24 marzo 2007

Eccomi, fottuti disgraziati...

Il tumulto lavorativo, sportivo, sessuale ed autobiografico che impregna le mie giornate trova pace, temporaneamente, il venerdì sera. Ed è solo allora che mi ricordo dell'ultimo imprescindibile impegno: un nuovo post. Anche se, paradossalmente, non ho un cazzo da dire o raccontare. E scandagliare il turpiloquio, a questo punto, diverrebbe sterile esercizio di stile fine a sè stesso e poco produttivo. Vero è che ormai i commenti ai miei post vivono di vita propria.
Ma a parte questo...
Io che vivo con la perenne speranza che un nuovo fracasso barra sconquasso di natura emozionale venga ad agitare le mie giornate e ad alimentare la mia rabbia, ergo la mia efficienza, mi trovo rassegnato a vivere con disciplinato stoicismo settimane copy and paste in cui tutto si ripete uguale a sè stesso.
Ufficio-palestra oppure ufficio-parco o anche ufficio-piscina. Tutto così dannatamente cronometrato e calibrato che ora come ora un rutto lontano dai pasti costituirebbe un evento epocale.
Insomma: una mastodontica rottura de' cojoni con colonna sonora dei Ramones.
Non c'è niente da fare: sono un rancoroso ex-disoccupato, ex-alcolizzato, ex-puttaniere, ex-vizioso. Un ex-qualcuno; (cit.).
La stabilità è appagante. La noia, incalzante.
Dove si sono rintanate la mia antipatia e la mia rabbia? E soprattutto: che fine ha fatto il mio libertinaggio?
E così, per vivacizzare il tutto, e per provare ancora una volta a me stesso di essere un appetibile figlio di puttana, decido di coglionare un po' di donne in giro. Si sa: pettinare occasionalmente l'ego fa bene al cuore.
Essendo fuori allenamento, ché la fedeltà ha un prezzo, opto per categorie di basso voltaggio (neuronale) e di facile abbordaggio. Ergo: cassiere, commesse, cameriere, studentesse bocconiane and so on, ché il mio successo presso il proletariato femminile è cosa nota. Il classismo è un connotato dell'essere.
Entro nel primo negozio di abbigliamento maschile e, con la scusa di voler dare un'occhiata in giro e di provare varie paia di jeans ché piuttosto che indossarli farei un favore alle donne e girerei nudo, inizio a fare la simpatica canaglia con una commessa addobbata in stile "Bella presenza e perfetta aderenza".
Battute ad effetto, cadenze giuste, silenzi studiati, sguardi vagamente lascivi ed ammiccanti.
Il tutto innaffiato da spiragli di silenzi finto-assorti che le lascino intravedere un minimo sindacale di profondità emotiva ed intellettuale mista all'insofferenza di chi, ogni giorno, cerca di scegliersi una nuova personalissima lotta contro il prossimo, più per darsi un tono e uno scopo che per altro. In sostanza, la ricerca di una giustificazione ad esistenze altrimenti inutili.
Personalmente "l'irrazionale mi secca" (cit.) ma è noto come le ragazze dagli undici ai novant'anni, tutte egualmente orizzontabili, (dove non arrivano bellezza e carne soda, supplisce l'esperienza), siano irrimediabilmente affascinate da riccioli ribelli o occhi azzurri e da quel vasto oceano di monumentali cazzate riassumibile nell'espressione "bello (ma de che?) e dannato".
Fondamentale, in questa festa del luogo comune del rimorchio, è la presenza di una spalla connivente e collaborativa che ti serva assist che neanche Beckham. In tal senso, la performance attoriale di quel sordido del mio amio E. si rivela provvidenziale. Mentre è lì, continua a sminuirsi e a giocare la parte del falso modesto, esaltandomi implicitamente.
Quando poi chiamo l'incauta sfortunata in camerino chiedendole se non pensi che i miei jeans siano un po' stretti e, per renderla edotta del tutto, alzo la maglietta facendole intravedere le mie mirabolanti fosse iliache, la mia vacuità intellettuale è ormai apoteotica e il suo cervello mononeuronico è collassato.
"Decido" di non prendere nulla e mi avvio verso l'uscita. E a quel punto lei, che ormai si sente persa, prima mi chiede il nome, poi se non mi va di bere qualcosa dopo la chiusura, indi il numero di cellulare.
Fossi single, le farei il calco della bocca con la lingua.
Essendo fidanzato, le do il numero sbagliato e poi porto E. in Trattoria Toscana.
Ho vinto la scommessa e mi deve un cocktail.
Lui rilancia dicendomi che dobbiamo sfidarci ad una gara di rimorchio aggressivo all'Esselunga di Papiniano.
Quando gli ricordo che quel supermercato è l'anticamera di gaylandia, (with all respect), prima desiste, poi propone la Sma di San Gottardo, (aka il supermercato sotto casa mia, aka luogo compromettente e pericoloso), poi io accetto, infine, finalmente, paga il mio prosecco.
Bollicine nello stomaco ed effervescenza nella testa: il trionfo della superficialità.
Pomeriggi come questi mi fanno sentire orgoglioso del mio curriculum professionale.
Chediomibenedica.

17 marzo 2007

The family man

Una sorta di "par condicio genitoriale" fa sì che il sottoscritto riceva un giorno chiamate dal Don e il giorno dopo da mamma'. E il terzo giorno da entrambi.
Fra una telefonata e l'altra, i due esimi, seppur così diversi, discutono della poca plausibilità del loro figliol prodigo e concordano sulle modalità atte a impartire allo stesso nuovi insegnamenti di vita, aka cagargli il cazzo.
Prologo.
I miei due dispensatori di vita, così irraguardosi nei miei confronti, son diversissimi fra di loro.
Sanguigno, irruento, carismatico, tracotante, vizioso, burbero, virile fino al parossismo, dedito al turpiloquio finemente arrangiato, sentimentale, l'uno.
Altera, disdegnosa, leader silenziosa, pragmatica, cinica, pratica, apparentemente fredda e distante, eminenza grigia, nessun vizio da dichiarare, l'altra.
Eppure, per qualche cazzo di miracolo domestico, 'sti due sono inseparabili.
Mamma' chiama il Don "Il signor Io sono, Io faccio, Io dico".
Il Don chiama mamma' "la radio sempre accesa" (sottinteso: e sintonizzata su di una stazione fastidiosa e petulante).
Insomma, il giorno e la notte.
Io li chiamo "Brooke e Ridge", per questo loro litigare in continuazione e poi riappacificarsi sedutastante che rasenta la patologia. (Tranquilli, non ci son stati accoppiamenti incestuosi, chez Durelli).
Io, che sarei la loro sintesi, di quella patologia son portatore.
Chiusa la parentesi.
Squilla il telefono.
- Mamma'! -
- Come va coi vizi? -
- Sto diventando morigerato! Giuro, eh! -
- Dieci anni che sei pieno di vizi. E quindici che dici che sei morigerato. A chi la racconti? -
- Ma guarda che... -
- Come va con la ragazza? Ti sopporta ancora? -
- Sì... -
- Povera figlia. Povero cuore di mamma. Chissà come fa... -
- Ma vedi, mamma'... -
- Al lavoro? Hai già risposto male, ai tuoi nuovi capi? Sei già in rampa di lancio per il licenziamento? -
- Ma veramente... -
- E le tue ipocondrie? Come va con le tue fobie? Quale sarà la tua prossima malattia? Dunque: quelle sessualmente trasmissibili dovresti averle contratte tutte. Ultimamente eri convinto di avere pure un paio di tumori in fase terminale. Mancano le distrofie. Sicuro di non esserti informato sui sintomi delle stesse, attraverso qualche sito o giornale, e di non esserti convinto di avere anche quelle? In effetti ci sarebbero pure la SARS e l'aviaria... -
- Beh, in effetti uno sguardo a certi siti l'avrei dato... -
- Ommioddio. Mi costringi anche a scherzare, su cose così delicate. Tu sei un caso patologico. -
- Hai ragione, mamma'. Hai ragione. -
- E comunque... -
- Sì... -
- Non perderle mai, queste tue manie. -
- No? -
- No. Se le perdessi, diventeresti una persona normale. Ed essere normale è una cosa che non ti si addice. Vado, ché devo finire di cucinare. Riguardati, debosciato. -
- Ciao, ma'. -
- Ti passo quell'altro campione di tuo padre, così fate comunella. -
- ... -
- Ehi! -
- Ciao, Don. -
- Non me lo dire: solita ramanzina su vizi e via discorrendo? -
- Più o meno. -
- Che rompipalle, tua madre. Tu, però, non azzardarti a dirglielo o a risponderle male. Hai sempre il 50% del tuo sangue che è suo. Certo: il 50% sbagliato... -
- ... -
- A volte mi chiedo: perché ho sposato la più grande rompipalle della storia? -
- Perché la amavi, forse? -
- Finiscila di dire puttanate! -
- Perché di lì a poco sarei nato io? -
- E poi dicono che bisognerebbe abolire la 194... -
- ... -
- Piuttosto, di' un po': tu per caso te la facevi con la figlia di Mimmo? -
- Quel Mimmo? -
- Sì, quel Mimmo che è stato amico mio per quarant'anni. Che è stato anche al mio matrimonio. -
- Beh, in effetti... -
- E, manco a dirlo, l'hai lasciata tu, vero? -
- Sì. -
- Ah, ecco: no, è che volevo capire perché quel Mimmo non mi salutasse più. -
- ... -
- Vado: tua madre ha preparato uno spezzatino che è la fine del mondo. Quella disgraziata ci sa fare, in cucina. E poi c'è il vino dell'annata dell'anno scorso. Chetelodicoafare: una delizia. Tu continua a dilettarti con roba surgelata e precotta e vini dozzinali. Saluti. -
Click.
Apro il freezer e tiro fuori una confezione di croccole findus.
Mi sento vagamente idiota.

16 marzo 2007

Al solito, Il Foglio. Ovvero l'unico quotidiano serio in circolazione

"Lele Mora non può lasciare il paese, Fabrizio Corona è in prigione da ieri mattina all’alba e altre quindici persone sono nei guai: non possono uscire di casa o lavorare, perché il provvedimento restrittivo, dopo parecchi mesi e qualche sbadiglio, li ha finalmente raggiunti. Per faccende di rotocalchi, foto, ricatti, cocaina, appuntamenti, cose di cui si è già letto tutto da mesi, cose che hanno persino perduto interesse (e Fabrizio Corona, fotografo tatuato, per movimentare un po’ la storia ha pensato bene di cambiarsi la maglietta durante l’ultima udienza in tribunale: si è fatto portare una t-shirt con su scritto “Corona’s” e a torso nudo ha detto: “Così almeno mi faccio un po’ di pubblicità”). E’ questa la favolosa inchiesta di John Woodcock, giudice fashion victim con notevoli colli di camicia, notevoli giubbotti di pelle, notevole motocicletta, cui Potenza sta stretta, giudice generoso che permette agli appassionati di scandaletti di godersi magnifiche intercettazioni di privatissime telefonate e favoleggiare a tavola sul mondo dei tronisti, dei playboy da telecamera, delle ragazze ambiziose, delle ragazze sventate con tariffario, dei vip che comprano fotografie compromettenti (dopo essere stati così deficienti da farsele scattare) per evitare crisi familiari e sputtanamenti planetari. Da adesso non si può più, quindi, esercitare in libertà il proprio umano squallore, non si possono indossare tute di cachemire con moon boot di pelo, non ci si può adagiare su un divano leopardato e farsi massaggiare i piedi da un paio di maschioni ingioiellati, non si può passare la notte con un vecchiaccio per denaro, non si può mettere una pezza ai casini combinati sganciando un po’ di soldi, non si può avere la faccia lucida e sudaticcia, non ci si può vestire di nero e non si può avere cattivissimo gusto per le piscine e i divani, non si possono nemmeno raccontare balle al telefono sulle proprie altrimenti penose performance sessuali. E’ nata una nuova giurisdizione, che vigila con grande eccitazione su tutte le novelle duemila del mondo e colpisce con voluttà: tatuaggi, scopate, corna, orrore estetico dei locali notturni verso l’alba, finta trasgressione molto abbronzata. Il gran circo di Lele Mora e Fabrizio Corona, pieno di canottiere, pettegolezzi, jeans aderenti e tette finte è ora sotto vero processo (e vera galera), è finito sotto il codice penale pur essendo soltanto un’industria cafona che ama la Costa Smeralda e le feste di compleanno in discoteca, le telecamere in faccia quando il fondotinta è ben steso e qualche bacio rubato per finta, tanto per mostrare nuovi e perfetti zigomi. Non si è più liberi di essere orrendi e malvestiti, insomma. Correte a controllare i cuscini dei vostri divani, correte a togliervi l’eye liner." da IL FOGLIO (13.3.2007)

12 marzo 2007

"...since you've been mine..."

(Quanto amo gli UPDATE):
messaggio di ieri sera del mio caro amico qui citato.
"Ehi, vecchio porco! Ci vediamo, sabato sera, oppure prendi il primo aereo per Oslo alla ricerca della figa perduta?"
Come faccio a non amare quest'incrollabile figlio di puttana?
Sabato mattina.
Mi sveglio dopo quattro ore e mezza di sonno.
Insonnia ed ipercinesi, miste ad una certa dose di rabbia, sono i puntelli della mia efficienza.
Colazione, sigaretta, quotidiani. Allenamento al parco. Io e l'ictus che prima o poi mi stroncherà.
(Poi un giorno spiegherò una volta per tutte in che cosa cazzo consista l'allenamento al parco).
Al ritorno, tre ore e mezza dopo, pranzo. Tre uova strapazzate e tonno al naturale, ché ho bisogno di proteine.
Ascolto il telegiornale e poi rileggo e approfondisco alcuni articoli di giornale messi da parte prima.
Piccoli tasselli di una domestica solitudine concupita, calibrata, organizzata.
Metto su "Sgt. Pepper" e schizzo in doccia e su "Getting better" prendo una decisione che possa sottolineare il mio essere il mammasantissima dei pazzi scriteriati senza ritegno.
Improvviso un borsone e filo in stazione.
"Il primo treno per Roma Termini, per favore", e mi sento Noodles. Pago e salgo in carrozza.
Messaggio di un mio caro amico cui avevo promesso un fine settimana alla Animal House: "Avrei una cena dalla quale mi libererei volentieri verso mezzanotte per bere qualcosa con te, sempre che tu non sia impegnato a sviscerare mentalmente e fisicamente delle donzelle...".
Io: "Ho preso il primo treno per Roma per fare una sorpresa a colei che mi sopporta. Trattasi di cazzata, forse, machicazzosenefrega. Scusami se non riusciamo a vederci neanche questa volta."
Finalmente, dopo aver letto anche l'annuario degli apicoltori, Roma. Taxi.
"Sa, sto facendo una sorpresa alla mia donna. Lei non si aspetta il mio arrivo. Si immagini se dovessi trovarla con un altro...", scherzo.
"Zitto, va'", mi fa il tassista, " Ché a me m'è successo. So' tornato a casa senza di' gnente e ho trovato la mi' fidanzata co' 'n artro, mortacci loro. Li ho pijati a carci ner culo e li ho cacciati de casa. Certo, sempre cornuto restavo ma vuoi mette' la soddisfazione...".
Appunto.
Quando apre la porta ha un'espressione che non riesce ad essere gioiosa, per quanto è stupita e meravigliata. E quell'espressione non la abbandonerà per le prossime ventiquattro ore.
E' per quell'espressione stupita che ho fatto tutto ciò.
Protraggo la mia permanenza ed il mio piacere oltre ogni limite consentito e prendo l'ultimo treno utile a presentarmi in orario in ufficio il giorno dopo.
Partenza alle 22:07 e cambio a Bologna alle 3:00 da cui la coincidenza per Milano ripartirà alle 3:43. Adoro le cose facili.
Ore 3:00. Bologna. Seduto su di una panchina sul binario. Bevo un cappuccino preso alla macchinetta e fumo sigarette. Frattanto leggo "Everyman" di Roth. "Everyman" è un libro che o recensisci stupendamente, come ha fatto Giulianone, o ne riassumi il giudizio non in un aggettivo, che non sarà mai completamente pertinente, ma in un imperativo:
"Leggilo! Punto." Appunto: leggetelo!
"Everyman" è un libro che parla dell'ossessione per la morte. Un libro che fa pendant con la mia ipocondria.
Tre di notte. Stazione di Bologna. Un freddo impensabile ed un libro che parla di morte. Ed io che non mi son mai sentito così vivo.
Sette del mattino.
Apro gli occhi. Cazzo: il treno è arrivato a Milano alle 6:25 e ora è parcheggiato circa un chilometro fuori dalla stazione. E nessuno che mi abbia svegliato. Trovo una porta aperta, scendo e torno verso la stazione, tra binari vicinissimi e privi di banchine, erbacce e treni che potrebbero ridurmi a marmellata.
Eppure non mi son mai sentito così vivo.
E tutto per quell'espressione stupita.

10 marzo 2007

Are beautiful things...(So' cose belle...)

L'ho già avuta, la mia giornata. Un tumulto di inderogabili impegni lavorativi che mi hanno disossato il cervello e spompato l'umore.
Se poi tutto questo si protrae fino alle dieci di sera, capite bene che il concetto di giornate pregne di possibilità diventa utopistico.
E così, giunto chez-Durellì, mi spoglio e mi rimiro nello specchio. Constatando con mio sommo disappunto che la costantineggiante tartaruga di addominali che costeggiava il mio corpo sta cedendo più delle tette di una puerpera. Con la differenza che i miei addominali non han prodotto nulla di buono. Va detto che resistono le mie meravigliose creste iliache. So' soddisfazioni.
(Nota del Johnny: nel caso non si fosse capito, sordidi qualunquisti, il qui presente tenutario, da buon bipolare dissociato, è profondo e talentuoso ma anche un fottuto vanesio allo stesso tempo. Risposta ai commenti alla mia supposta superficialità mentale: 'sti cazzi).
Mentre suona il cd di Sergent Pepper, (appena comprato ché il vinile è consunto), faccio appello al mio stoicismo ed alla mia disciplina del "Se bello vuoi apparire, un po' devi soffrire" e decido di spararmi le mie canoniche tre ore di allenamento al parco.
Penso ai benefici in termini di erezioni che ne riceverò e parto.
Corro. O meglio: espettoro nicotina.
I vigilantes girano per il parco con l'aria indifferente di chi sa che non succederà nulla. Come spesso accade, in effetti.
Io inizio la mia personalissima via crucis atta ad espiare anni di mancanza di rispetto verso i miei organi interni.
Insomma: non vi sto a tediare e vi dico subito gli incontri assurdi della situazione.
Lo vedo dalla curva precedente, ché dà una visuale pressoché completa.
Un drogato. Sta cercando di iniettarsi quello che gli ha passato il convento ma le braccia, modalità scolapasta, non lo consentono. E così abbassa le calze sulle gambe. Anche queste uno spettacolo raccapricciante. Non ci riesce neanche in questo caso e tanto per gradire mi delizia con un rivolo di sangue che inizia a colare dal suo polpaccio sinistro. Son passati tre minuti almeno, e son tre minuti che sto lì, di fronte alla sua panchina, intento a fissarlo. Lui non mi vede. O forse fa finta che io non ci sia. Mi chiedo se non sia abituato a gente che lo fissa allibita, mentre lui incurante si sfila completamente i calzini e se la inietta sul dorso di un piede. Poi si spalma sullo schienale della panchina.
Non so bene cosa dovrei provare, in tale situazione. Sdegno? Schifo? Costernazione? Pena e compassione? Un ecumenico e democratico voltastomaco?
Compro una vocale e decido di tornare a casa.
Non ho abbastanza autorità morale per giudicare nessuno ma neanche abbastanza stomaco per sopportare troppe scene inusuali.
E lì vedo lei.
Alta, vestita bene, molto carina.
Prologo: lì in zona, qualcuno ha affisso un sacco di mini-manifesti con la faccia della sindachessa milanese.
E la donzella che fa? Scrive su ciascuno di questi manifesti "Bravissima!!!", sempre con tre punti esclamativi, e dopo ogni volta scappa via piangendo verso il nuovo manifesto. Io, fingendo l'indifferenza algida del runner milanese, la seguo e mi godo la performance.
All'ultimo manifesto, scoppia a piangere.
Non mi fermo a chiederle cos'abbia: qualunque spiegazione mi sembrerebbe per lo meno surreale.
Torno a casa.
Mi infilo nell'intelaiatura di autocontrollo costruita per non tradire emozioni né sfilacciarsi in racconti inverosimili e chiamo le due autorità morali in circolazione: il Don e Mammà.
Non gli dirò nulla.
Potrebbero decidere di rinchiudermi.
Ancora non so che la mattina dopo incontrerò la tizia squilibrata
beccata ad una festa che aveva ben pensato di vivacizzare la serata spogliandosi davanti a me e chiedendomi di essere la mia bambina porca e cattiva.
Ancora non so che lei farà finta di non vedermi. E di non riconoscermi dopo che avrò provato a salutarla.
Ancora non so che, stufo di ciò, urlerò il suo nome, sì da attirare l'attenzione del suo presunto collega, per dirle poi, al suo imbarazzatissimo "Oh, ciao Johnny. Non ti avevo riconosciuto!", "Come stai? Ti spogli sempre, davanti a sconosciuti incontrati ad una festa chiedendo loro di essere la loro bambina porca e cattiva?".
Eh, so' cose belle.

02 marzo 2007

HO BISOGNO DI VOI LETTORI. ADESSO.

Dopo aver letto questo. Dopo quello che è "successo" nell'ultimo post. Ed anche in altri. Dopo un proficuo scambio di mail con una commentatrice.
Dopo tutto questo, insomma.
HO BISOGNO DI VOI.
Ho bisogno che vi palesiate tutti.
Fate finta sia un altro delurking day.
Ho bisogno dei vostri pareri.
Delle vostre critiche, soprattutto.
Di sapere.
Perché mi leggete.
O perché non mi leggete più.
Cosa vi piace di me e del mio blog.
Cosa, SOPRATTUTTO, no.
Cosa vi porta a decidere di tornare da queste parti.
Cosa vi induce a pensare "Ma chi è 'sto cojone?" per poi dileguarvi.
Massacratemi, se volete. Anzi, lo preferisco.
Se possibile, però, fatelo in maniera costruttiva; come ha fatto oggi Elisa.
Ché dovreste saperlo che, se mi insultate gratuitamente, da buon permaloso quale sono, vi vomito addosso l'indicibile e l'irriferibile.
Ché son stanco che, a intervalli regolari, si debba presentare qualcuno pieno di livore pronto a blaterare di tutto.
E allora voglio sapere una volta per tutte quello che vi passa per la testa.
Non che abbia voglia di cambiare modo di scrivere per voi. Tanto meno di vivere.
Ho voglia di trovarmi di fronte a quelli che voi pensate siano i miei limiti. Per misurarmi con essi.
So bene che questa vi sembrerà una richiesta per lo meno insolita.
Ma vi pregherei di esaudirla.
So bene anche, fra il precedente delurking day e le statistiche di ShinyStat, chi legge senza commentare.
Ne cito qualcuno, e parlo di blogger coi controcojoni.
Trenta, Petunia, Babsi, Maxime, Sviluppina, Strelnik.
Voi. E tutti gli altri.
Fatevi sotto.
E non chiamatemi seccante per questo. Né presuntuoso.
Mettiamola giù semplice: mi va di sapere le vostre opinioni. E non perché io abbia bisogno di gonfiarmi l'ego, già straripante di suo. E' che sono realmente interessato a sapere cosa ne pensiate.
Tutto qui.
Aspetto il massacro con un bicchiere di Corvo rosso e un pacchetto di sigarette.
Come sempre, GRAZIE.