto a montar tutto e a ultimare il trasloco. Dopo avere anche portato alcuni mobili a mano per nove piani causa ascensore troppo piccolo, finirò alle cinque e mezza del mattino dopo. Per poi riprendere alle nove e mezza della stessa mattinata e andare avanti fino alle tre della notte successiva per ultimare anche le pulizie. Per poi svegliarmi alle sette il giorno dopo e andare a lavorare. Per poi tornare alle diciannove e andare in palestra.
E ancora non ho smaltito l'incazzatura.

02 ottobre 2008

Ehm

Sto uscendo dalla banca.
Sto scrutinando la mia solitudine. La mia attuale situazione. L'ago della bilancia si è come atrofizzato: ultimamente ho solo doveri e pensieri. La classica situazione in cui speri nel meglio ma non smetti di aspettarti il peggio.
Sto uscendo dalla banca.
Un'impiegata piastrellata di adipe e buccia d'arancia mi ha fatto penare una settimana per consegnarmi il nuovo bancomat. L'aveva dimenticato nel cassetto.
"Dotto', so' tornata da poco dalle ferie e ancora mi devo ripija'. Può capitare, no?"
Quando mi sono accorto che ogni centimetro cubo, e son tanti, del corpo sgraziato di 'sta qua è ripieno di idiozia, ho abbozzato. D'altra parte, solo portarla fuori e spararle in fronte avrebbe potuto essere una soluzione.
Ho abbozzato e sono andato a un altro sportello e ho pagato bollettini per svariate migliaia di euro per affitto, mobili, cauzioni e diosolosacosaltro.
Non ho idea di come potessi avere tutti 'sti soldi, anche visto e considerato che le dinamiche delinquenziali mi son sempre state estranee. Sì, vabbe': a parte gli scherzi telefonici notturni.
Sto uscendo dalla banca e le mie spalle saranno pure larghe ma sono tutte intossicate.
Veleno allo stato puro. Una cosa divertente, insomma. Da ammirare.
Sono uscito dalla banca.
E, peraltro, e nonostante l'alcool sia un gran dono di Dio, sto affrontando i postumi della madre di tutte le sbronze. Ho mal di testa, mal di stomaco, mal d'auto anche. In pratica, sto una merda.
E inoltre.
Mi aspetta una riunione lavorativa "di vitale importanza". E il perfetto stato di furia mentale e professionale che mi servirebbe per affrontarla mi è estraneo.
Se fossi stato più debole, avrei già tentato un paio di volte il suicidio.
D'altra parte, penso, non posso certo vivere in uno stato di collera perenne. E decido di calmarmi. E lo faccio pensando a chi sta peggio di me. Nella fattispecie, una mia vecchia zia. Sul serio. Inizio a pensare ad una mia vecchia zia.
Circa dieci anni fa ha festeggiato i novanta. E dato che per gli ultranovantenni vale la regola dei cani (un anno umano = sette anni canini), mia zia in questo momento credo stia veleggiando verso i centocinquanta. Non riconosce più nessuno, nemmeno i figli. Nessuno tranne me. Saddio perché. E così, chiacchierando con me tempo fa, da buona rincoglionita non era riuscita a trattenere un rutto. E mi aveva ruttato in faccia. E il rutto aveva un odore strano. E quando le avevo chiesto cosa avesse mangiato, "Formaggino! Buonissimo!", mi aveva detto. Brandendo in mano una scatola di Leocrema. Vuota.
Penso a questo e rido. In fondo le cose non vanno poi così male. E se andassero così male, vorrebbe dire che starebbero per andar meglio.
Mentre penso a tutto questo, rispondo al telefono.
Chiudo e sento un odore strano. Un altro. Un odore un po' ributtante, in effetti.
Un piccione ha cagato sulla manica del mio abito.
Peraltro, proprio sul braccio con cui tenevo il cellulare. E così, riponendolo nella tasca interna dell'abito, il cellulare intendo, ho lasciato un'insalata russa a base di merda di piccione su tutto l'abito.
Ché, inutile dirlo, il volatile in questione doveva avere un intestino mooolto capiente.
Ero nei dintorni del settimo cielo. Ora mi trattengo nei dintorni di Dio, ma per rinfrescare la giornata con un bestemmione molto epico e per niente gioviale, cosa che mi pare, a questo punto, NECESSARIA.
Perché la cagata addosso di un piccione è come la scritta "Stronzo chi legge": ci caschi sempre. E non puoi farci un cazzo.
Sono uscito dalla banca e dovrò andare a questa riunione con questa mia nuova amica delle ore liete. Maleolente perdippiù.
Mentre impreco nel mio dialetto d'origine, ché io come tutti i terroni quando mi incazzo sul serio ricorro all'idioma natìo, entro in un bar e mi rifugio in bagno. Armeggio con carta igienica e sapone, e mi ritrovo con la manica della giacca zebrata: strisce marrone-merda alternate a strisce bianche, come bianchi sono i pelucchi della carta igienica.
Mi sentivo un fico. Ora mi sento un perfetto imbecille. Ora sono diventato uno qualsiasi. Un qualsiasi coglione.
Passo da un ferramenta e compro della fodera d'acciaio per il mio stomaco.
Mi presento alla riunione e saluto tutti col braccio girato verso l'interno in una posizione innaturale, con la speranza che non vedano tutto lo schifo. Sembro un contorsionista. O un idiota.
Giostro verbalmente co' 'sti tizi e, mentre spero che non si accorgano di nulla, proseguo il mio recital a base di sicurezza e professionalità.
Poi, un tizio presente:
" 'Sti piccioni sono proprio un problema, eh?".
E lì mi rendo conto che il meglio delle mie capacità oratorie mi ha abbandonato.
"Quella fu l'ultima volta che mi suicidai". (cit.)

14 settembre 2008

"Raccontare una storia vera ti ci riporta dentro" (Part II)

(Questa, poi, sarà vera?)
(Cosa conta, inoltre, in una storia? Andamento della narrazione o accuratezza dei dettagli?)
Questa morte che era stata tanti silenziosi puntini di sospensione, con annesso pollicione in bocca, alla fine di un monologo sconclusionato a base di superalcolici e miscugli vari, mi rendeva la giornata meno tranquilla e stravolgeva i miei programmi. Era come lavarsele in una vasca piena di piranhas. In sostanza: una tritata di palle.
- Calma, nonna: puoi dirmi che cosa ti han detto? -
- Mi han detto che cercavano il sig. Durelli. E io gli ho detto che avrebbero potuto trovarlo al cimitero. Allora mi han detto che cercavano mio nipote. -
- E tu? -
- E io gli ho detto che non ho nipoti. Poi si sono arrabbiati e gli ho dovuto dare il tuo numero. -
Praticamente.
Questi qui han visto il mio documento e poi hanno cercato il mio nome e cognome sull'elenco telefonico del mio paese. Hanno trovato il numero del mio defunto nonno e han chiamato a casa sua. Gli ha risposto mia nonna, ultraottantenne e con problemi di cuore, e gli han detto che il nipote potrebbe essere coinvolto in un omicidio. Dei geni.
- Nonna, stai tranquilla: vogliono solo verificare dei dettagli. Quel tizio viaggiava con me in treno ed è morto nel sonno. -
- Johnny, diglielo a nonna tua: che hai fatto? L'hai picchiato? Sei stato tu? A me lo puoi dire: non glielo dico a nessuno. -
- Perdio, nonna: non ho fatto niente. -
- Comunque: sta per chiamarti tuo padre. -
Riattacco e lancio berci di disperazione.
Driiin.
- Sono mamma. Tuo padre è lì che bestemmia. Ah, eccolo: te lo passo. -
Mia madre non si scompone mai. Il figlio potrebbe finire in galera e lei si preoccupa del ragù. Non so come faccia, Cristo santo.
Arriva il Don, con la sua voce segnata dalla vernice del tempo. E pure parecchio incazzata.
- Possibile che tu faccia sempre cazzate? -
- Pa', io non ho fatto nulla, davvero. -
- Tu non fai mai nulla, perlamadonna. Comunque: vai a parlare co' 'sti qua. Io intanto chiamo l'avvocato. -
- Ma guarda che non serve alcun avvocato... -
- Sì certo, come no. Sistemiamo 'sta cosa e tu dopo vedi di laurearti e di non fare altre puttanate, ché non ho ancora pranzato. -
Infine.
Le forze dell'ordine. Mi chiamano e mi dicono quello che mi aspetto: si tratterebbe di verificare solo alcuni dettagli. "Anche per escludere del tutto si tratti di omicidio."
Si tratta ovviamente di una procedura di routine ma la frase finale in effetti è confortante. E non basterebbe tutta la mia immaginazione a ipotizzare una realtà del genere. Il mondo è proprio una puttana.
Mi faccio coraggio e vado.
Arrivo lì e mi fan sedere e snocciolare la storia.
Estratti.
- Camminava sempre scalzo. Poi si è infilato gli stivali e si è messo a dormire. -
- Se li è infilati lui o lo ha costretto lei ad infilarseli perché non sopportava l'olezzo dei piedi della vittima? Magari dopo una colluttazione... -
E qui le parole mi abbandonano. A parte lo sforzo sovrumano per non apparire un idiota, mi rendo conto che la mia solita verve non mi servirà a molto.
Perdippiù, continuare a chiamarlo vittima non è che aiuti le mie sicurezze.
Ok, ok: calmo, JD. Stan solo facendo il loro lavoro. C'è un tizio che è crepato in un treno e loro devono accertarsi che non sia successo nulla di strano. Nulla di strano a parte che è morto in treno di fianco a te. Calmo, JD: è solo una procedura di routine.
- Prima di dormire si è tolto il giubbino e ha chiuso il finestrino. Ho aspettato che si addormentasse e l'ho riaperto. -
- E anche qui, magari, una colluttazione, eh? -
Evidentemente certi concetti fanno fatica a viaggiare. Anzi: fan fatica anche ad arrivare dall'altra parte di una scrivania.
- Colluttazione? Scusi, eh? L'avete visto? Era due metri per due! Secondo lei potevo essere così matto da cercare una colluttazione con quell'armadio? -
- Va bene, va bene. Mi ripeta tutta la storia. -
- Come, scusi? Io dovrei andare a consegnare la mia tesi di laurea... -
- Sì, va bene: la laurea...Lei intanto mi ripeta tutto daccapo. -
E qua mi rendo conto che ci vorrebbe tantissima pazienza. Qua avrei bisogno della bontà di Dio, per sopportare tutto ciò.
Mentre vado avanti nello spiattellare il poema in morte di quel grassone, al tizio che mi interroga consegnano una busta trovata nel bagaglio della "vittima".
- Ah, ecco: anfetamine...tranquillanti...antidepressivi...ansiolitici... -
E va avanti: trova anche un bel po' di stupefacenti.
(Sia lodato Gesù Cristo).
Frattanto, Dio si materializza e manda lì un altro viaggiatore che vuole testimoniare volontariamente e che, fatto accomodare, conferma la mia versione. Era il marito di una di quelle a cui l'obeso ha toccato culo e tette. Si vede che è ancora incazzato.
(Sempre sia lodato).
Colui che mi interroga, mi fissa.
- Beh, da quello che mi dite entrambi si può trarre solo una conclusione. E' evidente che costui era un balordo. Senza contare che tutte le sostanze che ha ingurgitato non gli avran fatto molto bene. Sicuramente ora gli esami medici confermeranno il tutto. Può andare, Sig. Durelli. Vada pure a consegnare la sua tesi. -
- Grazie, eh... -
(Amen).
- A proposito! Forse abbiamo esagerato con sua nonna. -
- Tolga pure il forse. -
La sera, a letto. Al telefono con la famigghia.
Il Don.
- Cinquantotto milioni. Cinquantotto milioni. Sono gli abitanti dell'Italia. Quante probabilità c'erano che incontrassi quel tizio e che lui ti morisse davanti? Quante? Eh? Quante? -
- Papà: non lo so. -
- Appunto! -
- Nonna si è calmata? -
- Macché? Sta ancora piangendo. Ormai si è convinta di avere un nipote assassino. Si sta sfogando col marito, adesso. -
Marito che è morto tre anni prima.
Appunto.
Da grande voglio morire in un letto. Da solo. Senza rompere i coglioni a nessuno.

06 settembre 2008

"Non credo ancora in Dio ma continuo a credere in Michael Corleone"

Sto cercando di non perdonarlo, il Tempo.
30, perdio.
Trenta.
Trent'anni. Come un donnaiolo all'età del crollo.
Trent'anni che ho messo piede in questo mondo. E ancora non ho messo ordine.
Però mi sento ancora una splendida puttana. Sempre più intossicata. E sempre più puttana. E con un ego imperiale. E tanti amici con cui mettersi nei casini.
Però.
Trenta.
Perdio.
Oggi, e spero solo oggi, mi terrà a galla la rabbia.

27 agosto 2008

"Raccontare una storia vera ti ci riporta dentro"

(Questa sarà vera?)
Sono in stazione. Sto per partire per Milano. Ho appena passato un weekend di pura gloria. Ho mostrato alla famigghia la tesi di laurea, che consegnerò la mattina dopo in segreteria.
La pagina dei ringraziamenti li ha davvero commossi tutti. Anche perché dell'argomento della tesi dubito che qualcuno, me per primo, ne capisse un cazzo. E insieme alle lacrime e alle pacche sulle spalle, sono arrivati copiosi anche fasci di banconote.
Nel tragitto verso la stazione il DON è stato insolitamente loquace. Addirittura, sorrideva.
Prologo: in anni e anni di andate e ritorni da stazioni e aeroporti, il DON ha sempre mantenuto un ostinato e ostentato mutismo. Mutismo interrotto allorquando, protendendomi la mano colma di soldi, mi diceva: "Studia, stai attento, non fare troppe cazzate e non metterne incinta nessuna".
A 'sto giro, invece, è allegro. Forse perché pensa, beato ingenuo, che con la mia laurea finirà il suo dissanguarsi.
Si rabbuia solo quando salgo sul treno e vede in che scompartimento son finito con la mia prenotazione. Va detto che fa un freddo cane, anche se è marzo, e che a dirla tutta nevica. E parecchio. Quindi non mi sorprende il fatto che il DON sogguardi il tizio, l'unico, con me nello scompartimento, e sbuffi e agiti la testa. Perché il tizio in questione, mentre il mondo gira in cappotto e si alita nelle mani per cercare un po' di tepore, ha addosso solo una polo fred perry e un jeans.
Il treno parte. Mio padre rimane sulla banchina a sbuffare ed agitare la testa.
- Buonasera! Siam solo io e lei? -
- Buonasera! No, prima c'era altra gente. Però li ho mandati tutti affanculo, perché erano maleducati. -
Ah, ecco.
La sua alitata di alcool è tutta un programma. E poi noto con piacere che gira senza scarpe. Con un paio di calzettoni bianchi. Di spugna. Luridi. Ha un che di specificamente viscido, quest'uomo. Il mio stomaco si flette e si comprime.
Mentre blatera di avventure da peones e fuma una sigaretta via l'altra, inizia a molestare platealmente le donne degli altri scompartimenti. Pacche sul culo, dita fra le tette e complimenti abbastanza espliciti. Prima ancora che io me ne renda conto, è già scoppiata una rissa. Di quelle serie. Il tizio si sente a suo agio, anche perché è alto due metri e peserà davvero tanto. Non so come, riesco a dividerli e a riportare l'armadio nel nostro scompartimento.
Non è insomma, costui, il classico bestione dentro cui c'è un benefattore che scalpita per venire fuori. Non è un burbero dal cuore d'oro. E' proprio uno stronzo. Un grosso, grossissimo stronzo, perdippiù.
Mi si accosta e riesce solo a dirmi: - Mi scusi, eh, ma sono completamente fatto e ubriaco. Pensi che ho da poco vomitato in bagno. Venga a vedere! -
E mi trascina di forza in bagno mostrandomi i suoi succhi gastrointestinali.
Quello che era il mio personale paradiso, il mio weekend a casa, inizia a diventare un posto decisamente nuvoloso. E sento che fra un po' mi estrarranno il fegato. E senza anestesia.
Provo a parlare al barlume cerebrale che è in lui e a dirgli che è il caso che si calmi e che se ne stia buono. Ma questo è troppo andato per avere un punto di vista e gli ultimi neuroni li ha finiti dopo essersi sfilato le scarpe.
Intanto, seduto, continua a tracannare birre e a fumare ossessivamente. E a parlare al telefono. Cioè, a bestemmia e urlare. Ovviamente, dall'altra parte del telefono non c'è nessuno. E beve e fuma. E' incredibile, e mi rendo conto che probabilmente se nessuno lo fermasse sarebbe in grado di andare avanti così fino a morire. La pazzia sarà anche un evento poderoso e autentico e profondo ma questo di poderoso ha davvero solo la mole. E il fegato, evidentemente.
"Fa caldo", dice. "Fa davvero caldo, non crede? Apriamo un po'!"
Armeggia col finestrino e lo apre. Si sfila il giubbottino estivo che aveva indossato poco prima. A me si congelano pure i pensieri.
Dopo di che indossa degli stivali. Mi guarda.
- Son sempre fatto e ubriaco. Che bello! - E sghignazza.
E poi.
- Sa cosa le dico? Che mi metto a dormire perché sono stanco. Lasci il finestrino aperto per piacere, ché ho davvero caldo. Sa cos'altro le dico? Che la ringrazio: lei è stato l'unico passeggero a trattarmi con educazione e rispetto. Non come quegli stronzi cafoni lì. -
Manco a dirlo, si alza, va verso lo scompartimento attiguo e urla "Stronzi di merda!" ai presenti.
Poi rientra e si addormenta.
Cioè.
Si stende, si infila il pollice in bocca e inizia a russare pareeeeeechio rumorosamente. Vorrei lanciare berci di disperazione. Ma nessuno mi ascolterebbe. In questo momento, le mie richieste di aiuto rimarrebbero platealmente inevase.
Qua di dormire non se ne parla. Però fa un cazzo di freddo. Così, chiudo di soppiatto il finestrino, tanto quello già dorme alla grande, e mi metto a leggere. Lui intanto dorme e russa. Ogni tanto molla scorreggioni tonanti. Sempre col pollicione in bocca.
Andiamo avanti così per ore.
Poi.
Ore 5:45 del mattino.
Smette improvvisamente di russare. Mi giro a guardarlo. Ha una specie di lungo sospiro. Poi il pollice gli cade letteralmente dalla bocca. E in pochi secondi è bianco. Con le labbra viola. Giuro.
Gli vado vicino, lo agito, "Ehi!" gli dico. Ma niente. Auscultare il cuore sarebbe impossibile, dato l'ammasso di adipe. E poi non respira.
La razionalità mi abbandona per un po'. Mi accendo una sigaretta, lo guardo e ho una precisa immagine davanti agli occhi. La morte, compresa di teschio, falce e tutto, che entra nello scompartimento e fa una specie di pari e dispari e sceglie lui anziché me. Viviamo davvero sotto gli occhi della morte.
Mentre penso a tutto ciò, passa un tizio e si accorge della cosa.
- Ma è morto? -
- No. Sta facendo apnea. Certo che è morto. -
Non so come né perché, ma sono freddissimo anch'io. Almeno in senso figurato.
- E come è morto? -
- Ha letteralmente chiuso gli occhi ed è morto. -
Tre secondi e arriva un medico, presumo di una qualche autorità, che, come si dice in questi casi, ne constata il decesso.
- Lei viaggiava con la vittima? -
- Sì. -
- E che può dirmi al riguardo? -
- Che era visibilmente alterato, ubriaco e credo anche drogato. Almeno stando a quanto mi aveva detto. -
- Le ha detto di essere ubriaco e drogato? -
- Sì. Mi ha anche mostrato il suo vomito, se è per questo. -
- E lei gli ha creduto? -
- Beh, dato il suo stato, sì. -
- E secondo lei come è morto? -
- Non sono un medico. Presumo che tutti quei vizi non facessero bene al suo cuore. -
- Va bene, va bene. Mi faccia vedere un suo documento, ché eventualmente la contatteremo per verifiche di routine.
- Certo! -
Sbrigata la pratica, do un'ultima occhiata al corpaccione inerte e me ne vado.
Ho una tesi da consegnare. E devo consegnarla entro oggi, se non voglio andare fuori corso. Ché in quel caso i morti diverrebbero due.
E sinceramente con tutto questo trambusto di cose da fare non c'era bisogno anche di vittime che facessero spettacolo. Almeno non oggi.
Saddio perché, riesco a non pensare al morto. Arrivo a casa.
Trovo i coinquilini che bevono il caffè.
- Ehi! Come stai? Andato bene il viaggio? -
- Sìsì. A parte che il tizio che mi viaggiava accanto è morto nel sonno. -
Sento distintamente uno dei miei coinquilini che sputa il caffè per la sorpresa, quando squilla il cellulare.
- Nonna, ciao! Scusa se non ti ho subito telefonato. Sono arrivato! Tutto a posto. -
- Che hai fatto? -
E piange.
- Che? -
- Che hai fatto? Ha chiamato la polizia. Ti cercava. Dicevano che uno è morto. E ti cercavano. Che hai fatto?-
E piange.
(...Continua...)

05 agosto 2008

"Vorrei perdere interesse per me stesso"

E' grottesco come pur cambiando città, che tu faccia visita a svariati milioni di euro (Milano) o a monumenti pieni di stupore (Roma), poi la lingua e i gesti di ogni giorno restino invariati.
Nella mia vita non rientra più il concetto di VOLERE: faccio quello che DEVO fare.
Blatero verso la sveglia, mi alzo e preparo una colazione enorme per me e per LEI, vado in bagno per le operazioni infrastrutturali, ne esco, stendo la lavatrice, lavo i piatti della colazione, esco di casa, salgo sull'autobus con la tracotanza irrispettosa che mi dà il mio look giusto e guardo tutti in cagnesco nascosto dal mio Mc Carthy e dall'Ipod che ultimamente macina quasi solo Rino Gaetano.
Se la qualità della vita è nelle piccole cose, nella capacità di ritagliarsi il tempo di un prosecco in quel bar a Campo de' fiori, è anche vero che alla fine negligenza e stanchezza rischiano di travolgere tutto: abitudini, soldi. Anche il sesso. E rischi che non ci siano più benefiche macchie di colore in questo scenario tanto grigio. E così bastardamente caldo.
E così, mentre procedo in consapevolezza sui percorsi degli autobus, fra ascelle sfrigolanti ed un traffico che ti fa pensare che qui sian rimasti fermi alle guerre puniche, mi godo una pausa pranzo al Pantheon, momenti che per adesso solo Roma può concedermi, pensando sia l'unico modo per distrarsi per chi non ha il tempo di farlo.
Forse gli altri piaceri si sono dileguati e in fin dei conti il cahier des doléances è sempre lo stesso. Forse è così per tutti, e ti ritrovi a dare intensità impensabili a luoghi comuni rancidi.
E allora mi gusto i piaceri rimasti, li succhio come fossero buonissime caramelle. Li gusto piano e camminando lento.
In fondo, mi sono aggiudicato tutto ciò che avrei voluto, tutto ciò per cui avevo preso decisioni ufficiali. Epocali.
Forse la mia vita non è più uno spettacolo pirotecnico ma non è che il suo copione di ispirazione adesso si intitoli "E' tutta la vita che muoio".
Forse preferisco occuparmi del mio orticello.
In fondo a casa ho LEI che mi aspetta. ("Ognuno di noi è il bambino di qualcun altro". Io sono il suo bambino).
E ho anche trovato un nuovo parco per correre e sudare.
Forse l'epitome giusta è "Serenità".
E questo una qualche differenza per l'anima deve pur farla.

20 luglio 2008

Milano

Milano è arrivarvi in un pomeriggio carico di importanza ed essere accolti da quella Stazione Centrale che non smetterai mai di pensare sia di una bruttezza esasperante. Milano è tanti gesti automatici e inconsapevoli, come prendere la metropolitana senza neanche più guardare i segnali e ricordare esattamente il numero di fermate precedenti la tua. Milano è arrivare in piazza Duomo e ammirarne, nonostante tutto, l'imponente immobilità, in estatica contemplazione del divino.
Milano è decidere di non infliggersi la via Crucis dei luoghi più importanti per te, per non dover risvegliare tutti i ricordi conservati sotto rimorsi e rimpianti.
Milano è concedersi comunque una puntatina al Bar Quadronno a mangiare i migliori panini, a bere il miglior caffè e i migliori distillati della città per poi allungare, con le sigarette che non finiranno mai e poi mai, per andare ad amare un'ultima volta Porta Romana; rimpiangendo quel genio di Gaber.
Milano è ripassare davanti al teatro Carcano ricordando di quella volta che vi hai incontrato Vittorio Gassman e sei riuscito a chiacchierarci due minuti.
Milano è comprare un ultimo libro alla libreria di Porta Romana.
Milano è tutti i vizi giovanili che non hai ancora perso.
Milano è tornare alla prima vecchia casa e chiedere di poterla rivedere e tornare su quel terrazzino, a stanare i ricordi e i pensieri insanguinati di allora: quel florilegio di sogni e furie, quel coacervo di vecchie sensazioni dalle nuvole alle fogne, quell'essere allora ebbro di felicità ma completamente ubriaco; quando ancora ti permettevi di mostrare i tuoi sentimenti in società.
Milano è prendere un'ultima volta il 3, il tram che la taglia trasversalmente tutta, e ritornare nei luoghi in cui hai lavorato e buttato sangue: via Mercato, via Dante, via Dell'Orso, via Brera, via Pontaccio, Foro Buonaparte. Un panorama di ordine, di fretta combinata a furbizia, di attenzione agile e scattante, di nevrosi mestruali ambosessi, di un aspetto che dipenderà sempre più dalle ore di sonno dormite. E sarà sempre un aspetto di merda.
Milano è prendere un altro caffè, questa volta da Toldo, con la sua leggendaria pallina di gelato.
Milano è passare per le Colonne di San Lorenzo e provare lo stesso identico istinto omicida di dieci anni fa verso i suonatori di bonghi; pensando che di questi tempi, una volta superato il metro e cinquanta, son destinati a diventare tossicomani o zoccole. O suonatori di bonghi.
Milano è pensare queste cose dimenticando le proprie punte mai più raggiunte di irresponsabilità.
Milano è dove si è guadagnata confidenza e consapevolezza con la fica. E' aver iniziato a intravedere un po' di peluria pubica non facente parte del pur vastissimo territorio delle proprie mutande. E' aver capito il significato della frase "Mi sento svuotato". E' due bellissime gambe incrociate con tre lunghissime gambe.
Milano è cercare un rimedio alla solitudine mischiando tante anonimità vestite male in un ego comunitario di bestie che si credon signorili e che vanno a ballare in Corso Como cercando qualcosa di interessante da dire e che ti fanno rendere conto che il buon gusto è una trovata squisitamente umana che non è stata ancora brevettata. Né resa obbligatoria.
Milano è un coacervo di incontri. E non solo, ripensandoci bene, con encefali deficitari, accennati barlumi cerebrali e fiche con la menta intorno e il cervello dal tassidermista che se avessi fatto la prova della pippa, ("mi faccio una sega e poi vedo se ho ancora voglia di vederla"), avresti cancellato immantinente dalla tua vita. E' anche tanti splendidi amici che hai deciso di non salutare di persona perché non vuoi far vedere loro le tue lacrime.
Milano è tatuaggi sopra il culo per le donne, è una città senza popolazione veramente autoctona, è dire "allucinante" e "stiloso" senza che nessuno desideri ucciderti per questo.
Milano è tornare a casa e guardare la propria stanza, ricordando nitidamente gli odori che la pervadevono, il mobilio umano che vi ha scorazzato, i pomeriggi ad alto voltaggio erotico che l'hanno animata e pensare sconsolato: "In questa stanza non ci scoperà più nessuno." Non come me, almeno.
Milano è la città che ti ha insegnato e scandito il quotidiano. Era l'amica delle ore liete e delle ore di fila alla cassa la domenica all'Esselunga in Papiniano. Milano non è solo il peso degli incubi. E' anche il cornetto di notte da Gattullo, perché conoscevi il fornaio che ci lavora. E' la focaccia da Princi e la pisciata per strada.
E' una passeggiata in Corso Indipendenza e Corso Monforte di domenica mattina, di ritorno da casa di un tuo amico dove si è fatto mattina pasteggiando a Martini cocktail.
Milano è il vedersi periodicamente a casa di uno del gruppo, chiudere ogni fonte di luce, preparare sigarette, alcool e schifezze di contorno e gustarsi tutta la saga del Padrino in religiosissimo silenzio.
Milano è vedere Inter-Juve all'Osteria del pallone, esultando come un forsennato all'ennesimo gol di Del Piero e gustandosi la rabbia cieca di tutti gli altri. Rimasti seduti. Perché tutti interisti.
Milano è le vasche su per i Navigli per poi sedersi a bere qualcosa in locali che servono l'Autan anziché il Negroni sbagliato.
E' ritagliarsi ancora due ore per andare a correre e ad allenarsi un'ultima volta al Parco Ravizza, cercando di calcolare quante migliaia e migliaia di chilometri di corsa e di trazioni e di addominali e di flessioni tu possa aver macinato.
E' invidiare sé stessi per il credito vitale che questa città sempre cinerea ti ha infuso.
Milano è dare un senso, finalmente, all'espressione "tuffo al cuore".
Milano è sapere che più in là sarai pronto a tornarvi. Che più in là imparerai ad amarla. Dopo pause eterne.
Milano adesso è riprendere un ultimo treno da quella brutta stazione e cercare un aforisma, un mot juste che definisca questi ultimi istanti, mentre si affievolisce il peso degli incubi che addebitavi ingiustamente, ora lo sai, a questa città e alla sua "circonvalla".
Milano adesso è foschia, pioggia e lacrime, mentre la saluti con un'espressione che è cinerea come lo è il cielo di questa città trecento giorni all'anno.
Milano è pensare che, in fin dei conti, tutto questo è così fottutamente letterario.

03 luglio 2008

Addio

A volte bisogna essere cocciuti. Testardi. Fregarsene dei consigli e dei "lascia stare" e dei "chitelofafare". E dei "Ma che fai? Credi di essere l'unico genio in circolazione?". Ti senti uno stronzo in una giornata di merda, (cit.), ma vai avanti.
A volte bisogna crederci, per quanto straabusata sia l'espressione.
A volte bisogna provare e riprovare, sperimentare e rinnovare gli esperimenti.
A volte bisogna bestemmiare quando non si raggiungono gli obiettivi, quando le cose non vanno come ti aspettavi, e continuare a sperare.
A volte anche la tua anima gemella, principessa fra i rompicoglioni, inizierà ad avere dubbi e ad instillartene di nuovi.
A volte devi però tener duro anche per lei. Anche se lei non lo capisce. Ti ringrazierà alla fine, stanne certo.
Perché.
A volte.
Gli eventi possono darti, infine, ragione.
Contratto di Lavoro.
A tempo INDETERMINATO.
A ROMA.
Il lavoro era diventato più distante di Dio. E cercarlo mi stava rubando la vita.
Credevo di stare sulle palle al mondo intero. Per lo meno, all'intero mondo lavorativo. Soprattutto nell'area "Risorse Umane".
Gli altri dubitavano. Io restavo con la faccia rincagnata sul pc e sul mio curriculum, che all'improvviso mi sembrava esiguo. C'era un certo senso di solitudine.
Non la sto facendo drammatica, eh. Si trattava della mia lotta contro il buon senso e contro tutti quelli che mi davano del folle ("A Roma non c'è un cazzo") mentre io dovevo riuscire in questo grande (?) gesto.
E dopo mesi di realtà immutata, è bastato un unico colloquio; sia pure di oltre tre ore.
Attaccare frontalmente la sfiga e averne ragione con destrezza. Che splendidi momenti.
A volte.
Gli eventi possono darti, infine, ragione.
E dopo sarà tutta una salva di "Bravo!" e di battimani, tutto un coro di "Io lo sapevo", "Ero certo ce l'avresti fatta", "Sei un grande". Come se io già non lo sapessi. Di essere un grande, intendo. Che ne sapete, voi? Io ci ho provato. Ci ho provato, davvero. A non essere abbastanza in gamba. Non ci son riuscito.
E comunque preferisco il DON, che mi chiama "Cocciuto figlio di puttana": teatralità pura.

24 giugno 2008

...Dopo.

Tu sei qua. Fra poco sarai là, cioè in camera sua. Con lei. Devi solo esserne sicuro. E lei si innamorerà della tua sicurezza.
E dunque.
Hai seguito alla lettera tutti i consigli, pivellino? Perché tu, a quel tavolino, sei stato l'unico profeta di questo verbo.
Hai evitato, all'inizio, di agire a ricasco del tuo inutile membro barzotto? Hai fatto in modo che lui entrasse in scena dopo, onde evitare errori grossolani e risate in sottofondo?
Hai mantenuto un minimo di decenza, senza ostentazioni, senza eccessi sibariti ed inutili estetismi incompetenti ed entusiasmi superficiali ma solo con una buona dose di cinismo?
Hai mantenuto quell'acume e quella sagacia limpidi e tersi che solo due whisky doppi con un cubetto di ghiaccio possono conferirti?
Hai seguito la disciplina, ora che l'hai trovata?
Sì?
Bene: allora te la sei scopata. Non ci sono cazzi: è matematico. E la matematica non mente. Salvo ipotesi marchese: in quel caso avrete giocato a Bill Clinton e Monica Lewinsky, e tirarle via i capelli per facilitarle il compito sarà stato anche meglio della scopata. Vero, segaiolo impenitente?
Il bello verrà adesso, insulso bipede.
Perché so quello che ti è successo, dopo che ci hai giocato al dottore.
Ti sei innamorato.
All'inizio non ne sarai consapevole né cosciente. Te ne renderai conto in due precisi momenti delle tue prossime, e da adesso inutili, giornate.
In primis, scopando con lei e mettendola a pecorina non afferrerai più il cellulare per scrivere "Beee" a tutti i tuoi amici, come hai fatto la prima volta che la pecorizzasti.
La controprova ci sarà il giorno dopo. Starai lì sul letto a farti una sana pippa e non riuscirai a pensare a lei. Ti sembrerà quasi oltraggioso nei suoi confronti. Lei non è la mamma bona del tuo amico finocchio delle elementari. Lei non è la cugina con le tette grosse ed uno sviluppo puberale troppo precoce. Lei non è la nave scuola che l'ha ovviamente data a tutti meno che a te. Lei è la donna di cui ti sei stronzamente innamorato.
E da adesso molto probabilmente la chiamerai amore, mentre scoperete. E niente più epiteti volgari e grossolani, per quella che hai già deciso sarà la mamma dei tuoi figli. Vuoi la verità? Avresti dovuto trattarla sempre da porca, onde evitare ti chiamassero Cornelio. Vi sareste anche divertiti di più.
Sì, perché nel momento in cui ti sarai innamorato e avrai rimosso la tua corazza, in quel preciso momento tu sarai finito. E il guaio è che sarai anche felice di esserlo. Sari morto nel cuore degli amici, e loro nel tuo. Sarai svagato, assente, immerso nell'ammore. In una parola: rincoglionito.
E il durante di questa storia sarà troppo breve perché possa essere raccontato e troppo insulso e uguale a tutti gli altri e a sé stesso, perché troppo infarcito di pomposi ditirambi amorosi, di troppi vezzeggiativi. Di troppa tolleranza per i suoi insopportabili difetti, ai tuoi occhi solo giustificabili e persino adorabili debolezze; coglione. Di troppi messaggi in cui non ci saranno mai abbastanza parole per esprimere lo stupore e la meraviglia. Lo stupore e la meraviglia su cui si sarà sintonizzata la tua faccia da ebete quando avrai capito, (pensato di capire), che le tue quotazioni nella sua graduatoria "persone importanti e sentimenti", graduatoria con un'intelaiatura fin troppo fragile, (ma tanto tu che ne sai?), han raggiunto picchi da bolla speculativa.
E le bolle speculative, si sa, si sgonfiano.
Come questo durante. Già stantio dall'inizio.
E sarà subito dopo.
E allora ci sarà poco da fare i fichi. Tutti e due avrete perso ma forse tu un po' di meno. Ma avrai perso comunque. E, salvo rarissimi casi, rivedere e ricordare questa storia equivarrà a confrontarsi con un raccapriccio retrospettivo; un orrore retroattivo. Questa storia sarà così diventata solamente un cumulo di foto piene di rancore e tristezza e rimorsi.
Perché non ci sarà stato un elenco di referenze abbastanza sicure ed importanti e seducenti per lei. Perché tu avrai passato il tempo a guardare davanti al naso, ché le cose a volte sono solo quello che sembrano, mentre lei aveva già in mano il telescopio, pronta a setacciare minuziosamente tutte le tue colpe, soprattutto quelle infinitesimali; ché a qualcosa dovrà pur appigliarsi, dopo, per autoassolversi.
Perché quello che era il tuo cuore, cioè lei, improvvisamente svilupperà la maligna arte di fagocitare e distruggere tutte le tue opinioni, va da sé quasi sempre divergenti dalle sue, condendo il tutto con impazienti boccate di sigaretta.
Perché lei avrà tentato in tutti i modi di cambiarti, e tu ogni volta a spiegarle che invece tu, insulso coglione, ti sei preso l'intero pacchetto, ciclotimia compresa, e non hai mai pensato di cambiarla. Ché lo percepivi come una stupida violenza, il tentativo di cambiarla.
Perché tu per lei non sarai mai abbastanza virtuoso nell'arte di vivere quanto lo è stata lei in quella di rompere i coglioni.
Perché a un certo punto avrete gli stessi orari, le stesse giornate e nient'altro da condividere, e la vostra resistenza a questa routine sfiancante sarà un'apnea insostenibile. E non basteranno le parole, per quanto belle, a disgregare e sfilacciare e disossare l'accumulo di rabbia.
Perché se prima c'erano peana amorosi, ora ci saranno solo idiosincrasie diffuse e insanabili.
Perché potrai dispensare un po' di torto a tutti ed anche a te stesso, ma il giocattolo resterà rotto.
E non potrai neutralizzare e disattivare gli eventi né escogitare nuove speranze.
Perché il tepore domestico di una storia tranquilla non è mai erotico come gli inizi a quel tavolino di quel fottuto locale.
E dopo tutto ciò tu sarai ancora un attore, ma nel dramma della tua vita. Che per inciso non interesserà più a nessuno. E neanche a te.
Ti rimarranno solo un po' di tenerezza e di istinto di protezione per le origini di quella storia, oramai suppurante e putrescente. Forse.
E tutto per cosa poi? Per quella scossa, quella sera. Quel brivido. un coito ormai dimenticato. Ti ritroverai a rimpiangere le pippe.
Sempre sicuro di volerti sedere a quel tavolino?

POST SCRIPTUM: quando fra qualche anno, ormai incallito alcolizzato, ti verrà voglia di raccontare questa storia, buona parte delle astanti ti daranno del becero maschilista. Benissimo: non provarci neanche, a giustificarti, e mandale immantinente e sonoramente affanculo. Quelle che ti daranno del maschilista sono delle insensibili stronze decerebrate come lei. Ché le donne veramente intelligenti, le pochissime elette, SONO maschiliste. Esattamente come me e te. E sono già impegnate.

18 giugno 2008

Prima...

"Ci sarà da divertirsi."
Lo pensi al primo appuntamento. Se non sei ancora troppo indietro col corso di aggiornamento "procacciamento passera" impartito dai tuoi amici più grandi, non ti concedi il lusso di essere preoccupato e ti presenti lì sapendo che la regola basilare è che non potrai mai essere te stesso. Mai. Ma proprio mai.
Quei due occhi e quelle due tette rappresentano per te due forme pulsanti e ballonzolanti di vita. E il tuo star zitto ad ascoltarla sarà l'interminabile ed instancabile periplo attorno alle sue resistenze per farti strada oltre le sue mutandine.
Azioni i muscoli facciali del vivo interesse e ti siedi ad ascoltarla mentre ciarla dei suoi trascorsi, chissà perché quasi sempre drammatici e/o pieni di pathos.
Oltretutto ascoltarla potrebbe esserti utile a capire che quella frangetta non racchiude solo un pur adorabile nulla neuronale.
Per quanto sfiancante possa essere, è un talento teatrale che si affina col tempo: la capacità di adattarsi a chi è di fronte a te a quel tavolino in quel locale, la capacità di mescolarti a lei e al suo cocktail. Una forma d'arte intrisa di biechi secondi fini. Mentire, in sostanza: la cosa più umana che si possa fare.
"Non si può andare in guerra senza Dio", scrive Mc Carthy. E anche tu dovrai approntare un'adatta panoplia. Devi costruirti addosso un giusto personaggio, se vorrai ottenere da lei una bevuta, due chiacchiere ma anche un pompino. (Non fateci caaso, è il mio amore per gli eufemismi: il fanciullino che è in me).
Saranno dunque fondamentali l'aria rassicurante, la capacità di ascolto INTERESSATO e il convincerla che tu non sei affatto in tono con tutto quel casino e quel tramestio di cazzi e piagnistei che è stata la sua vita sentimentale finora. Tu sei MEGLIO. e sappiamo tutt'e due che non è vero, ma questa irrealtà sarà il tuo (ed il suo) placebo vincente e rassicurante.
Prima o poi, però, dovrai parlare anche tu. Bene: vuoi seriamente pregustare spasmi orgasmici e interazioni fornicanti con la vulva in oggetto? Certo che lo vuoi, sennò non staremmo qui a parlarne. E tu non saresti lì.
E dunque.
Il discorso più efficace, il discorso superlativo, è ovviamente quello che seduce; quello che provoca trasalimento. Questa è l'unica nozione sicura.
Farti strada e mantenere una presa sul (suo) futuro, oltre che sulla maniglia della porta della sua camera da letto, dipenderà da quanto sarai bravo ad esprimere la tua scontentezza in modo originale. Dannato e depresso e crocerossina sono quasi sempre i ruoli cardine di questo copione. Senza esagerare, però, altrimenti potresti essere relegato al ruolo di semplice e fugace comparsa. Hai un'aura da mantenere e un credito esistenziale da vantare. Hai storie da raccontare. Bene: modificale, cambiale, fai in modo che risultino distorte a tuo uso e consumo e a suo piacimento. Ecchiccazzosenefrega se la verità ne uscirà tradita.
L'importante, comunque, è che non ne esca storpiata da un improprio uso del congiuntivo. E bando a inglesismi, diminutivi demenziali e inesistenti come "attimino" e aggettivi buoni per tutte le stagioni ma riservati agli idioti come "allucinante". E quell'aura da mantenere cerca di contornarla di un'apparenza di cultura. Tranquillo: al massimo parlerete di libri e film. In un'epoca di catene al collo e corpi brulicanti di tatuaggi, sarà per te un enorme passo avanti avere un'idea seppur vaga dei libri di Paulo Coelho e aver visto "Brokeback mountain" essendoti commosso e senza darle minimamente a vedere che secondo te il titolo migliore e più appropriato di quel film sarebbe stato "La montagna dei culi rotti". A proposito: va alla grande anche Ozpetek. E Accorsi non è uno che o urla e strepita o scopa ma che non recita mai perché non sa farlo: Accorsi è il miglior attore dell'universo. Chissà perché dicono sempre di cercare "i veri uomini di una volta" ma si commuovono solo se sotto la tua corazza di sicurezze fai loro subodorare un minimo sindacale di sensibilità femminile e vagamente frocesca.
In sintesi. Tu non devi rientrare nei suoi problemi personali. Tu devi farle credere di poterne essere la SOLUZIONE.
E' l'astuzia l'unica scienza utile. Insieme al tono migliore che hai. Non disgiunti, te lo ripeto, da una certa padronanza dell'italiano.
E avrai apparecchiato un bluff irresistibile.
Se avrai agito secondo i principi, potrai camminare a testa alta.
Anche quando, diononvoglia, sarà finita.
(...continua...)

02 giugno 2008

"NON DEVI DIMENTICARE NULLA" (*)

Io amo la campagna. La solitudine in salsa panoramica. La penombra e il tramonto. Certi colori. La stessa tessitura delle cose.
Ci sono cresciuto, in campagna. Ero cagionevolissimo di salute e i medici consigliarono ai miei genitori di andarvi a vivere. Diventai una piccolo leone. Andavo in giro con mio nonno. Curioso e pieno di domande. Ho cominciato a lavorare con lui e col Don che avevo poco più di tredici anni. Ero in mezzo agli operai. E cercavo di stancarmi e di sentirmi utile il più possibile. Cercavo di secernere l'unico sudore legittimo, quello della fatica. Perché quando tornavo a casa e nonna preparava anche per me un piatto di pasta al ragù enorme e quando anch'io potevo parlare di cose "da grandi" senza che mi si dicesse "Vai a giocare", beh: io ero felice. Quando mi svegliavo all'alba per andare a mietere: io ero felice. Così come quando ero ammesso in cantina a vedere nonno che faceva il vino, dopo aver partecipato alla vendemmia. La cantina: il regno dell'alcool spalancato ai miei occhi. E anche se le ossa dolevano, e non sentivo più le braccia, mi sembrava di vivere giornate epiche. Da leggenda.
E' per questo che ho sempre nutrito rispetto incondizionato per questi posti. Posti in cui il lavoro e la fatica fisica hanno la stessa supremazia di Dio.
E spesso ci torno. Ci torno per non dimenticare. Ci torno e devo rivedere centimetro per centimetro le terre, le stalle, le rimesse, i macchinari e i trattori, gli oggetti. E ricordarmi di chi le ha coltivate, di chi le ha pulite, di chi le ha riordinate, di chi li ha usati per creare. Creare davvero.
Spesso ci dimentichiamo di cose che invece vorremmo e dovremmo ricordare. E’ come se rimanessero nelle ossa. Ma non nella mente. Però rimangono nelle ossa. Nella fatica che ti torna subito in testa, mentre passi davanti a quella distesa di mandorli dove diosolosa quanto sangue tu abbia sparso e quanti pidocchi scacciato mentre ne raccoglievi i frutti.
E’ lì in campagna che riscopro certi indissolubili e pesanti e forti legami di sangue pregni d’affetto e lacrime. E lì in campagna che tutti i miei ricordi diventano nitidi.
Vivere di ricordi per migliorare te stesso. Vivere di ricordi per arricchire il tuo domani. Perché i giorni migliori non siano solo quelli passati. "Se un uomo non è fatto di ricordi, è fatto di niente." (*)
E ancora adesso ci torno spessissimo, alla mia casa in campagna. Per lunghe, lunghissime passeggiate. Scarpino per chilometri, fino ai miei campi di grano. Dove in mesi come questo quel colore che sfuma tra il verde e il giallo oro può solo inebriarti. Una pace interiore che non potrai certo trovare su internet.
E’ il mio cerimoniale preferito quando voglio valutarmi nel mio libro mastro, quando non voglio nessuno. O non c’è nessuno. O non ho nessuno.
E’ la cosa più coraggiosa che io possa fare, essere solo. L’evento giusto per chi, come me e come tutti, è inzuppato in esistenze così dipendenti dagli altri e così interscambiabili. L'unica avanguardia disponibile.
Le cose capitano come capitano. Lì puoi riordinare i pensieri. E capirle intensamente. E capire se puoi originare la soluzione o se hai cagionato il problema.
Passeggio, mi fermo a guardare certi pozzi antichissimi finiti anche sui libri e mi viene da pensare che non ci saranno più preoccupazioni per il resto della mia vita. Guardo mio padre e mio zio, suo fratello, intenti ancora con la stessa energia e la stessa voglia a organizzare la raccolta delle olive, li guardo con le loro braccia possenti, le loro mani enormi, mani che hanno faticato, mani rosse da sempre come le loro facce, rosse perché arrostite dal sole, e trovo tutt'a un tratto patetici i miei inutili tentativi di fingermi vivo correndo un'ora in più al parco. Loro e la fatica, compagni di viaggio da sempre.
Devo tornare spessissimo lì.
Quando sono fuori dei sentimenti e dalla grazia di Dio.
Quando marcio con la benzina di riserva e so che a breve resterò a secco.
Quando devo premere il tasto pausa su un'esistenza cittadina che è spesso emotivamente esausta.
Quando non voglio più piombare nella rovina desolata dei miei pensieri.
Devo tornare spessissimo lì.
Per stabilire una tregua con le mie viscere. Una dilazione dei miei problemi.
Perché quando torno da lì, è solo il primo pomeriggio di una nuova vita.
Devo tornare spessissimo lì.
Perché è il solo modo per ricordare chi fossero i miei avi. Chi fosse ciò che sono.
Morirò anch’io un giorno o l’altro. Probabilmente. Ma vorrei morire lì.
Pace.

(*): "Patrimonio", Philip Roth

19 maggio 2008

Uhm

Guardo i miei pensieri e non ne viene fuori nulla di scrivibile. Non c'è luce primordiale, non c'è nulla di interessante. E non è che io sia poi così impegnato a vivere.
Passo le giornate inviando curriculum con mail piene di prolungate formalità. E prendendo nota degli avverbi che meglio possano sottolineare tutta la mia voglia di lavorare. Per quanto mi riguarda, il mondo sarebbe più sereno se per trovare un lavoro non si dovesse passare per i funzionari delle "Risorse umane" e i rigorosi "Egregio", "Gentile" e "Sarei lieto di lavorare per la Sua società". Per facilitarmi il compito, vado a setacciare tutte le sacche di rapporti, occasionali, lavorativi e non, formatesi in questi anni; alla ricerca di un nome utile. Di una scossa positiva.
Tra una mail e l'altra leggo libri infallibilmente stupendi e pieni di grazia di Mc Carthy, Roth, De Lillo e Diaz. Puro paradiso.
Tra una mail e l'altra, scarico anche film di Tinto Brass, genio indiscusso e insuperato.
Guardo la tv. Di mattina. Non accadeva dai primi anni '80. In effetti, gli spot non son più quelli di una volta. Mi concentro su Paolo Fox. Il suo oroscopo è una sequenza ineffabile di speranze avverate e complete delusioni.
E' vero: la prospettiva di una vittoria certa e senza difficoltà è tediante e noiosa, un po' come gli scudetti vinti dall'Inter per mancanza di avversari. Però dopo un po' inizi a non sperare più. A non crederci più. A non credere neanche a un cazzo virgola due per cento (cit.) delle tue possibilità e potenzialità.
E allora esco. Faccio cose. Vedo gente. Fondamentalmente bevo. Perloppiù in compagnia, ma questo è un dettaglio. L'eroismo del mio fegato è spaventoso. Così come la sua capacità di allargarsi senza intaccare la bellezza delle mie fosse iliache. Incontro gli amici e parliamo di calcio e donne. Non si scappa: non puoi non essere fedele a ciò che sei, a ciò di cui non vorresti mai disfarti. Cioè alla fica. Mettere su una combriccola di ficadipendenti può essere deleterio. Si chiacchiera a cazzo duro guardando partite e ci si prende drammatici torcicollo girandosi a rimirare culi che hanno una grazia inviolata, (o almeno ti fa comodo pensarlo). Tette superbe. Gambe da far scoppiare i bulbi oculari. E i piedi. La primavera e i piedi scoperti e scoprire di far parte di un gruppo di laidi feticisti. Prendi una bella donna con un paio di décolleté di un certo livello e a seguirla saranno il tuo sguardo e la tua erezione. Lei che si muove per la sala sarà il tom-tom del tuo testosterone vagante per il locale. L'evento impeccabilmente superbo: una gnocca siderale che accavalla le gambe e mostra i suoi sandali da urlo, la sua compiaciuta e fiera caviglia e quello smalto rosso che ti provoca pensieri per i quali puoi solo vergognarti. Tu, i tuoi boxer tumidi, il tuo senso di colpa e un white lady che diventerà necessario immantinente.
Poi torni a casa e avviene la transizione tra i tuoi due livelli del tuo essere, intercambiabili e assolutamente non antitetici: fica-patico e maritino premuroso. Arrivi a casa e la vedi e sai che fondamentalmente avevi bisogno di un'ora d'aria in cui poter fare liberamente il coglione in salsa liceale. Arrivi a casa e ti reimmergi nel tuo rapporto con LEI che è insieme pace e guerra, perché così è l'amore. Arrivi a casa e LEI, come tutte, potrà anche chiederti di lavare i piatti e tu ubbidirai pure, perché in fondo LEI è il tuo cuore e la tua vita e quando inquadri tutto nel mirino dell'amore tutto diventa sopportabile, come LEI sopporta il fatto che io dorma pochissimo e appena sveglio stia lì a tormentarla. E sai che in fin dei conti non la tradirai mai, anche se mai è davvero tantissimo tempo. Perché sai che LEI è migliore di te, migliore di chiunque altro e non c'è altro da aggiungere. Perché se LEI ha deciso di sopportare il fardello del tuo essere brusco, enfatico, emotivo, impulsivo e diosolosacosaltro, allora vuol dire che in fin dei conti sei stato ripagato di tutti i tuoi dispiaceri. Vuol dire che hai pareggiatoi conti e il tuo bilancio è ancora attivo. Al limite le chiederai di uscire a comprar scarpe e insisterai per una pedicure.
La verità è semplice come sempre. Hai fatto una scelta che ha delle conseguenze. E quelle conseguenze sono un percorso da cui puoi deviare solo ogni tanto. E solo impercettibilmente. Hai fatto delle promesse. E le promesse costano. E terrai fede a quelle promesse anche se la tua ennesima lettrice ti confesserà di avere appena letto tutto il tuo blog, cioè tre anni di cazzate, in un solo pomeriggio e tu avrai capito di essere con lei a tre metri dal pompino, cioè lo spazio da percorrere tra l'uscio di casa tua e il punto in cui lei avrà parcheggiato la macchina con cui sarà venuta a prenderti per fartelo. Il pompino, intendo.

29 aprile 2008

Eccomi

Non c'è niente da fare: io qui a Roma mi sento giustificato nel mondo. E ci resterei per sempre.
Ora come ora Milano non mi manca per niente.
D'altra parte: cosa dovrebbe mancarmi? La mia urticante papponeria? Il mio rimirare adorante le fighette a spasso in zona Brera spargendo petali di ormoni al loro passaggio? La demolizione di tutte le mie ambizioni lavorative? Le puntate nei locali con la mia compagnia di coglioni? Milano è per me una cantina. Una cantina per bere e una cantina per l'anima: di quelle dove conservi ricordi e note nostalgiche, di quelle che se ci entri il cuore ti si contrae e arriccia come una fisarmonica. Ma i muri di quella cantina sono ormai macchiati di stanchezza. E ciò che si offre agli occhi è desolante.
E a parte questo. Dopo undici anni, ti rendi conto che Milano è maledettamente piccola. Dico sul serio: Duomo, Corso Vittorio Emanuele, Zona Brera, Navigli (per la cronaca: Testaccio schiena i Navigli 3-0), Corso Como (ma vuoi mettere con Campo de' fiori?), Porta Romana, 24 Maggio e Ticinese (ma io odio i suonatori di bonghi). Finita. Stop. Sì, ok: qualcuno potrebbe parlarmi di suggestivi scorci, di splendide chiese. Dei laghi fuori città. Scusatemi: mi sarò inaridito.
Rimanervi? Non credo di esserne capace. La bellezza di questa città ha la carenatura un po' arrugginita.
E Roma? Roma è la grande, grandissima, spledida impresa di essere una città. Roma è bellezza e grazia. E' caos e bellezza. E' turbolenza e magnetismo. E' una città imperfetta: quindi è un capolavoro. E' affacciarti alla finestra e vedere un panorama che ti annichilisce, è fare passeggiate chilometriche in cui ogni nuova tappa è più bella della precedente. Un po' come le fighe a Milano: vedi una donna ferma a un semaforo accanto a te e pensi che sia la donna più bella tu abbia mai visto e già vagheggi di farci figli insieme. Poi attraversi la strada e arrivi al semaforo successivo e ne vedi una ancora più bella. E così via, per ogni cazzo di semaforo, in una Via Crucis della bellezza impossibile da possedere.
Roma è un pacchettino pieno zeppo di Paradiso. E' andare a pranzare a Trastevere con una coppia di amici e morire per degli agnolotti al ragù che levati. E' davvero guardare il cielo e nutrire speranze e dimenticarsi delle millemila tonalità di grigio cui ti aveva abituato Milano. E' affacciarti ancora alla finestra e vedere l'iradiddio fattasi cupole e non solo scorgere la Madonnina senza più chiedersi come cazzo avran fatto a piantarla lassù.
Roma è ciò che mi ha in qualche modo ricucito gli occhi al loro posto, costringendomi a guardarmi di nuovo intorno, senza camminare come un automa incurante come facevo prima.
Roma è roba pura e non tagliata. Milano è un continuo imbastire cerimoniali per intabarrare il nulla degli happy-hour.
Roma è riscoprire gli odori. Certi odori di certi posti. Certi odori in certe sere estive. Certi odori che pensavo persi in quel fritto misto di miasmi e fantasmi che è Milano.
Roma è risate fragorose, è il Ghetto, è un dialetto che non smetterà mai di divertirmi. Milano è spesso vita appiccicata con lo sputo, vulcanizzata alla bell'e meglio con ironia ruvida e indigesta, amarezza accecante e l'ennesima birra presa dal Rattazzo per buttar giù l'afasia.
Ho fatto tutti gli errori dell'elenco, quand'ero a Milano. E non so se fosse colpa di Milano. So che ero sull'orlo delle giornate peggiori della mia vita.
E so che invece quando sto qui la mia vita mi sembra più cospicua e meno esposta alle intemperie e che il passaggio dalla paura e dalla conseguente follia alla serenità è quasi istantaneo. E indolore.
Sono il solito me stesso. Il me stesso medio. Però vorrei poter iniziare una nuova vita, qui. Un nuovo primo giorno.
Qui. A Roma. In questo istmo che mi ha ricollegato all'amore.

15 aprile 2008

Solo una brevissima considerazione a margine

Io amo la Sicilia. Molto più dei siciliani. Evidentemente.

09 aprile 2008

Gli uomini fanno progetti. E Dio se la ride. (*)

Son seduto qui a casa, fatalmente brillo dopo pochi bicchieri del vino prodotto dal DON (alcool mischiato a sudore).
I miei coinquilini son presi dallo studio matto e disperato pre-esami e questo li rende sufficientemente sociopatici: in sostanza, sto per vincere il titolo di uomo più solo del condominio.
Se la primavera a Roma mi aveva lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, la pioggerellina salmastra milanese manda il mio barometro interiore a valori da depressione.
In poche parole, qui si muore a puntate.
E così mi siedo al pc dopo aver messo in circolo altro caffè nel sistema nervoso e cerco di tirar fuori dalle mie circonvoluzioni mentali e dai miei angoli mentali bui qualcosa di nuovo e interessante.
Tanto per iniziare, è evidente come la traiettoria delle mie intenzioni e dei miei progetti e quella del mio destino lavorativo, (da me non deciso), vadano ognuna per i cazzi propri.
Oggi ho rifiutato una proposta di lavoro.
E vi spiego perché.
Si sarebbe trattato dell'ennesimo contratto a termine. L'ottavo, per l'esattezza. E ho rifiutato per parecchie ragioni.
Anzitutto, un altro contratto a termine mi avrebbe impedito di poter fare progetti di alcun tipo per almeno un altro anno. Vivere e lavorare a termine sarebbero stati la stessa cosa. Avrei poi percepito uno stipendio più basso, anche se di poco, rispetto all'ultimo impiego. Anche qui, insomma, niente progressi. Inoltre, si sarebbe trattato di un lavoro che ho già fatto per circa due anni: un lavoro che, a dirla tutta, non mi entusiasma granché e soprattutto un lavoro iper-specializzato che mi impedirebbe di crescere sia all'interno, (non è prevista una grossa carriera in un ruolo del genere), sia all'esterno, (con un lavoro così iper-specializzato e che fanno in pochi, o uno di quei pochi muore e ti chiamano a sostituirlo oppure non ti cercherà mai nessuno).
L'obiezione più ovvia che si possa muovere a questa decisione suona più o meno così: "Intanto accetta, poi cerchi altro". Ma non è così. E vi (ri)-spiego perché.
Nel momento in cui accetti l'ennesimo contratto-capestro a tempo determinato, ti rendi automaticamente disponibile ad ingoiare altre tonnellate di merda nella speranza che poi ti assumano a tempo indeterminato; cosa che poi quasi puntualmente non avviene. E allora inizi a guardarti intorno. E a quel punto, e parlo per esperienza, chiunque ti cerchi non fa altro che proporti un altro tipo di collaborazione a tempo: "Se ne hai accettati così tanti finora, potrai accettarne un altro".
Questo perché la loro tattica è quella del "Non puoi fare altro ché sei con l'acqua alla gola", meglio nota come regola del "Ti prendo per le palle".
In sostanza, accettare la proposta fattami oggi sarebbe stato il mio epitaffio lavorativo.
Mentre oggi mi recavo a questo colloquio, fumavo ininterrottamente e cercavo disperatamente una decisione.
Ero uscito di casa pensando di accettare; (sapevo già la struttura dell'offerta per sommi capi). C''era però uno scrupolo a lasciarmi indeciso: uno scrupolo che nasceva dall'esaminare mentalmente tutta la ragnatela degli errori e delle decisioni lavorative sbagliate fatti e prese finora. Uno scrupolo che più camminavo e più diventava sdegno. Sdegno verso me stesso e sdegno verso questa gente per la quale non posso che augurarmi che le loro madri intrattengano piacevoli e continuativi rapporti con dotati turbonegri.
Più lo sdegno vibrava con grinta, più mi fermavo e accendevo l'ennesima sigaretta. E allora la decisione è uscita fuori da sola e mi è sembrata l'unica percorribile.
Dovevo finirla con questo schifo che addolora la dignità. Dovevo rompere questa spirale.
E così ho fatto. Vi confesso che ho tentennato, e parecchio. Quando ti parlano di soldi, tentenni sempre. Sempre. Soprattutto se son comunque di più di quelli che prenderesti facendo il barman o il commesso alla feltrinelli.
Ora.
Non voglio certo applausi.
E so. So benissimo che me ne pentirò tantissime volte. So benissimo che spesso mi ritroverò imbrigliato in un intrico di rimpianti e recriminazioni. So benissimo che tutto questo nasce anche dal mio istintivo amore per i casini. So benissimo che spesso e volentieri i grossi rischi rendono spericolati e le insicurezze spavaldi, (sto citando qualcuno ma non so chi), ma che poi spericolatezza e spavalderia lasciano il campo alla paura fottuta. So benissimo tutto questo.
Oggi, però, questo scampolo di dignità ha reso meno problematico e complicato il mio fascicolo interiore.

(*): Michael Chabon: "Il sindacato dei poliziotti yiddish".

25 marzo 2008

Happiness is a warm gun

Era seduto di fronte a me che sorseggiava del Berlucchi, mentre mi diceva che aveva sempre preferito il "Veuve Clicquot" e continuava a combattere con la sua sigaretta producendosi in boccate sempre più cinematografiche. Io lo vedevo e fumavo a mia volta.
Io non parlavo, ma lui aveva innescato lo stato d'animo OPERATIVO, e questo voleva dire che aveva recuperato la sua memoria e idea di quello che ero, reso più cubiche le palle e aguzzato la vista su di me e su quello che realmente si celava dietro le mie intemerate durate mezz'ora contro il destino e le inculate della vita.
Gli avevo detto "Ho perso il lavoro". E lui aveva continuato a giocherellare con il bicchiere e la sigaretta.
In un connubio tristissimo e troppo personale che è il prodotto di idiozia, logorrea e dolore alcolico, un prodotto pericoloso da maneggiare, ero stato lì a blaterare dei miei forsennati dibattiti interiori, del mio emergere da essi privo di sensi di colpa, integro e ardentemente innocente dalla testa ai piedi. Contraevo la faccia in smorfie di dolore imparate ad arte, pescavo comode captatio benevolentiae dalla tasca posteriore e cercando compassione andavo ripetendo che volevo solo vendetta, che avevo solo rancore, che mi era impossibile avere una fede che non fosse quella calcistica, figuriamoci quella religiosa. Che per me era sempre stato così: amare fino ad uccidere per chi si ama senza alcun freno inibitore tirato all'ultimo momento o odiare e attendere la fine di chi si odiava, magari procacciandosela. La fine, intendo.
Snocciolavo i miei incolpevoli fallimenti lavorativi e al contempo ripetevo che questo mi dava il diritto di essere davvero davvero incazzato. E di poter desiderare la morte, o se non altro una qualche invalidità permanente, di chi questi fallimenti li aveva provocati. Tutto questo, piangendo. Che cazzo di spettacolo osceno.
E lui aveva continuato a giocherellare con il bicchiere e la sigaretta.
"Non capisco perché tu debba piangere così, come un balengo qualunque. Io non credo che questa volta sia colpa tua, anche se sei stato ingenuo a non guardarti mai intorno, a non cercare un'alternativa. Credo anche che tu sia capace e che non ti ci vorrà molto per uscire da questa situazione. Però quello che mi preoccupa è tutto questo rancore. Non c'è motivo di provarne. Perché sei sempre così arrabbiato? Perché sei sempre così incazzato? Anch'io ho avuto inculate pazzesche, dalla vita. E c'è almeno una persona che più di una volta avrei voluto vedere su una sedia a rotelle, perché era un amico che mi aveva messo nei guai. Ma poi lo vedevo bene: un povero reietto che nessuno salutava. Uno che si faceva e si fa compagnia standosene appoggiato a un lampione. Uno che io adesso biasimo. Mi ha fatto del male, e allora? Non è abbastanza per provare quello che provi tu. Se gli avessi fatto quello che spesso l'istinto mi diceva di fare, non avrei potuto neanche raccontartelo. E non è una questione di fede o di Dio; almeno non per me. Forse solo di età. Non puoi avere tutta questa rabbia in corpo, ché ti sta bruciando. Devi calmarti. Certe cose non puoi farle, neanche per chi ami. E' una cosa senza senso il fatto che tu ritenga la stessa cosa amare qualcuno e difenderlo fino alla morte. Cerca di non impazzire. Cerca di mantenere la calma, ché tu sei sempre stato calmo. Perché tanto il massimo che potrai fare, per sfogare tutta questa rabbia, sarà piagnucolare come un idiota quando non ce la farai più. Come stai facendo adesso. E ricordati che non sei solo. Tu hai una famiglia. E ora, perdio, prendimi qella bottiglia di Veuve Cliquot ché ho voglia di fare brindisi con roba seria."
...
"Ah! Un'ultima cosa: dopo però lasciami il numero dei tuoi ex datori di lavoro. Vorrei parlarci un po'. Solo parlarci, non guardarli negli occhi".
Dopo aver strappato via rimorsi e rimpianti, mi aveva versato in un bicchiere dell'ottimo champagne e fatto baluginare da lì il riflesso di un'esistenza migliore.
E avevo anche imparato a fumare come lui.

13 marzo 2008

Progetti. LEI. Riflessioni.

Capitolo PROGETTI
Mi sento stranissimo. Così strano da non provare alcuno stato d'animo. La rabbia è fluita, forse non è mai nemmeno arrivata. La delusione aveva occupato tutti i posti disponibili. Rimane il senso di colpa per non aver capito in che cazzo di pericolosissima situazione mi fossi infilato. La mia battaglia adesso non me la posso scegliere. La mia battaglia mi è stata imposta. E’ la battaglia per un lavoro. Ne ho bisogno, e si tratta di una questione molto più mentale che materiale. Ho bisogno di giornate piene e convulse. Di minuti contati e di attimi rubati. Di telefonate fatte al volo e di concitazione perenne. Di compulsione a infilare più cose possibile nei miei giorni prima che arrivi il tramonto, ora che il sole tramonta più tardi. E così, per adesso, sostengo colloqui. A iosa. Per qualsivoglia posizione.
Cerco i panni migliori del guardaroba, evito ogni accenno di tremori e dita sudate, mi siedo su comode poltrone e inizio la mia danza di sguardi convincenti, cercando di apparire un granito fatto di forza, competenza e carisma, mentre contemplo le parole migliori del mio vocabolario e ricapitolo per bene l'elenco degli errori da non commettere.
La mia parlantina fumantina mi salverà: io lo so.
Per adesso li sto passando. Si vedrà. Frattanto qualche solerte lettrice mi ha chiesto il curriculum e l'ha girato ai propri contatti. 'Sto blog inizia a servire a qualcosa che non sia il ricevere foto porche.
Voi comunque continuate a mandarne. Di foto. Continuate ad abbracciare il cuore di questo triste e povero uomo. Io ve lo prometto: non andrò oltre la semplice visione, appagherò solo gli occhi. Non violerò il perimetro delle vostre virginali mutandine bianche. Le guarderò con rispetto e devozione, le mutandine e le foto. Però le tette mandatele.
Quanto al resto.
Sto scrivendo un libro. Sìsì. Anzi no. Ho creato un mega-file di Word con tutti i miei post e l'ho stampato. Ora sto selezionando quelli più belli. Poi darò loro un filo conduttore fino a darne una visione unitaria e lo manderò a tutte le case editrici. Compresa l'Editrice La Scuola; ché secondo me 'sto blog ha un altissimo valore educativo.
Sono ancora indeciso sul titolo eventuale. Le alternative al momento sono: "Memorie di un segaiolo di inizio millennio" e "Storie di ordinario onanismo". Avete suggerimenti?
Sia chiaro. Quello che sto facendo non nasce da mie aspirazioni letterarie. Non ho velleità da scrittore. Manco pe' gnente. Scrittore è Roth. O Richler. O Calvino. O Garcia Marquez. Insomma: avete capito.
Scriverò un libro e, ammesso che venga pubblicato, non mi vedrete in qualche insulsa trasmissione televisiva ove in sovrimpressione alla mia faccia di cazzo appaia, (o apparirà? E’ tardi: siate clementi), il mio nickname con sotto la dicitura “Scrittore”.
Sto solo spulciando i miei eventuali talenti e cercando di spremerne soldi. E dato che non posso fare il gigolò, ché LEI ha già detto che mi affetterebbe le gonadi senza anestesia, sapete com'è...

LEI
Se non ci fosse io mi sentirei solo e finito. E non mi vergogno di dire che quando torno a casa dal parco ho sempre nell'IPOD "Amore caro amore bello" a palla e che la ballo nel corridoio. Lei mi nutre di endorfine. Più della corsa. Più della vita stessa. LEI è. Il mio meglio. E meno male. E anche se spesso la do per scontata, anche se spesso la sua presenza mi sembra ovvia. Anche se spesso sono il solito stronzo. LEI c'è. E continua ad esserci. E grazie a lei è meno buio. Sono un fortunatissimo miracolato.

Capitolo RIFLESSIONI
Per esempio. Quelli che usano Twitter. Io li internerei.
E poi. Devo fare qualcosa per il mio priapismo.
E infine. Esistono ancora ggiovani che girano arruffati, puzzolenti, con un abbigliamento improbabile e improponibile che sembra recuperato da un vecchio concerto dei Nirvana, con la barba lunga e non curata e i capelli lunghi e oliati come un pistone. Che se va veramente di merda, hanno anche la coda di cavallo e gli occhialini rotondi. E che credono che questo configuri un look. Nello specifico quello da intellettuale iconoclasta. E che soprattutto hanno ancora il coraggio di dichiararsi marxisti-leninisti. Davvero: ne esistono ancora. Oggi ne avevo due accanto mentre pranzavo nel mio posto preferito. Ne origliavo le conversazioni mentre leggevo i quotidiani e sorseggiavo vino bianco e il mio fantastico risotto alla trevisana mi risultava indigesto. Mi sono incazzato col titolare. La selezione all'ingresso non è più un modo dell'essere.




06 marzo 2008

Scegli.

SECONDO UPDATE: da oggi questo post è pubblicato anche sul Gazzettino e questo grazie all'amico fraterno TRENTA . Grazie, amico mio. Grazie assai.
(Questo post è da oggi ospitato anche su NOANTRI, grazie a STE'. La cosa mi onora parecchio. Grazie ancora, STE'.)
- E' troppo tardi per un whisky? -
- Che whisky? -
- Un Macallan. -
- Non è mai tardi per un Macallan, ragazzo. -
Dio può annidarsi anche in simili conversazioni.
Tracanno un doppio Macallan liscio e con bicchiere d'acqua a parte e mi immergo nel mio soliloquio. Un soliloquio di tristezza.
La gente mi passa davanti, presissima da un mercoledì sera che si spera per loro sia pieno di sorprese. Io non voglio vedere e sentire nessuno. Anche LEI l'ha capito, che non è serata. E ha pensato bene di non telefonarmi.
Che volete che vi dica, forse sono uno un incorreggibile stronzo: fatemi causa.
Sto qui seduto, bevo e medito. E penso alle novità.
Sì, perché ci sono novità.
E non sono per niente positive. Poi mi si chiede perché io sia così conservatore.
Ho perso il lavoro. E la cosa non mi sta rendendo felice.
Sono serio, eh. Sono sempre serio, io. E' il più grosso problema della mia vita.
Avevo un contratto a progetto. L'ennesimo, dopo stage, co.co.co., co.co.pro., sostituzioni per maternità e modulistiche contrattuali pecorinofile varie.
E' inutile io vi spieghi che non c'era nessun progetto. Un contratto simile era semplicemente il più conveniente per la società (a delinquere).
Il contratto scadeva a inizio febbraio. Ho chiesto rassicurazioni sulla mia sorte da inizio ottobre. E fino a fine febbraio. Sì perchè io, intanto, a contratto scaduto, ho continuato a lavorare, ché mi si diceva di star tranquillo ché a lavare i vetri ai semafori non ci sarei finito.
E invece no.
Invece devono contenere i costi. Han detto proprio così: "In questa fase di business calante, è urgente un contenimento dei costi".
Detto mentre loro stan preparando le vacanze di Pasqua e stan cercando di capire quale sia la località più trendy e più pullulante di passera disponibile.
E con contratti di questo tipo, diventi la vittima ideale.
Oltre che l'unica, visto che ero l'unico ad avere un contratto simile.
Un classico.
Io ho mantenuto una calma che non conoscevo, in questo frangente.
- Uhm - ho detto.
E poi.
- Scusate: se non vi dispiace, andrei a fumare una sigaretta, ché sono un po' scosso. -
Poi son tornato, ho salutato e me ne sono andato.
Ora sono a casa: navigo nell'ozio. Leggo libri, guardo film. E per non smentire me stesso seguo costantemente gli aggiornamenti di Youporn e Redtube.
Le pippe sono aumentate esponenzialmente.
Intanto mi guardo intorno. Ho pure iniziato a guardare i bandi per concorsi pubblici: si sa mai che mi sistemi una volta per tutte. Ho scaricato il bando per il concorso da assistente parlamentare. Beh, è bello notare come per fare l'assistente parlamentare servano lauree, voti alti, lingue straniere e il superamento di saddio quante prove mentre per diventare semplicemente parlamentare basti a volte essere un ex "ballerino" del Mucca Assassina o un figlio di papà che vuole ancora giocare a fare l'alternativo.
E mando curriculum.
Ho inviato circa duecento mail il cui testo recitava:
"A parte i bocchini e altre pratiche omosessuali, posso fare di tutto".
Una mia amica oggi mi suggeriva di iniziare a farli.
I bocchini, intendo.
O comunque di iniziare a calare le braghe.
Io però non credo sia questo il punto. Non credo si tratti della solita tiritera trita e ritrita dello scendere a compromessi.
No. Non è questo il punto. Il punto è che mentre imperversa una campagna elettorale di cui me ne frega sempre meno, ché io ho già deciso di non votare, mentre tanti politici fanno a gara a riempirsi la bocca delle parole "Risolveremo il problema del precariato", io sono qua in mezzo a una strada.
E ho trent'anni e avevo dei progetti.
E ora devo iniziare daccapo.
Perché qualcuno sapeva che sbarazzarsi di me, come di tanti altri, senza avere pensieri, sarebbe stato semplicissimo, con queste forme contrattuali che sono l'equivalente moderno della schiavitù.
Sì, perché quando sei in balìa di contratti di questo genere, non esiste più la tua professionalità. Le tue competenze diventano magicamente un plus non più necessario. C'è solo l'istinto di sopravvivenza, la speranza di arrivare a fine mese, che ti porta ad accettare le più losche bassezze pur di riuscire a strappare il rinnovamento di quel contratto.
E così ti ritrovi a portare i giornali a casa ai tuoi capi o a perdere giornate in posta per presentare i ricorsi per le loro multe o a spostar loro le macchine in divieto di sosta.
Tutto nella speranza che.
Ulteriori compromessi io non ne vedo. Ché già aver fatto tutto questo vuol dire aver ingollato tonnellate di merda.
La mia educazione.
Sì, la mia educazione meritocratica e calvinista.
Mi ha imposto un esame di coscienza. Serio, approfondito. Invasivo.
E ve lo giuro: io non riesco a trovarmi colpe.
Ho fatto tardi, per questo lavoro come per tutti gli altri. Non ho avuto orari. Spesso non ho avuto weekend. Non avevo straordinari. Nel senso che non erano pagati. In compenso al minimo errore c'erano insulti e urla.
Ché poi.
A insultarti e farsi grande in questi casi è sempre chi, preso per strada, non avrebbe il coraggio di guardarti in faccia. Figuriamoci di fare a pugni.
E no: io colpe non me ne sono trovate.
E la mia educazione è la stessa che mi ha portato a non dir nulla a casa. Ché il DON direbbe che è comunque colpa mia.
E non ho voglia di litigare anche con lui.
Mi tengo tutto dentro e bevo un whisky.
Tanto io lo so.
Io la sfango sempre.
- E' troppo tardi per un altro whisky? -